LeviSe questo è un uomo” è la discesa attraverso «la gigantesca esperienza biologica e sociale» del Lager, «l’Inferno di vermi striscianti feroci e soli». Primo Levi (1919-1987) scrive questo libro per l’impulso violento e immediato di raccontare, di rendere gli altri partecipi. Attraverso 27 brevi capitoli frammentari, scritti “non in successione logica, ma per ordine d’urgenza”, Levi ci rende una preziosa testimonianza del suo anno nel campo grigio di Buna-Monowitz, dalla cattura del 13 dicembre del 43 passando per la deportazione verso  l’Inferno della fame, la sopravvivenza nel campo, la strenua difesa della dignità fino all’arrivo dei russi, risalente al 27 gennaio 1945.

Dopo la cattura, Levi fu trasferito nel campo di Fossoli, dove, il 21 febbraio, fu comunicato a lui e a tutti gli ebrei  che l’indomani sarebbero partiti:  «prepararsi per 15 giorni di viaggio».

«E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. […] Nessuno dei guardiani ebbe animo di venire a vedere che cosa sanno gli uomini quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva[…]. Ma le madri vegliarono e prepararono con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, […] e non dimenticarono le cento piccole cose che esse  ben sanno e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, non gli dareste da mangiare oggi?»

Dopo il viaggio nel gelo dell’inverno polacco, l’arrivo e la separazione: anziani, donne e bambini inghiottiti dal buio, nessuno ebbe modo di salutare i propri genitori, le proprie mogli, i bambini destinati a morire subito, perché inutili al Reich.

«ARBEIT MACHT FREI»: le parole che segnano l’inizio dell’ossessione, «che sete che abbiamo!» . Nella camera, Levi scorge un rubinetto e, incurante del divieto posto dal cartello, beve. Ma è costretto a sputare quell’acqua che sa di palude:Levi

Il rito è breve: spogliarsi di tutto, lavarsi, prendere vestiti e scarpe di qualche morto, poco importa se la taglia è giusta; rasati e sbarbati, marchiati: «non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera».

Levi

I contatti tra ebrei e tedeschi, servi e padroni, sono limitati al minimo indispensabile: il nazismo è senza volto.  Nei giorni muti, in cui nessuno parla volentieri, in cui tutto è vietato e Hirt ist kein Warum («qui non c’è perché»), in cui non si chiede, non si risponde, non si pensa, arriva la notte. E piomba il dolore del sogno tra coscienza e incoscienza, del ricordo di essere uomini. Piomba la paura, l’ansia, l’allucinazione uditiva di ordini impartiti in lingue incomprensibili,  il miserabile rito dello svuotamento del secchio alla latrina, la vergogna indelebile di doversi alzare ogni due  ore a vuotare la vescica per la grossa quantità di acqua assunta sotto forma di zuppa per placare la fame. La legge del Lager impone che l’ultimo utente sia l’addetto a  vuotare il secchio alla latrina.Levi

Tutti aspettano la fine dell’inverno:

“oggi è una buona giornata. Ci guardiamo intorno, come ciechi che riacquistino la vista, e ci guardiamo l’un l’altro. Non ci eravamo mai visti al sole: qualcuno sorride. Se non fosse della fame! Ma come si potrebbe pensare di non avere fame? Il Lager è la fame: noi stessi siamo la fame, fame vivente”.

Ma ottobre ritorna, ritorna l’inverno, e quando è inverno si vorrebbe poter piangere. È tempo di Selekcia, selezione:Levi

La svolta arriva quando il Kommando Chimico annuncia di aver bisogno di specialisti: Primo è laureato in chimica. Viene perciò sottoposto ad un esame: «si rendono conto della prova grottesca e assurda che ci viene richiesta, a noi non più vivi, noi già per metà dementi nella squallida attesa del niente?»ne pas chercher à comprendre– qui non c’è perché. Primo è uno dei tre eletti, uno specialista, con il diritto a camicia e mutande  nuove,  che non patirà il gelo dell’inverno e la fame, si salverà dai congelamenti e dalle selezioni.  Nel laboratorio, Primo si specchia nei vetrini, sente gli sguardi delle ragazze tedesche disgustate dal suo odore, ascolta i loro discorsi sulle prossime vacanze di Natale, si ricorda di essere stato un uomo anche lui, un anno fa: «della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere».

Giunge poi notizia di un episodio straordinario: uno dei crematori di Birkenau è stato fatto saltare. Davanti ai prigionieri della Buna verrà impiccato uno dei partecipanti alla rivolta.Levi

Quando i tedeschi evacuarono il campo per cancellare le prove dell’Olocausto, Levi si trovava in Ka-Be, l’infermeria, a causa di una febbre alta che lo salvò dalla marcia della morte in cui furono trascinati i sopravvissuti di Aushwitz-Birkenau. Il campo era deserto, restavano solo i malati e i 10 giorni che li separarono dall’arrivo dei russi.

Levi

«Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi trionfanti. Non è uomo chi divide il letto con un cadavere».

 “Sognavamo nelle notti feroci

sogni densi e violenti

sognati con anima e corpo:

tornare, mangiare, raccontare“.

Sonia Zeno

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