Sveva Basirah Balzini è una musulmana italiana che da poco ha abbracciato l’Islam e adesso porta il velo.  «Studentessa, attivista, volontaria, danzatrice, sub, femminista e livornese», Sveva scrive, assieme ad altre colleghe, sul blog “Sono l’unica mia”, dove il tema dell’Islam si intreccia con quelli del femminismo, del mondo LGBTQI, del terrorismo e con i pregiudizi sul mondo islamico. Che, racconta Sveva, sono ancora tanti, soprattutto per quanto riguarda le donne.

Ti sei convertita da poco all’Islam e, dal momento che è una scelta non comune per un’italiana, vorrei chiederti prima di tutto di parlare della tua storia personale. Come sei arrivata ad abbracciare questa fede?

«Sono tornata all’Islam da circa due anni e, sì, effettivamente una scelta insolita, nonostante il numero dei convertiti sia crescente negli ultimi anni. Ho conosciuto l’Islam facendo volontariato per la Comunità di Sant’Egidio, 4-5 anni fa per due anni. Aiutavo a fare i compiti dei bambini insieme ad altri volontari, e molti di loro erano d’origine africana e appartenevano a famiglie musulmane. Mi incuriosiva la loro cultura, mi incuriosiva la fede, mi incuriosivano i modi dei genitori di conciliarla. Al tempo ero agnostica, ma studiai lo stesso, almeno per informarmi. Ho imparato le ultime cosette pratiche, come le abluzioni, da un mio ex musulmano. E dalla mia testimonianza di fede, ‘Shahada’, è partito tutto».

Ci sono stati — o ci sono ancora — delle difficoltà causate da questa tua scelta, soprattutto per quanto riguarda il tuo rapporto con gli altri e con chi, magari, non la comprende appieno?

«Certo che sì. Quando mi sono convertita è stato un shock per la mia famiglia, per amici e conoscenti. Finché era interesse, pazienza, ma quando è diventato coinvolgimento ognuno ha elaborato una propria opinione su questo cambiamento. Nessuno mi ha ascoltata o interpellata, ma molti mi hanno subito etichettata come “l’oppressa che si è convertita per il fidanzato”. Mi vennero buttati via tutti i veli che ero riuscita a comprare. In verità, la mia conversione è stata una delle poche cose che ho fatto col cuore. Con la fede ci ho litigato, ne ho dubitato, l’ho criticata, l’ho amata profondamente, ma è stata una cosa mia. Quando lasciai il ragazzo, ormai molto tempo fa, rimasero tutti basiti: ero fervente, solare, rilassata, mi sentivo così mia. Lui si rivelò violento dopo qualche mese, e io ringrazio Dio, perché compresi che soltanto a L*i sono sottomessa e liberandomi dal giogo lo affermai, affermai me stessa e misi in pratica tutte le belle parole femministe che predicavo e non avevo ben interiorizzato. Quel che chi mi conosce continua a dirmi è “la religione impone e opprime, non dirmi che ti sei emancipata”: ho combattuto lo scetticismo, ho combattuto la violenza, ho rivendicato la mia autodeterminazione e l’ho fatto da femminista e da musulmana. Le difficoltà ci saranno sempre, ma io sono più forte».

Per quanto riguarda il velo nell’Islam, c’è un dibattito molto acceso e molti credono che sarebbe meglio vietarlo. Tu, che dopo anni senza velo ti sei convertita all’Islam e hai cominciato a indossarlo, come spiegheresti l’importanza del velo a chi invece lo ritiene elemento di discriminazione nei confronti delle donne?

«Riguardo al velo, oggi molti femministi e molte femministe musulmani/e cercano di spogliarlo dalle sue interpretazioni maschiliste. Sul velo è detto pochissimo nel Corano, l’unica cosa esplicita è che si tratti di un segno distintivo, e non c’è chiara obbligatorietà o pene se non lo si porta, eppure si continua a evitare lo studio del contesto e della storia preislamica e ad attribuirgli valori che non sono neanche rammentati. Ogni donna oggi ha una storia col suo velo, a qualcuna viene imposto con la forza, a qualcuna è la morale che subdolamente lo impone, molte lo scelgono consapevolmente per esprimere se stesse, ma è una cosa è sicura: vietarlo significa mettere di nuovo un cerotto sulla bocca delle donne, significa privarle ancora una volta della loro libertà decisionale (come si fa a promuovere la libertà col divieto? è come bombardare per la pace!). Le donne possono liberarsi da sole, pensare con la propria testa e autodeterminarsi, basterebbe considerarle persone e non oggettini fragili da salvare». 

Quindi si può essere musulmane e femministe allo stesso tempo?

