Con 1,6 milioni di persone in fuga, quella del Sud Sudan è la più grande crisi dei rifugiati in Africa degli ultimi tempi e la terza nel mondo, preceduta da quelle che stanno vivendo Siria e Afganistan. Sono quasi un milione le persone bisognose di protezione internazionale provenienti da questo Paese che si sono rifugiate nel vicino Uganda, che ormai sente il peso della crisi e l’abbandono dei donatori.

Nel dicembre 2013, a poco più di due anni dalla sua creazione come Stato indipendente, il Sud Sudan è sprofondato in una guerra civile che non sembra avere fine. Questa sanguinosa guerra è stata innescata dai contrasti interni al governo e ha visto contrapporsi le forze regolari, guidate dal Presidente Salva Kiir, e i ribelli del Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition (SPLA-IO), guidato da Riek Machar, vice presidente accusato di aver progettato un colpo di Stato ai danni di Salva Kiir. Questi scontri si inseriscono in un contesto complesso dove, alla fragilità dello Stato e alla sua frammentazione in numerosi gruppi che si identificano secondo linee etniche e che portano diverse istanze economiche e politiche, va aggiunta una lunga crisi economica dovuta in parte alla decisione di sospendere l’estrazione di petrolio in seguito al mancato accordo sulla suddivisione delle risorse petrolifere con il Sudan (la maggior parte delle risorse sono concentrate nell’attuale Sud Sudan ma le infrastrutture per permetterne l’esportazione sono nel territorio del Sudan).

La fragile pace dell’agosto del 2015, che prevedeva la divisione del potere tra governo e ribelli ripristinando i ruoli istituzionali di Salva Kiir e Riek Machar, non è riuscita ha stabilizzare il Paese e, a meno di un anno di distanza, gli scontri sono ricominciati spingendo milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Si parla di circa 1600000 profughi che hanno attraversato le frontiere del Sud Sudan per raggiungere i Paesi confinanti di cui circa 900 mila in Uganda. I richiedenti asilo che arrivano in Uganda provengono prevalentemente dalla regione delle Equatoria, la quale dalla metà del 2015 è interessata da violenti conflitti tra le forze governative e gli alleati del SPLA-IO con numerosi morti e distruzione di proprietà che hanno aggravato, se non addirittura provocato, la più grave crisi alimentare degli ultimi anni.

Una grande percentuale dei rifugiati che sono confluiti nei campi organizzati per la loro accoglienza può essere fatta rientrare in categorie particolarmente vulnerabili che hanno quindi bisogno di essere identificate e protette dal governo. L’84% dei rifugiati sudsudanesi in Uganda è composta da donne e bambini e il 64% da minorenni. Vi è quindi un’alta percentuale di nuclei familiari monoparentali (con una donna a capo) e numerosi minori stranieri non accompagnati, categorie vulnerabili che avrebbero bisogno di una particolare attenzione.

Nonostante la normativa sui rifugiati ugandese sia considerata una delle più progressiste al mondo, permettendo una relativa libertà di movimento, accesso all’istruzione, ai servizi di base e al diritto al lavoro — facilitato anche grazie alla concessione di terre coltivabili nell’ottica di garantire l’autosufficienza dopo un periodo di assistenza di cinque anni —, il massiccio afflusso di persone bisognose di protezione sta mettendo seriamente in crisi il sistema di accoglienza. Co-responsabile della crisi è la mancanza di fondi, e soprattutto di donazioni da parte della comunità internazionale, basti pensare che il piano stilato dal governo per rispondere alla crisi ha ricevuto solo il 17% dei fondi richiesti.

La necessità di trovare una soluzione condivisa a livello di comunità internazionale ha portato i principali capi di governo mondiali e donatori al vertice organizzato a Kampala il 22 e il 23 giugno dal governo di Museveni e dal Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres. Lo scopo del summit è stato raccogliere 2 miliardi di fondi ricordando gli impegni presi nel settembre dell’anno scorso con la “Dichiarazione di New York su migranti e rifugiati”. Gli Stati si sono impegnati a fornire un maggiore sostegno ai Paesi e alle comunità di accoglienza dei rifugiati prevedendo un quadro Complessivo di Risposte per i Rifugiati (CRR), grazie al quale, in seguito a un intervento congiunto di diversi attori statali internazionali e privati, si cercherà di portare queste persone all‘autonomia considerando contemporaneamente le necessità delle comunità locali.

Il vertice ha portato alla raccolta di 358,2 milioni di dollari americani con una partecipazione massiccia dell’Unione Europea. Una cifra ancora nettamente inferiore a quella stimata dall’ONU per gestire l’emergenza.

Marcella Esposito

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