Caro direttore, di certo saprai che gli scozzesi sono molto tradizionalisti e si sposano con la gonna! Certo, perché per loro le tradizioni sono tutto e sposarsi in kilt, abito simbolo delle Highlands, è tutto. Per loro eleganza vuol dire indossare quello che è l’abito maschile più famoso al mondo, e forse anche quello che suscita più interesse. E, se vuoi essere amico di uno scozzese, non devi mai osare dire che non indosseresti o che non ti piace il kilt. Il kilt è tutto e non puoi non tenerlo in considerazione. È come La Mecca per gli islamisti: almeno una volta nella vita, devi provare quell’esperienza! La storia del gonnellino scozzese, ma mai chiamarlo “skirt” davanti a loro che so guai, risale al 1600 e con tutta probabilità il nome “kilt” deriva da qualche vecchio dialetto norvegese la cui pronuncia dovrebbe essere pressappoco “kjalta”. L’attuale variante del kilt, infatti, è frutto di una modifica più moderna, in quanto, la versione antica di questo indumento era da sempre utilizzata nel nord del Paese per proteggersi dal freddo. Si trattava di un enorme plaid arrotolato intorno a tutto il corpo, partendo dalla parte bassa, fino a salire al collo, chiamato in gaelico Fèileadh mòr . Le diverse qualità di lana e addirittura le diverse fantasie di tessuto, poi, potevano indicare le disponibilità economiche di chi li indossava, fino ad arrivare a distinguere i ceti più ricchi e quelli più poveri. Nel sedicesimo secolo, Thomas Rawlinson, un imprenditore inglese, si trasferì nelle Highlands per avviare una fornace per la fusione di ferro. Osservando la cultura e, in particolare, le abitudini e l’abbigliamento di quei nuovi operai dell’estremo nord della Britannia, decise di semplificare quell’enorme pezzo di stoffa, lungo più di sei metri, per consentire loro di essere più abili nei movimenti. Così le dimensioni furono ridotte e si cercò di avvolgere solo la parte inferiore del corpo. Inoltre, si iniziarono ad usare cinture più forti per tenerli sempre più stretti, e il nome del kilt passò da Fèileadh mòr a Fèileadh Beag, forse per la sorta di piccola borsetta che fu applicata alla cintura e che conteneva il più delle volte cibo. Nacque in quel momento, da quell’ imprenditore diventato improvvisamente stilista, uno degli indumenti più famosi al mondo e la rapidità con la quale le innovazioni si svilupparono tra la popolazione fu veloce e sorprendente.

Nel 1746, poi, una norma emanata dopo la sconfitta giacobita di Culloden vietò l’utilizzo della cornamusa, della lingua gaelica e dello stesso kilt come abito popolare. Soltanto per fortuna, un abito molto simile al kilt venne assunto come divisa per i soldati dell’esercito quando non erano in guerra. Questo acconsentì sicuramente all’assoluta continuità dell’indumento e dopo più 40 anni ne fu riammesso l’uso popolare grazie a William Wilson, un imprenditore tessile, che riavviò la produzione del classico tessuto scozzese in lana chiamato tartan. Una grande novità accadde nel 1963, quando venne costituita l’autorità Scottish Tartans World Register, e successivamente la Scottish Tartan Autority, Clan Tartan Centre e Scottish Register of Tartans, associazioni che si impegnano a proteggere la storicità e l’autenticità dell’abbigliamento tipico scozzese, dai colori scuri delle tinture chimiche, o dai colori delicati e chiari delle tinture più tradizionali. Queste autorità dunque, proteggono il tartan scozzese e il suo utilizzo, assieme a tutti gli altri accessori per il kilt, dalle calze alte con il risvolto e il coltellino nero infilatovi bene in mostra, alle scarpe i cui lacci vanno rigorosamente legati alla caviglia, alla piccola borsetta applicata nalla cintura, alla parte alta dell’abito, alquanto elegante, costituita da una giacca quasi sempre scura e con sgargianti bottoni in metallo luccicante, camicia e cravatta. Ancora oggi diverse tipologie di Tartan vengono utilizzate da diversi ceti sociali, così per distinguersi dagli altri. Esistono quelli utilizzati dai reali, dai lord, dalle forze armate, dai movimenti religiosi e finanche dai football club. Pare inoltre che anche agli stranieri sia concesso di indossare il kilt, ma che ad ognuno viene imposta una differente tipologia. Per esempio a noi italiani è concesso indossare il Royal Stewart Tartan, grazie al principe Carlo Eduardo Stuart, figlio di Giacomo II Stuart, che dopo la sconfitta di Culloden si riparò in Vaticano e qui vi morì grasso ed alcolizzato. Fu durante questa sua esperienza italiana che ci concesse come segno di gratitudine l’onore di vestire il kilt reale scozzese. Ora viene il bello …. Sapevi direttore che, anticamente, sotto il kilt non va indossato nulla?? Già, perché gli antichi soldati non indossavano niente e quindi la tradizione vuole che col kilt non s’indossino gli slip. Forse attualmente questa non è una pratica molto seguita, ma non è da escludere che anche oggi alcuni uomini che indossano il kilt scelgano di non usare gli slip. Bisognerebbe metterci uno specchio sotto quando passano, direttò!

 

Anna Lisa Lo Sapio

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Nata in provincia di Napoli, 11/06/1983. E' Laureata in Scienze Politiche. Inizialmente, ha lavorato nell'area commerciale di alcune aziende ma ha presto capito che la sua strada non poteva avere a che fare solo con l'aspetto economico della vita. Amante della storia e appassionata dei segreti di Stato, ha realizzato studi e ricerche sulla società italiana durante gli anni di piombo e sui motivi che spingono l'uomo a commettere stragi e ribellioni contro altri uomini. Di se stessa dice : "Meglio vivere una verità difficile che una bugia comoda". Vive a Edimburgo. Per scriverle: losapio.annalisa@libero.it