Agli inizi degli anni ’90 un lancio pubblicitario descriveva la capitale dell’Italia, Milano, come “Milano da bere”. Musica più calzante non poteva essere che quella dei Weather Report: fu scelto il brano “Birdland” che suggeriva un ritmo danzante, veloce.

Lo slogan accompagnava le immagini della giornata milanese, una città che “rinasce ogni mattina, pulsa come un cuore; Milano è positiva, ottimista, efficiente; Milano è da vivere, sognare e godere”, mostrata secondo la tecnica dei fotogrammi accelerati, chiudendosi con il claim “Milano da bere”.

Era la descrizione del rampatismo diffuso, dell’arrivismo semplificatorio, di yuppes di “nani e ballerine” che popolavano e frequentavano i migliori salotti della città.

Si apprezzava nella scala sociale solo chi aveva un opulento conto in banca, chi aveva amicizie con manager di aziende o membri di consigli di amministrazione, che al lavoro sodo, preferivano gli happy hours, con cene fredde e succulente consumate in bar e ritrovi. Imperavano imponenti e raffinatissime sfilate di moda: chi veniva invitato era segno che contava nell’ambiente, a chi era negato l’accesso, vuol dire che la carriera non era stata foriera di successi.

Ma quello spot fu preveggente e profetico anche per una diversa ragione: con esso si conferiva la chiara percezione di una città che viveva al di sopra dei suoi mezzi: quella era una ricchezza montata, fittizia, non risultato di una concreta economia reale, produttiva e saliente sul piano reddituale.

Si celava un surplus frutto di imbroglio, adamantinamente truffaldino. Si dava la raffigurazione della gradassa ma decadente vita culturale di una città pregna solo di futilitas: si spillavano quattrini da incarichi e prebende della Pubblica amministrazione, nella quale erano collocati, funzionari di accatto, lenoni dell’ultima ora, che vivevano e si nutrivano alla greppia di altre fonti di danaro, denominate tangenti.

Tutti i partiti dell’allora arco costituzionale (al di fuori vi era solo il Movimento sociale e forze di estrema sinistra: la Lega, di converso, vi partecipò), in una logica di lottizzazione scientifica, erano ammessi al tavolo della spartizione, secondo percentuali precise e mai contestate, in un chiaro assetto di associazione a delinquere e di correità criminale, che durava da anni con il silenzio omertoso dei beneficiari.

Fu in questo contesto che il magistrato Antonio Di Pietro arrestò in flagranza di reato Mario Chiesa.

Così racconta l’inizio di Tangentopoli, (così denominata dal notista di Repubblica Piero Colaprico), Indro Montanelli nella sua Storia di Italia: “il pomeriggio del 17 febbraio 1992 – la giornata invernale era limpida; Chiesa ricevette nel suo elegante studio un modesto imprenditore, Luigi Magni, la cui impresa assicurava la pulizia del Pio Albergo Trivulzio.

“Ecco i soldi ingegnere”, serafico disse il Magni.

“Solo 7 milioni?”, replicò con sicumera mista a tracotanza Chiesa.

“Si, non ho potuto mettere insieme la cifra intera, soprattutto così, in contanti”.

”L’ accordo però era…”

“Lo so, ingegnere, lo so. Porterò senz’altro gli altri 7 milioni”.

Chiesa è in piedi, dietro la pesante scrivania in noce. Prende in mano 70 pezzi da 100 mila lire, apre un cassetto della scrivania e li butta dentro lestamente. Magni cerca di farlo parlare. Ha una valigetta con una microtelecamera e sul risvolto della giacca una potente microspia.

Dopo qualche minuto la porta dell’ufficio di Mario Chiesa si spalanca. Entrano il dottor Antonio Di Pietro, uno dei sostituti alla Procura di Milano, il capitano dei carabinieri Roberto Zuliani, che comanda il gruppo di investigatori del Nucleo-operativo, e altri tre militari dell’Arma in borghese. Quando Chiesa dirà «questi sette milioni sono miei». Di Pietro risponderà «no quelli sono soldi nostri».