«Certo che si può. Il femminismo promuove l’autodeterminazione delle donne, di qualsiasi donna, mentre specificatamente il femminismo islamico ha avuto l’importante funzione di smontare il maschilismo che viene usato nell’interpretare e leggere il Corano e gli ‘hadith’ (detti del Profeta). L’errore nell’approccio al Testo è stato sfogliare le pagine con l’intenzione di trovarci del marciume e dei motivi per cui la donna debba essere sottomessa. Non è certo colpa dell’Islam, ma di chi si rifiuta di contestualizzare gli eventi (fondamentale), riconoscere che alcune parole o alcune espressioni possono avere più significati validi, e ammettere che la fede sia “dinamica”. Più di 1437 anni fa nei pressi della Mecca, le espressioni e il linguaggio accettabili e riconoscibili da un popolo misogino non potevano che essere diverse da quelle che un fedele oggi può studiare e adattare al suo qui e ora. Faccio un esempio: l’Islam non abolisce completamente la schiavitù, perché al tempo non sarebbe stato neanche lontanamente comprensibile, ma incoraggia e comanda spesso i fedeli ad affrancare i bravi schiavi e a rispettare la propria servitù. Oggi i fedeli non accettano la schiavitù e affermano che l’intenzione dell’Islam era arrivare ad un mondo senza schiavi. Lo stesso modus deve essere applicato alla questione femminile, perché ci sono tutti i presupposti per farlo».

Assieme ad altre persone tu scrivi sul blog “Sono l’unica mia”. Qual è lo scopo di questo progetto e quali sono i principali temi che trattate? Potresti spiegarci la scelta del nome?

«Il progetto “Sono l’unica mia”, o SLUM per gli amici, è nato nell’ottobre 2015 come una specie di diario personale, un misto di esperienze, osservazioni e indignazione per ingiustizie varie. Poi ho conosciuto le mie prime due colleghe e abbiamo cominciato a fare di SLUM qualcosa di un po’ più serio. Siamo oggi tante “slummine” e ne è nato un gruppo veramente variegato e di cui sono fiera. Adesso stiamo lavorando alla creazione del sito e del nuovo logo. Come recita la descrizione del nostro gruppo Facebook, promuoviamo e parliamo di femminismo intersezionale e inclusivo, di femminismo islamico, di laicità, questione LGBTQIA+, Italia e paesi arabo/mediorientali, islamici, integrazione, denuncia, cultura, arte, scambio e testimonianze. Siamo curiose di tutto e collaboriamo con progetti come Il Grande Colibrì e Allah Loves Equality, ci ispiriamo a progetti come Abbatto i Muri, Pasionaria o MamAfrica.
L’idea del nome è venuta fuori dalla traduzione di ‘birtanem’, parola turca che significa “unic* mi*”. Pensai di riadattarla in modo che definisse un pensiero di autodeterminazione e penso di esserci riuscita abbastanza bene!».

Un’ultima domanda riguardo il contesto italiano è doverosa: vista la tua esperienza da musulmana italiana, quale credi che sia il grado di conoscenza (e di pregiudizi) nei confronti dell’Islam?

«La disinformazione e l’informazione guidata non fanno altro che inasprirci l’uno contro l’altro. Nascono realtà assurde. Per esempio, io non apprezzo affatto la nascente Costituente Islamica, una sorta di nuova Democrazia Cristiana, che sembra quasi una “fazione”, una specie di tentativo di integrazione dell’Islam allo sbando, sembra avere una funzione rappresentativa dell’Islam italiano che io respingo con forza. Non mi identifico assolutamente con un partito religioso, mi sembra uno dei prodotti peggiori di questo “scontro” tra salviniani, i “nuovi” amanti delle tradizioni cristiane e fasciste per reazione, e musulmani, stranieri o convertiti che si chiudono in una visione della fede standardizzata. Apprezzo invece il movimento dei musulmani laici promosso da personalità importanti come quella di Maryan Ismail e lo supporto, oppure Svelatevi di Karima Moual o i già citati Allah Loves Equality e Il Grande Colibrì. Tutto questo davvero può essere un ponte per tutti, aperture significative a tutte le realtà. In una situazione in cui i media lucrano sull’odio della gente, diffondendo notizie scelte con detestabile sensazionalismo e pressappochismo, è basilare scegliere con cura i progetti, i siti, le associazioni da sostenere, ciò che diffonde informazione vera, promuove il senso critico e il dialogo e rinnega buonismo, estremismo, superficialità e semplificazione (quella che porta a “compattare” la gente in certe fazioni)».

Intervista a cura di Elisabetta Elia

2 COMMENTI

  1. una donna che vuole indossare il velo è libera come chi vuole la minigonna , basta che la figlia di chi vuole il velo possa scegliere diversamente senza rischiare la pelle.
    per il resto, femminismo e religione non vanno d’accordo comunque i miei migliori auguri

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