Il femminismo è un movimento che, da quando è esploso, non ha mai smesso di bruciare. Eppure anche i non addetti ai lavori si sono resi conto che negli ultimi anni qualcosa sta cambiando. “Quarta ondata”, la chiamano alcuni. Qualcosa di grande e nuovo sta agitando le donne di tutto il mondo.

Il femminismo del novecento ci ha rese donne libere. Grandi donne, combattenti, politiche, scrittrici, attiviste, hanno conquistato per noi l’autonomia politica sui nostri corpi e il potere decisionale. Una volta lessi una frase che diceva: “Non sono obbligata ad essere femminista”, “Sì, ma grazie al femminismo non sei obbligata a fare molte cose”. Lo trovo corretto, e ancora oggi il femminismo storico deve farci da guida teorica.

Il problema è che, ad un certo punto, la lotta di rivendicazione è diventata manichea e radicale. Le donne hanno cominciato ad escludere i compagni maschi dalle assemblee, a praticare gli scioperi del sesso, a vedere rossetti e reggiseni come strumenti di oppressione politica. Insomma, a chiudersi in una gabbia di costrizione ideologica che era brutta e triste come quella da cui erano appena riuscite a fuggire. Ecco perché ancora oggi la parola femminista fa paura.

Provate a googlare “le femministe”. Primi tre risultati: le femministe ci vogliono sottomettere, le femministe non sanno amare, le femministe hanno rotto.

Le femministe non hanno rotto, però hanno sbagliato qualcosa. Hanno preso un modello di lotta nato e cresciuto in un mondo maschile, tipico delle rivendicazioni di classe (scioperi, cortei, assemblee esclusive) e lo hanno applicato alla questione di genere (e c’è da dire che le speranze legate a movimenti come il socialismo di prendersi carico del problema delle donne erano state già ampiamente deluse).
Hanno annullato la loro specificità per combattere gli uomini da uomo.

Punto primo: il nemico non è l’uomo. Il nemico è il patriarcato, cioè il sistema di pensiero che incatena tutti, maschi e femmine, nei ruoli di genere. Sì, parlo di quando i maschi non possono piangere in pubblico o hanno l’ansia da prestazione.
Se il sistema maschilista ha posto il dualismo uomo-buono/donna-cattiva, il femminismo storico non ha avuto la capacità di rompere questo schema, l’ha solo invertito.

Punto secondo: non si sfida il nemico nel gioco in cui lui è più bravo. Non si batte la violenza con la violenza, la rabbia con la rabbia, ma soprattutto la repressione con la repressione. Ecco perché adoriamo il femminismo pop, che è figlio di questo secolo. Nel 2000 ci siamo regalati una ventata di novità elettrizzante.

Abbiamo capito che il culturale è politico, e che da adesso in poi le regole del gioco sono tutte femminili.

La nuova ondata di femminismo, che nasce dal web, ha avuto la lungimiranza di capire che la lotta semiotica è fondamentale tanto quanto la lotta politica, soprattutto perché, qui e ora, la donna non è più discriminata come prima dal punto di vista legislativo, e questo è l’argomento preferito di coloro che ancora negano la sua posizione di svantaggio che invece si nasconde (e nemmeno tanto) nel modo in cui i sessi si relazionano.
Le nuove femministe (e i nuovi femministi, perché stavolta la lotta è inclusiva: non solo, abbiamo capito che gli uomini vanno rieducati alla parità dei sessi e sono per questo parte attiva nel cambiamento) hanno tinte a colori brillanti.

Parola chiave: riappropriazione.

Della propria sessualità, per iniziare: si parla di porno, prodotto commerciale fatto, ad oggi, solo secondo i gusti del pubblico maschile, e di masturbazione femminile.
Internazionale ha pubblicato una serie di video che spiegano alle donne l’anatomia del proprio organo riproduttivo, visto che una percentuale altissima di donne ancora hanno insicurezze con il relazionarcisi.

Si parla di un nuovo tipo di bellezza, quella vera, non quella photoshoppata dei media che ancora propongono il modello donna-bambola: le nuove femministe non reprimono la bellezza, anzi la fanno fluire libera di prendere la forma che vuole.
Segnalo un bellissimo articolo di Freeda dal titolo “La rivoluzione porterà (anche) il rossetto”. Ci hanno educate fin da piccole a scegliere tra due modelli: o sei bella o sei intelligente. Stavolta non ci stiamo.

Il femminismo pop non combatte ai cortei, ma su internet (social e blog straripano di idee), nel mondo della moda, su Netflix (con serie tv come Orange is the new black o la nuovissima Glow), nella musica: e lo fa con intelligenza e tanto, tanto divertimento.
Abbiamo imparato dal movimento gay che le armi dell’eteronormatività non ci appartengono: per noi solo stile e libertà di espressione. I metodi degli uomini non ci appartengono e ci annoiano: stavolta combattiamo come donne, libere di essere belle e forti allo stesso tempo.

Non dimentichiamo: nuova attenzione per il linguaggio.
Quella donna ha due ovaie così. Niente botte piena e moglie ubriaca, grazie. E perché essere cazzuta dovrebbe essere un complimento?

Curioso e importante è l’apporto del mondo pubblicitario a questo fenomeno: si chiama femvertising, vuol dire che le aziende hanno capito che proponendo modelli femminili deboli o sottomessi non vendono. Quindi via ad una serie di campagne (Nike in primis) che parlano di donne libere. Sì, lo fanno per vendere, ma non per questo l’impatto sociale è meno importante.

C’è ancora chi considera il femminismo pop una versione “annacquata” del femminismo storico: Emma Watson non partecipa ai cortei, ma intanto ispira migliaia di ragazzine ad essere libere dai ruoli di genere. Beyoncè ha fatto cantare una generazione intera: Who run the world? Girls!
Grazie al femminismo pop forse tra qualche anno i risultati che usciranno googlando “le femministe” saranno diversi. (Mi immagino: le femministe sono fortissime).

In onore della bellissima campagna di Always #likeagirl, che rovescia il significato negativo del termine, sono felice di dire che la rivoluzione si sta facendo #comelefemmine!

Ludovica Perina

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