Chiesa prima di essere scoperto in flagranza aveva intascato poco prima un’altra tangente di 37 milioni di lire che furono riversati dal medesimo nella tazza del water del suo ufficio: si rivolse a Di Pietro, piombato nella sua stanza, implorando di andare un momento in bagno: lo fece per liberarsi delle somme incassate poco anzi e nascoste nella giacca.

Montanelli scrive: “Sette milioni furono il sassolino che formò la valanga di Mani pulite: portarono alla ribalta non episodi isolati di corruzione, ma un sistema efficiente e generalizzato di riscossione di un tributo illegale -per i metodi e fini spregevole- da applicarsi su ogni concessione, transazione nella quale il pubblico fosse parte in causa.

I partiti ed i loro emissari lucravano su tutto: sugli appalti, sui progetti, sui permessi, che per un’opera dovevano volta a volta essere concessi, sulle forniture, sull’approvazione di una determinate legge, su tutto ciò che comportava o facilitasse un flusso di denaro. Nessuno che avesse occhi per vedere poteva non essersi accorto di quanta sproporzione vi fosse tra le somme che i partiti raccoglievano con il finanziamento pubblico o con il tesseramento e le somme che venivano profuse per campagne elettorali, sedi e funzionari. E chiunque avesse occhi per vedere si rendeva conto di quanto il tenore di vita privato dei boiardi contrastasse con le loro dichiarazioni dei redditi, con i loro introiti palesi. Ma l’Italia era parsa a lungo un paese di ciechi, davanti ai quali potevano essere impunemente perpetrati i peggiori inganni.”

(L’Italia degli anni di fango capitolo XIV Tangentopoli).

Gherardo Colombo, altro magistrato protagonista del pool, nel libro “Lettera ad un figlio su Mani Pulite” ritiene che il tentativo di scoperchiare il vaso di Pandora già fu fatto, quando lui, insieme al Giudice Turone scoprirono gli elenchi della loggia massonica P2 di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi ed in quelle carte rinvenirono anche il riferimento al Conto protezione depositato in Svizzera e contenente laute somme a disposizione del partito socialista italiano.

Scrive Colombo: “Il 17 marzo 1981, Giuliano Turone e io, allora in servizio all’ufficio istruzione del tribunale di Milano, scopriamo a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, le carte della P2. La P2 – sigla di Propaganda 2 – era una loggia massonica segreta che riuniva, in una sorta di rete di potere occulto e parallelo, tanti nomi tra i più importanti del Paese: ministri, parlamentari, capi dei servizi segreti civili e militari, questori, prefetti, magistrati, ufficiali dell’esercito, generali dei carabinieri e della Guardia di finanza. E ancora giornalisti, editori, imprenditori. Al vertice c’era Licio Gelli, il grande «burattinaio». Viene alla luce un mondo sommerso che si regge su regole proprie, diverse da quelle che normano la vita di tutti e che interferisce pesantemente con l’attività delle istituzioni. La notizia è sconvolgente e quando il caso esplode, i politici coinvolti non si capacitano di non sapere da dove provenga un attacco così diretto alla loro inviolabilità. Chi sono questi giudici che osano sfidarli? A chi rispondono? Chi li ha mandati? La nostra indipendenza li spiazza, non sanno con chi trattare. Noi ci muoviamo con grande cautela, tra mille ostacoli, documentando e formalizzando ogni nostro passo e guardandoci continuamente le spalle(…).Tra le carte della P2 troviamo un fogliettino che riporta l’indicazione di un conto corrente presso una banca svizzera, il «Conto Protezione», collegandolo all’onorevole socialista Claudio Martelli; su un altro foglio si trova l’indicazione di versamenti per sette milioni di dollari a favore dell’onorevole Craxi, all’epoca numero uno del Partito socialista.

