Numero uno, la viuzza che usava mio nonno per scendere in campagna era più larga del tratto di città vecchia verso curva 18, dove svetta la Torre della Vergine (e sì, non è un castello). Detto questo, a Baku vi sconsigliamo di andarci con una Multipla e, prima ancora che ci pensiate dopo questa gara, vi proibiamo di avere un’opinione precisa. Insomma, vi proibiamo di venirci a dire che questo circuito è brutto o bello. Questa sarà pur stata la seconda gara su questo tracciato (o il primo gran premio di Azerbaigian della storia, ditela come volete), eppure sembra che nemmeno due volte possano bastare per testarne le potenzialità.

Insomma, su due gare una è venuta fuori benissimo (e ovviamente mi riferisco a quella di oggi); tuttavia, meglio non fasciarci subito la testa, perché il fatto che gli episodi avvincenti e imprevedibili tendano a concentrarsi tutti insieme e a distanza di tempo gli uni dagli altri, forse ha un po’ scocciato. E per di più dipende solo in minima parte dai circuiti. Difficile interpretarne i meriti, difficile saper pesare l’importanza dello spettacolo così come risultò altrettanto facile convincersi ad inizio stagione che bastasse che una Ferrari rientrasse nelle dimensioni della Mercedes per alzare la godibilità del campionato mondiale.

Oggi ha imperversato sui nostri televisori uno tra i gran premi più significativi degli ultimi anni. Un gran premio che ha portato sul podio tre outsider, tra chi partiva decimo o chi su un podio di F1 non c’era mai stato. A Baku primo Ricciardo, dietro Stroll e terzo Valtteri Bottas. Ebbene, giurerei che davvero in pochi non hanno invece letto che a vincere sia stato Sebastian Vettel. Chiaramente una vittoria tutta personale, che ai ferraristi solitamente fa ancor più sbarellare quando lo sconfitto si chiama Lewis Hamilton (quinto sul risultato finale).

Sembra che al gran premio di Baku non sia mancato nulla, tanto che le tre safety car a qualcuno potrebbero anche non essere andate a genio. A questo qualcuno, chiaramente, chiederei che la sua bacchetta magica decidesse per il prossimo gran premio di togliere un po’ di sassi dal cervello di alcuni piloti o, forse è meglio, di innestare un po’ di sano spirito di organizzazione in chi lavora per questo tracciato.

Quel che manca, e che credo di poter sintetizzare in sonore metaforiche calcistiche – dato che oggi impazzerà quella del ‘fallo di reazione‘ – è la prontezza di riflessi. Che sia la rapidità di scegliere di bloccare la gara prima che sia un pilota a consigliarti di farlo, o la flessibilità nel definire un metro di giudizio per ogni tipologia di episodio.

In questo sport esistono più regole che in un intero codice civile, eppure ancora fanno difetti, hanno perdite. Un popolo ha bisogno di essere amministrato secondo coerenza, e il più delle volte succede che a lasciare libertà nascoste si finisce per distruggere la democrazia. Nascono i regimi, le regole ferree da un lato e dall’altro gli ordinamenti aperti,  le common law per intenderci.

Quel che è paradossale, è che l’uno e l’altro tipo di ordinamento giuridico non potrebbero convivere. In F1 accade lo stesso o quasi, tra chi punta il dito contro terzi e vive nell’ ansia di creare un ingranaggio perfetto e funzionante in tutti i contesti, una macchina infallibile che sputa leggi da rispettare alla lettera e chi invece reagisce come ad un’allergia, sostenendo il famoso ritorno al passato, ai gran premi spettacolari.

Dalla 21st Century Fox alla Formula Uno, ha preso il posto di Bernie Ecclestone, Chase Carey.

Insomma, i capi da un lato e piloti dall’altro, e i tifosi che a seconda degli umori stanno a destra o a manca. Correre ai ripari e al più presto, svestire il Circus dall’aria di libertinismo che la nuova gestione Liberty Media sembra aver portato, e far rispettare le regole purché le si voglia far rispettare. O fare esattamente il contrario, lasciare spazio alla fantasia, e magari iniziare a consentire anche che a Baku Luca Vattelapesca freni in pianta davanti a Mario Sempronio perché così è più divertente. Sarà stato divertente allo stesso modo anche quando il vecchio amico Esteban ha provato a passare il fratello Sergio, senza mettere la freccia. O il compagno Valterio, pregato dall’amico Luigi di andar più piano perché da solo forse non ce la fa, dato che Sebastiano sta tenendo botta alla grande.

Insomma, pretendiamo coerenza, perché a volte tra il nero e il bianco il grigio crea solo fumo. Chiediamo coerenza ai piani alti, chiediamo che si metta veramente nero su bianco cosa si vuole davvero, perché tutto e subito forse non arriverà. E questo da casa non riescono a capirlo. Chiediamo il coraggio di cambiare, per il bene di questo sport nel futuro.

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: formulapassion

 

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Studio Ingegneria Aerospaziale alla Seconda Università degli Studi di Napoli. Sostengo la politica giovanile e comunale insieme agli amici di Agorà-Lavoro, Partecipazione e Libertà; scrivo per passione, per la necessità di leggermi e di imparare dai miei errori. Sono un alfista senza un’Alfa, un seriofilo senza DVD, un Jedi senza una spada laser.