Non c’è poi molto da sorprendersi, alla notizia che l’ANM è sul punto di tagliare 194 posti di lavoro per abbattere i costi del personale e tentare di rientrare almeno parzialmente del gigantesco buco di bilancio che sta mettendo a repentaglio la sua stessa sopravvivenza: l’ormai quasi ex manager, Alberto Ravaglia, aveva già preannunciato che, se si vorrà salvare l’azienda, bisognerà procedere a manovre dolorose, davvero “lacrime e sangue”.

Il vertice dell’ANM è stato, suo malgrado, coerente con le dichiarazioni diffuse non più tardi di un mese fa, quando aveva annunciato la sua prossima uscita di scena perché non più in grado, a suo dire, di assicurare la salvezza di un’azienda di trasporto pubblico sull’orlo di un disastroso fallimento. È stato lo stesso Ravaglia ad elaborare questo controverso colpo di coda della sua amministrazione, lasciando ora in eredità al suo successore, già noto, l’avvocato Ciro Maglione, la complicata questione dei 194 licenziamenti, che Ravaglia stesso ha ritenuto l’unico (per il momento) salvagente anticrisi.

In sostanza, e al di là delle ulteriori specifiche di un programma che prevede anche altre mosse, come spostamento e accorpamento di uffici e competenze, ricollocazione di dipendenti, riorganizzazione delle strutture logistiche soprattutto connesse al deposito e alla manutenzione dei mezzi di trasporto (come rivelato oggi da Repubblica), il piano prevede la riduzione del monte complessivo del numero dei dipendenti di queste fatidiche 194 unità che, se non verrà trovato in pochi giorni un accordo di segno diverso coi sindacati, semplicemente si ritroveranno senza più impiego.

In questo senso, alcuni tra i lavoratori penalizzati dovrebbero essere messi nelle condizioni di usufruire di ammortizzatori sociali, come il NASpI (l’indennità di disoccupazione istituita nel 2015), dedicati specialmente ai lavoratori più anziani per “accompagnarli” alla pensione. Tuttavia, c’è da sottolineare che il provvedimento manageriale interesserà anche dipendenti più giovani, anche intorno ai 50 anni, che sono i soggetti che avranno le maggiori difficoltà a ricollocarsi sul mercato del lavoro.

Ecco perché diventa di primaria importanza, adesso, il ruolo dei sindacati, che dovranno cercare di elaborare soluzioni alternative ai licenziamenti. Ci sono 45 giorni di tempo da dedicare alla concertazione, prima che il dispositivo diventi effettivamente esecutivo e determini i primi tagli già a partire dalla fine di luglio. Si potrebbero ridefinire, e quindi “salvare”, almeno temporaneamente, 154 posizioni. La “patata bollente” passa quindi nelle mani di Maglione, che, sempre secondo Repubblica, ha in agenda un incontro coi sindacati già martedì. Eppure, i livelli di trattativa non potranno non riguardare anche altri livelli amministrativi, oltre a quello comunale: il piano con la caratterizzazione degli esuberi (che riguardano trasversalmente sia manovalanza che amministrazione) è stato infatti recapitato anche a Regione e Città Metropolitana.

La rabbia dei sindacati è palpabile. È chiaro che il piano di Ravaglia rappresenta la più classica delle “extremae rationes“, poiché, come lo stesso manager aveva ribadito più volte negli ultimi tempi, non ci sono le risorse per fare più nulla, in ANM: si va dal’impossibilità di realizzare la manutenzione degli autobus a quella persino di pagare i contributi ai dipendenti, con la clamorosa notizia del debito milionario con l’INPS che ha già fatto scalpore nelle scorse settimane. Ecco perché il licenziamento è diventata l’unica strada percorribile: per cercare di mantenere il servizio a un livello minimo di accettabilità, si è scelto di tagliare sui costi. Uno dei costi aziendali più alti, appunto, è quello del personale. L’austerità e i tagli lineari, di questi tempi, sono le misure più immediate per far fronte a una crisi finanziaria, in qualsiasi settore.

Eppure, almeno stando alle parole di Adolfo Vallini, USB, le premesse erano altre: «prepensionamenti, (…) NASpI, (…) riconversioni (…)». Evidentemente, i buoni propositi del vecchio piano aziendale, almeno acconsentito dai sindacati (ma non dalla CGIL), non sono più realizzabili: «non è chiaro se ci siano le risorse per garantirlo», conclude Vallini. I colleghi delle altre sigle, com’è naturale, avvertono sulla «guerra tra poveri» (parole di Natale Colombo, FILT-CGIL) scatenata dal provvedimento di Ravaglia, e sul fatto che non ci siano «nemmeno i soldi per i TFR» (lo denuncia Tonino Aiello, UIL Trasporti Campania).

A ruota, sono seguite le dure dichiarazioni esternate dalle opposizioni alla Giunta De Magistris in consiglio comunale. Il capogruppo comunale PD, Federico Arienzo, sbotta con il più classico dei «l’avevamo detto», mentre Forza Italia, per bocca di Severino Nappi, responsabile nazionale per le Politiche per il Sud e Consigliere regionale, parla di «ipocrita politica di De Magistris» e di «sfascio» di cui fanno le spese i lavoratori di ANM. Non va poi dimenticato che Anna Maria Carloni, deputata PD, aveva pochi giorni fa anche suscitato un’interrogazione parlamentare sul caso dell’azienda dei trasporti, in polemica con l’Amministrazione ed le dichiarazioni non catastrofiche, da parte di De Magistris, sul futuro della partecipata.

Il punto politico della questione, in effetti, è proprio la posizione controversa del sindaco sulla vicenda ANM. Ravaglia, al vertice dell’azienda per 6 anni, aveva la piena fiducia dello stesso De Magistris e aveva dichiarato di essere stato spinto da quest’ultimo ad accettare persino un ulteriore mandato; ipotesi, questa, che il manager aveva prudentemente rifiutato, ben consapevole che la barca stava affondando e che era il momento di lasciare. La nomina di Maglione, così, era diventata nei giorni scorsi un passaggio obbligato piuttosto scomodo, per il primo cittadino, che vi aveva provveduto in fretta e furia, prima dello scorso fine settimana, lasciando che lo stesso Maglione, pur dicendosi entusiasta dell’incarico, dichiarasse di non avere ancora ben chiare le idee sul da farsi.

Difficile, quindi, non cedere alla tentazione dell’equazione “De Magistris = Ravaglia” e, di conseguenza, “De Magistris = licenziamenti”, e di non associare nemmeno, come polemicamente fanno le opposizioni comunali, i tagli al personale ANM ad un placet almeno silenzioso del sindaco. Del resto, con le notizie sui continui disagi causati dalla rete di trasporto pubblico comunale che usualmente si susseguono, continuano a far rumore gli aumenti delle tariffe di trasporto, sia per le corse singole che per gli abbonamenti. Insomma, anche nel caso ANM, ai tagli al bilancio si associano i rincari, nel più classico dei giochi al rimpiattino della finanza pubblica.

In definitiva, la situazione di ANM appare drammatica e apparentemente senza uscita. Lo stesso destino dei 154 “salvabili” appare ancora più in bilico, se si osserva che non è detto che le condizioni per rimanere imposte dall’azienda (ammesso che ne possano esistere, di sostenibili) soddisfino i sindacati. Il margine di trattativa è esiguo, non per mancanza di volontà, ma di risorse per coprire la maggior parte delle soluzioni dignitose ad una crisi senza fine.

Ludovico Maremonti