(Lettera ad un figlio su Mani Pulite- Capitolo I Un passo indietro necessario).

L’inchiesta non fu portata a termine, perché il processo si trasferì nel porto delle nebbie del Tribunale di Roma.

La cause che hanno determinato Mani Pulite sono state ben tratteggiate da un altro magistrato del pool, Pier Camillo Davigo, nel libro “Il sistema della corruzione”. Egli scrive: “Sono individuabili alcuni specifici fattori che possono contribuire a spiegare l’esito particolarmente favorevole che quelle indagini ebbero nel periodo che va dal 1992 al 1995. L’enorme debito pubblico che il nostro paese aveva accumulato fino a quel momento e la crisi economica del 1992 avevano avuto come effetto, tra gli altri, quello di ridurre la spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi. Di conseguenza, si era ridotta la possibilità per i corruttori di trasferire il costo delle tangenti sul bilancio della Pubblica amministrazione… È mia ferma convinzione, infatti, e l’ho ribadito più volte, che le indagini si concludano con esito positivo specialmente nei momenti di grave recessione economica. Per chiarire questo passaggio è utile ricordare, a mo’ di esempio, tre grandi scandali: le frodi petrolifere del 1974; la vicenda della P2, con quello che ne è seguito nel 1981 con il caso del Banco Ambrosiano, in qualche modo ad essa connesso; infine – appunto – «Mani pulite» nel 1992. Si tratta di tre casi esplosi tutti in concomitanza con altrettante gravi crisi economiche, con la caduta del Pil e, soprattutto, con la riduzione della spesa della Pubblica amministrazione per acquisto di beni e servizi. Qual è la spiegazione possibile? Ci sono due motivi da considerare. Il primo è quello dell’acquisizione delle notizie di reato. Mi limito in questa sede alla corruzione, anche se altri reati attengono a fatti in parte diversi dalla corruzione, che in genere non vengono portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria. La corruzione non avviene davanti a testimoni ed è nota soltanto a chi è direttamente coinvolto, cioè a corrotti e corruttori, che hanno un interesse comune e condiviso a osservare il silenzio. E infatti la si scopre sempre mentre sono in corso indagini su altro, e soprattutto si scopre quando si rompe il patto di solidarietà tra coloro che commettono questi reati, cioè quando costoro litigano. Ciò accade, solitamente, quando la «torta» non si allarga più, anzi si restringe, ossia quando diminuisce la spesa destinata all’acquisto di beni e servizi e quindi non si può più utilizzare una certa somma di denaro, che dovrebbe essere ogni anno sempre maggiore, per accontentare i nuovi ingressi o comporre le liti. Ecco, allora, che esplodono le controversie: è a quel punto che gli inquirenti riescono a inserirsi e a ottenere finalmente notizie di reato. La seconda ragione è che nei momenti di recessione l’opinione pubblica è meno disposta – diciamo così – a farsi raccontare bugie. Si infuria, per esempio, quando sente dire che taluni personaggi potenti sono perseguitati da magistrati impazziti che farebbero supplenza rispetto ad altri poteri o addirittura tramerebbero un complotto mediatico-giudiziario per rovesciare la classe dirigente al potere.”

(Pier Camillo Davigo, Il sistema della corruzione, capitolo I, “Perché le indagini di Tangentopoli ebbero tanto successo”).

Milano tangentopoli Mani Pulite
Il pull di Mani Pulite

L’inchiesta Mani Pulite condotta a Milano tra il 1992-1994 ha prodotto 1300 dichiarazioni di colpevolezza, fra condanne e patteggiamenti definiti. La percentuale di assoluzioni nel merito (cioè di imputati risultati estranei ai fatti) si aggira fra il 5 ed il 6 per cento. I restanti altri, circa il 40 per cento degli indagati, si sono salvati grazie alla prescrizione, a cavilli procedurali o a modifiche legislative su misura

(Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio Mani Pulite 25 anni dopo Come è andata a finire pag.38 capitolo III)

Le posizioni considerate sono state 4520: quelle per le quali è stato richiesto il rinvio al giudizio 3200. 1281 sono state le sentenze di condanna; 700 le posizioni processuali trasmesse nel corso degli anni in altre città e nell’anno 2003 non ancora definite; probabilmente risulteranno prescritte.

