Il 9 giugno James Comey, ex direttore dell’FBI licenziato da Donald Trump il 9 maggio scorso, ha testimoniato sotto giuramento dinanzi alla commissione intelligence del Senato USA. Tante le rivelazioni di Comey: dal Russiagate ai colloqui con Trump, fino alla “speranza” di quest’ultimo di veder cadere le indagini a carico di Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale dimessosi dopo che i giornali americani hanno scoperto suoi contatti con l’ambasciatore russo negli USA (circostanza su cui ha mentito all’FBI).

Ma andiamo con ordine. Comey viene nominato direttore dell’FBI nel 2013 con un mandato decennale in scadenza nel 2023. In un primo momento Trump si mostra compiaciuto per il lavoro di Comey, fino a quando non accusa l’FBI di aver condotto male le indagini sul Russiagate e decide di silurare l’ex direttore il 9 maggio scorso.

Dal licenziamento di Comey è iniziato lo scontro a distanza con il presidente Trump, con reciproche accuse di menzogne sul caso Russiagate. L’ex direttore dell’FBI accusa il tycoon di aver fatto pressioni affinché fosse abbandonata l’indagine a carico di Flynn. In tutta risposta, il presidente Trump accusa Comey di aver condotto male le indagini sulle interferenze di Mosca nelle presidenziali USA e di non godere più della fiducia dei vertici dell’FBI.

Per questi motivi Comey ha chiesto e ottenuto di essere ascoltato dalla commissione intelligence del Senato USA il 9 giugno scorso. Durante questa deposizione, durata due ore e mezza, sono vari gli elementi venuti fuori che dovranno essere approfonditi. Innanzitutto Comey conferma che c’è stato un impegno imponente di Mosca nel tentativo di condizionare l’esito delle presidenziali americane, tuttavia senza che ciò abbia prodotto un’alterazione del voto (circostanza confermata anche dal recente rapporto di Facebook).

In merito ai rapporti con Trump, Comey ha riferito di aver cominciato ad annotare il contenuto delle sue conversazioni col presidente a partire dal 6 gennaio di quest’anno, quando ha avuto la sensazione che Trump avrebbe potuto mentire sul contenuto dei loro dialoghi. Comey ha affermato di aver avuto in totale nove colloqui col neo presidente USA (tre dal vivo e sei telefonici). L’ex direttore dell’FBI descrive in maniera dettagliata e circostanziata gli incontri e i colloqui telefonici con Trump. Comey conferma che quest’ultimo, nel corso di una cena del 27 gennaio, gli avrebbe chiesto lealtà, richiesta alla quale avrebbe replicato affermando di poter garantire solo onestà. Nel corso della stessa cena, Trump avrebbe anche chiesto a Comey se avesse gradito restare a capo dell’FBI, circostanza ritenuta strana dal momento che il mandato sarebbe scaduto nel 2023. L’ex direttore dell’FBI rivela di aver interpretato questo episodio come un tentativo di Trump di instaurare un rapporto di patronato in modo da vincolare la sua riconferma al grado di fedeltà che avrebbe dimostrato.

In una telefonata del 30 marzo, Comey afferma che Trump gli avrebbe manifestato la «speranza» che le indagini su Flynn venissero archiviate e si augurava che l’ex direttore dell’FBI dichiarasse pubblicamente l’estraneità del presidente USA nel caso Russiagate. È proprio sul termine «hope» utilizzato da Trump che si giocherà l’eventuale partita dell’impeachment per intralcio alla giustizia. Comey infatti sostiene di aver interpretato quel termine come una chiara richiesta del presidente USA di veder archiviata la posizione del suo ex fidato collaboratore. I legali del tycoon sostengono invece che l’utilizzo della parola «hope» riveli l’assenza di volontà di intralciare la giustizia e che rappresenti solo l’esternazione di un augurio.

Infine Comey ammette di aver girato, quando era già stato licenziato, informazioni ai giornali sul contenuto di alcuni suoi appunti in merito ai colloqui tenuti con Trump ma, a suo dire, lo avrebbe fatto solo per tenere accesi i riflettori sul Russiagate e consentire che il dossier fosse affidato ad un procuratore speciale indipendente dalla Casa Bianca. Una circostanza che si è poi verificata, con le indagini affidate a Robert Mueller, anch’egli ex direttore dell’FBI e considerato super partes sia dai democratici che dai conservatori.

Al momento risulta difficile che le parole di Comey possano portare alla richiesta di impeachment per Trump, salvo che non emergano ulteriori prove di richieste più esplicite del presidente americano di archiviare il caso Flynn. I prossimi giorni saranno caratterizzati dall’accavallarsi delle diverse interpretazioni giuridiche della parola «hope» utilizzata da Trump, nel tentativo di comprendere se possa rappresentare un modo velato per intralciare il corso della giustizia da parte del tycoon e procedere dunque allo stato d’accusa nei suoi confronti. In ogni caso, a prescindere dall’evoluzione giudiziaria della vicenda, resta il piano politico sul quale, indubbiamente, il caso Comey rappresenta un vulnus alla credibilità nazionale e internazionale del presidente USA. Martedì prossimo sarà ascoltato dal Senato anche il procuratore generale Jeff Sessions, chiamato in causa da Comey nella fase a porte chiuse della sua audizione. Le prossime evoluzioni del caso ci diranno se e quanto questa vicenda avrà compromesso la stabilità dell’esecutivo di Trump e se, addirittura, ci saranno i margini legali per arrivare a una richiesta di impeachment.

Mario Sica

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Nasce a Napoli nel 1988. Dopo aver trascorso i primi dodici anni di vita nella provincia nord di Napoli, a Villaricca, si trasferisce a Soccavo, quartiere di origine dei propri genitori. Durante gli studi classici, matura e coltiva la passione per il giornalismo e la scrittura creativa ed inizia una lunga militanza nei movimenti anticamorra e nei comitati territoriali della città di Napoli. Nel 2017, a “soli” 28 anni, consegue la laurea in giurisprudenza presso la Federico II. “Malato” di calcio e tifosissimo del Napoli, negli ultimi anni si appassiona alla boxe. Appassionato di lettura, in particolare classici e saggi storici, per sensibilità politica ha approfondito le sue conoscenze storiche dei movimenti di lotta del Novecento e del lungo processo di emancipazione del Sud America dal colonialismo ad oggi. Ha provato ad imparare a suonare la chitarra durante l’adolescenza ma, appurato di essere impedito, ha deciso di limitarsi all’ascolto di musica, in particolare De Andrè, Brassens, Pino Daniele e tutto il neapolitan power degli anni ’70 e ’80. Coltiva l’illusione, in un Paese che legge sempre meno e peggio, di poter trasformare la sua passione per la scrittura ed il giornalismo in un mestiere retribuito.