Honorè de Balzac è stato uno degli esponenti di spicco del realismo francese ed ha contribuito a dipingere lo scenario sociale della Francia di metà ‘800.

Il romanzo “Illusioni perdute” di Balzac viene pubblicato in tre parti a partire dal 1837 e rappresenta non solo l’ammirazione che l’autore prova per Victor Hugo, a cui verrà dedicata l’opera, ma soprattutto il quadro sociale di quella generazione svuotata della forza di perdersi nei propri sogni.

La divisione in tre parti dell’opera di Balzac è fondamentale per chiarire quale è stato l’iter dei personaggi chiave del romanzo: la prima parte, si svolge nella cittadina di Angoulêm dove i giovani Lucien e David condividono l’amore per la poesia e la letteratura, coltivando il sogno di poter guadagnarsi da vivere con le proprie passioni. David, figlio di uno stampatore, rimane indietro rispetto a Lucien che, entra nelle grazie a M.me de Bargeton, donna facoltosa di Angoulêm, che lo porta a Parigi.

Nella capitale francese si apre la seconda parte del romanzo di Balzac, dove Lucien si troverà a scontrarsi con il mondo non più ovattato della campagna, ma con la realtà spietata della Parigi durante la Restaurazione. 

La terza parte, si conclude con il ritorno dello “sconfitto” poeta, che non riuscirà a trovare pace nemmeno nella sua casa ad Angoulêm dove, nel mentre, David non è riuscito a trovare la serenità economica e sociale che sognava.

Il romanzo di Balzac costruisce sapientemente la realtà dei giovani di quella generazione, che hanno perso l’illusione di sognare scontrandosi con la realtà del mondo che si stava evolvendo. Tuttavia, la grandezza di Balzac non è stata solo quella di descrivere meramente l’andamento di una società, ma soprattutto di evidenziarne il modus operandi, di mettere in risalto l’istintività di una generazione a sognare e, contemporaneamente, il riparo della società nel reprimerli nella miseria.

Occorrono alcune precisazioni: in primo luogo, Balzac riesce a costruire e ritrarre la società francese in maniera tale da renderla globale, complice del mondo in evoluzione, visto come la meta sempre in movimento del progresso. Questa società, tuttavia, è composta da un popolo non preparato, dove la giustizia sociale era rimessa a coloro che riuscivano a farsi largo, con qualsiasi mezzo, nel groviglio sociale così dipanato. Sono molti i temi che Balzac interpellerà nel viaggio di Lucien nelle “Illusioni perdute” tra cui l’ambiente intellettuale, popolare, del teatro, della politica, della nobiltà e anche del giornalismo: è uno dei primi autori, infatti, a mettere in risalto le falle e i meri stratagemmi del giornalismo per sopravvivere, facendo scontrare il protagonista con l’illusione di poter brillare in un ambiente che non lo avrebbe mai permesso ad un ragazzo “semplice” come lui.

Ma la grandezza delle “illusioni perdute” risiede nella sua capacità di essere fuori dal tempo:

Nella generazione attuale, quella di internet, della globalizzazione, del capitalismo e delle leggi dell’economia risiedono delle analogie evidenti, che riflettono l’influsso sulla società di quello che chiamiamo progresso. Balzac mette in luce la capacità dei giovani a non sapersi adattare ad un cambiamento sociale ed economico, che viene visto come troppo lontano per essere raggiunto. Stenti, delusioni, dolore, preoccupazioni, gioia e rancore si susseguono, si intercorrono per creare una rete di sentimenti capace di ingabbiare gli occhi ed il cuore di coloro che dovrebbero vedere quel limite impossibile da raggiungere, ma ci provano comunque. Fallendo.

Fallire è forse l’eredità più importante che ci lascia Balzac con quest’opera. Perché fallire? Perché provare quel dolore, quella preoccupazione, quel disonore nel non riuscire a raggiungere i propri scopi e i propri sogni, tanto da abbandonarli e a catalogarli come illusioni perdute? Perché bisogna conoscere il fallimento, per capire come andare avanti, per conoscere la realtà che ci circonda, scontrarsi per rimanerne abbattuti. Cadere e rialzarsi. Siamo, invece, ottenebrati dalla paura del dolore, dalla paura di fallire e di essere rigettati da questa società eufemisticamente elitaria.

Fallire seguendo i propri sogni, fallire scoprendo come realizzarli.

È forse sintomatico della giovinezza, tentare l’impossibile?

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.