Comprese il fenomeno che prese il nome di concussione ambientale, di dazione ambientale un magistrato oscuro, un perito elettrotecnico di Montenero di Bisaccia, Antonio Di Pietro.

Era consuetudine e prassi abituale aggiudicare un appalto, da quello della Metropolitana milanese a quello dell’aeroporto di Malpensa, solo se fosse stato riscontrato il pagamento della tangente, la sua dazione, in un contesto ambientale, in un sistema corruttivo ove tutti partecipavano, come alla spartizione di una grande torta, anche con le dovute quote proporzionali.

“Diciamo subito che il sistema politico divideva le tangenti in quattro parti: uno andava alla DC, una al Psi una alle altre forze del pentapartito che governavano in una determinata zona ed infine una parte al Pci, di regola sotto forma di lavoro alle Cooperative che gravitavano nell’orbita di partito”

(Intervista su Tangentopoli a cura di Giovanni Valentini pag.70).

Di Pietro inventò l’interrogatorio contestuale, il fascicolo virtuale; metteva in condizioni l’indagato di parlare, di confessare, di vomitare tutte le nefandezze che divennero i liquami della Milano da bere.

Capì profondamente che i bilanci delle società che avevano rapporti con la Pubblica Amministrazione erano truccati.

Il vero reato che fu setacciato durante Mani Pulite non fu solo quello della corruzione e della concussione, ma soprattutto il falso in bilancio. Di Pietro ha raccontato a Giovanni Valentini in Intervista su Tangentopoli che era incomprensibile pagare da parte di un’azienda una fattura di 5 miliardi ad un professionista. Vuol dire che la causale era falsa. Infatti il denaro veniva bonificato molto spesso all’estero in Svizzera e successivamente trasferito dal beneficiario in altri conti. Seppur riportata in bilancio risultava mendace, perché quella prestazione non era stata mai eseguita ed il professionista era solo una testa di legno.

”Una volta che io scopro che nella tua azienda tu hai i fondi neri, una volta che tu sai che io conosco il tuo conto corrente, una volta che è accertato che tu fai parte ormai da tanto tempo di un meccanismo corruttivo, tu diventi un soggetto socialmente pericoloso, perché da anni pratichi questo sistema, e quindi puoi alterare le prove.”

(Intervista su Tangentopoli a cura di Giovanni Valentini pag.49).

Il metodo di Di Pietro era quello dell’interrogatorio che provocava la confessione, perché l’indagato era messo al cospetto di dati, circostanze, fatti inequivocabili, dai quali si desumeva la sua colpevolezza.

Si intesseva perciò una sorta di convenienza processuale: o l’imprenditore confessava o era costretto a subire il carcere preventivo per evitare il concreto pericolo di inquinare le prove o di commettere e reiterare reati. All’imprenditore conveniva tornarsene a casa, ma dopo che aveva confessato ed apportato riscontro all’indagine: così salvava la sua reputazione e la sua azienda.

Gli interrogatori avvenivano contestualmente nei confronti di più imputati nella medesima stanza e nello stesso giorno e Di Pietro li controllava attraverso schermi di computer, in modo da poter verificare chi tra gli interrogati dicesse falsità o se effettivamente coincidessero dati e circostanze.

Si istituì quello che fu definito il fascicolo virtuale cioè dati, verbali, che venivano inseriti in cartelle e files di un computer centrale, evitando la dispersione cartacea.

