Napoli, piazza San Domenico, venerdì sera. Lei si alza il vestito, lui si abbassa. La scena di sesso viene ripresa da un telefonino e inizia a girare tra le maglie larghe della rete. I giornali gridano allo scandalo e all’ennesima notte di follia nel degrado del centro storico napoletano.

Il processo alla strega è partito. Processo che sembra concludersi qualche sera dopo, quando due volanti della polizia identificano la coppia protagonista del video e se la caricano in macchina, intimando ai presenti, tra cui attivisti dell’Ex OPG che hanno diffuso la notizia, di allontanarsi dalla piazza.

C’è chi non ci sta a questo ennesimo episodio di repressione e c’è chi invece plaude inneggiando alla sicurezza e ricorda, seguendo l’abitudine ormai consueta di autoappellarsi alle norme del diritto per nascondere le proprie idee dietro un che di scientificità, che è “reato”.

Chi si appella al reato dimentica che quello di atti osceni in luogo pubblico è un reato in materia del quale da tempo ormai si discute di depenalizzazioni, con tanto di sentenze della Cassazione che hanno attirato le ire dell’opinione pubblica benpensante.

Dimentica inoltre che se è un reato commettere “atti e oggetti che secondo il comune sentimento offendono il pudore”, lo è anche filmare due persone senza il loro consenso e rendere pubblico quel video, come ha fatto il voyeur che ha ripreso la scena.

Ma su quest’ultimo punto nessuno sembra aver discusso, rivelando in un attimo quella verità cantata da De Andrè: “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”.

D’altronde già ci aveva avvertiti il caso di Tiziana Cantone, che per il medio-maschio non c’è nulla di male nello spiare nelle mutande di ogni femmina un po’ più disinibita, anzi, gli spetta di diritto. E che per la medio-femmina non c’è nulla di male nel puntare il dito contro ogni femmina un po’ più disinibita, in un’agguerrita caccia alla rivale, anzi, le spetta di diritto. E se poi tutto questo appellarsi al diritto finisce in tragedia, come nel caso di Tiziana, basterà un colpo di spugna, un “vabbè, un po’ se l’era cercata” per ripulirsi la coscienza.

A pochi passi dalla piazza teatro dell’episodio incriminato c’è una statua, la statua del dio Nilo, più conosciuta come “Corpo di Napoli”. È una statua che sta lì a testimonianza di un incontro tra due popoli, tra la Napoli greco-romana e una colonia di mercanti egiziani che viveva in città. Una statua che quest’anno è stata scelta come simbolo del Napoli Pride, che sabato ha colorato le strade della città dietro lo slogan di “LiberaMente corpo”.

Il nome con cui viene generalmente chiamata deriva dal fatto che inizialmente di questa statua non era visibile la testa, e allora il popolo le attribuì il significato di questo grande corpo che allatta i suoi figli, il Corpo di Napoli appunto.

Quando ci passo mi viene in mente la formula che i sacerdoti pronunciano durante l’eucarestia, “il corpo di Cristo”. E penso a questo grande Cristo crocifisso ogni volta in pubblica piazza che è Napoli. Al suo corpo. Un corpo immolato sull’altare del buon senso, del diritto scritto e di quelle leggi non scritte.

Perché ancora una volta si parla di piazze, ma di chi sono le piazze? Forse nell’era Minniti vale la pena rivolgersi questa domanda.

Sono le piazze del diritto, di un decreto che sancisce che chi non è socialmente accettabile va allontanato da quella piazza, seguendo la linea non troppo lontana tracciata dal buoncostume? Sono di chi lavora per le “strade sicure” e in nome di questa sicurezza si arroga il diritto di allontanare da una piazza due ragazze che si baciavano?

A pochi passi da quella piazza, a pochi passi da quella statua, la settimana scorsa è stato ritrovato il corpo di Simo, giovane ragazz* gender fluid, un corpo violato, su cui ci si è accaniti con brutale violenza per poi nasconderlo in un tappeto e abbandonarlo vicino ai cassonetti dei rifiuti.

Ma nessuno ha gridato allo scandalo. Un triste episodio, come tanti. Un episodio di cronaca nera, come tanti. Da archiviare. Tutt’al più qualcuno ha fatto appello alla sicurezza, ancora una volta, appunto. E forse il punto è proprio questo: quanto siamo disposti a pagare in termini di libertà per ottenerne sicurezza, e soprattutto cosa intendiamo per sicurezza? Perché ci si scandalizza di più per una scena di sesso che per una violenza cieca come quella che è stata inferta a Simo?

Forse dovremmo ripartire dal corpo. Dal corpo di Napoli, quello che Matilde Serao chiamava “Il ventre”. Dai nostri corpi, dalla loro sovversività, dalla loro possibilità di occupare le piazze e gli spazi, anzi di liberarli. Da una “alleanza dei corpi”, per citare Judith Butler, perchè “la libertà, d’altronde, è qualcosa che si esercita il più delle volte insieme agli altri”.

Giulia Tesauro

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