Fu introdotto, per la prima volta, l’uso del computer sia durante gli interrogatori che nel corso del dibattimento.

Si allargarono i poteri del Pubblico Ministero dopo il varo del nuovo codice di procedura penale: il PM diventava il fulcro centrale di tutta l’attività investigativa ed aveva a sua disposizione la polizia giudiziaria, in tutte le sue articolazioni, dai carabinieri, alla polizia, alla guardia di finanza.

L’inchiesta fu un successo che provocò l’effetto domino in tutta Italia ed una rivoluzione anche nell’ambito politico, perché furono implicati tutti i partiti, compreso il partito comunista italiano, con la sua componente migliorista. Si scoprì un vero e proprio sistema della corruzione.

Reagì la classe politica e cercò di impedire l’effetto dirompente e devastante di Mani pulite: il governo Amato, tra l’altro dimezzato di gran parte dei suoi ministri travolti da numerosi avvisi di garanzia, tentò di bloccare l’inchiesta di Tangentopoli con il famoso decreto Conso, dal nome del ministro della Giustizia in carica che tra le altre cose depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti. Il pool esprime la propria posizione con una dichiarazione molto dura firmata da Borrelli. Il presidente Scalfaro rifiuta di firmare il decreto e il provvedimento viene ritirato.

La circostanza risulta decisiva, perchè si disse che il decreto Conso era la reazione ad un’evidente disarticolazione dell’equilibrio tra i poteri dello Stato ed alla constatazione del prevaricamento di quello giudiziario.

I magistrati di Mani Pulite incominciarono a ricevere severe critiche, soprattutto per l’uso disinvolto del rimedio della carcerazione preventiva. «Noi incarceriamo la gente per farla parlare. La scarceriamo dopo che ha parlato»

(Francesco Saverio Borrelli, al «Giornale», 4 giugno 1993).

«Ai burocrati, stipendi adeguati e licenziabilità immediata. Io ti chiamo e ti dico: come mai ieri sera eri in un ristorante da duecentomila lire? Come mai hai cambiato la macchina tre volte negli ultimi anni? E se non dimostri come te lo sei potuto permettere, non te ne vai».

(Piercamillo Davigo, pm milanese, alla «Repubblica», 3 settembre 1997).

«Per costringermi a dire cose che non sapevo, la notte prima degli interrogatori per tre volte mi misero in cella un detenuto di colore in crisi di astinenza».

(Walter Armanini, a «Noi», 16 febbraio 1995).

«Ma in fin dei conti, è proprio così scandaloso chiedersi se lo choc della carcerazione preventiva non abbia prodotto dei risultati positivi nella ricerca della verità?».

(Francesco Saverio Borrelli, in «la Repubblica», 19 febbraio 1995).

Veniva disinvoltamente divulgata anche la notizia degli avvisi di garanzia, sentiti dall’opinione pubblica come condanne definitive per i destinatari.

«I miei convincimenti sono stati purtroppo drammaticamente confermati. Ho sempre cercato di far capire che la confessione di un pentito non è una prova, ma solo un punto di riferimento da cui far partire le indagini. Rendere pubblico un avviso di garanzia è voler indicare un colpevole. È dunque necessario mantenere segreto l’avviso di garanzia che non è indizio di reato, ma solo la volontà del magistrato di approfondire i fatti. L’avviso di garanzia deve essere protetto dal segreto istruttorio».

(Giovanni Galloni, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, 4 dicembre 1992).

È stato Mattia Feltri nel libro Novantatré “L’anno del Terrore di Mani Pulite” a sostenere la tesi secondo cui con l’inchiesta di tangentopoli i Magistrati hanno attuato una vera e propria rivoluzione anche con morti e suicidi eccellenti.

Giuliano Ferrara nella prefazione del libro di Feltri ha scritto: “L’obbligatorietà dell’azione penale non c’entrava, non c’entrava la sanzione di reati personali, non c’era alcuna imparzialità della giurisdizione, la magistratura era politicizzata e mediatizzata, il processo al regime calpestava i diritti delle persone, la tortura della carcerazione preventiva funzionava a dovere, e con un certo piacere di chi la comminava..…. marcescente idolo del vero giuridico, era un sordido fatto politico”.

Secondo Mattia Feltri l’anno, 1993, il culmine dell’inchiesta di Tangentopoli, può essere paragonato a quello del Terrore della Rivoluzione francese. Quella che sembrava un’epoca di catarsi e rinascita si è rivelata, infatti, un periodo cupo, meschino, di furori e paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato. Per colpa della politica stessa e per mano di una magistratura che si sentiva a capo di un moto rivoluzionario.

La campagna giudiziaria all’insegna di Mani pulite ha segnato accanto agli entusiasmi per gli alfieri della lotta giudiziaria alla corruzione, la caduta di essenziali garanzie di difesa del cittadino incolpato.

Con il programma di restaurare la giustizia offesa dalla corruzione politica ed amministrativa, gli organi inquirenti spesso finivano con l’abbattere i paletti di garanzia della correttezza di svolgimento della funzione giudiziaria, innescando un processo di effetto devastante sui principi e sui metodi di acquisizione della prova penale.

Le confessioni sono state rese nello stato di cattività degli indagati, artificiosamente giustificato soprattutto al fine di influenzarne il comportamento in sede di interrogatorio. Soggetti per lo più incensurati alla prima esperienza del carcere si sono indotti a diluvi di dichiarazioni confessorie ed accusatorie di ammissione di responsabilità proprie e spesso nel contempo di coinvolgimento di altri, al fine di recuperare presto e bene la libertà( Domenico Marafioti L’egemonia giudiziaria pag.36-37).

Ci furono suicidi eccellenti: quello di Sergio Moroni, del Presidente dell’Eni Cagliari, ma soprattutto quello di Raul Gardini, in seno al processo Enimont.

Non fu rivoluzione bensì tentativo di restaurazione della legalità, come disse Borrelli in una famosa intervista rilasciata allo scrittore Antonio Tabucchi ( MicroMega /I classici- Mani Pulite 1992/2012 la rivoluzione della legalità ed i suoi nemici).

Sta di fatto che amaramente lo stesso Bettino Craxi nel famoso discorso alla Camera dei deputati, il 3 luglio 1992 aveva ben sottolineato che tutti i partiti erano coinvolti nella raccolta del finanziamento illecito: ”Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.

Tangentopoli rispecchia nella sua coessenzialità l’antropologica struttura dell’italiano piccolo borghese.

“Ma in che Paese viviamo?». In questo Paese, viviamo. È l’ora di guardarlo negli occhi. Ma lo è anche di guardarci negli occhi pure tra noi. A tutti, anche a chi scrive faceva comodo pensare che tutto il marcio si annidasse nella classe politica, che bastasse buttare al macero quella per risanare l’Italia, e che per compiere questa operazione bastasse e possa ancora bastare qualche «regola» nuova. Non è così. E se persistiamo in questo autoinganno, al macero ci andiamo tutti. Guai se non troviamo il coraggio di riconoscere che la classe politica della Prima Repubblica era, nella sua putredine, lo specchio di un Paese nel quale la coscienza morale e civile è sempre rimasta monopolio di una esigua minoranza, regolarmente relegata ai margini della vita pubblica, e ora – temiamo – in via d’estinzione.”

(Indro Montanelli Corriere della sera del 3.11.1995 Ma il Paese è meglio della classe politica?).

Gobetti lo aveva preconizzato nella sua Rivoluzione Liberale la tragica condizione degli italiani è la mancanza di un senso austero della dignità, una coscienza severa di ossequio alle leggi ed alla libertà.

Mani pulite in fondo ha rispecchiato il suo popolo, che non ha saputo mai fare una rivoluzione.

Biagio Riccio