Per la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, la legge varata in Russia nel 2013 contro la “propaganda” omosessuale «viola il diritto alla libertà d’espressione ed è discriminatoria» in quanto «ha rinforzato la stigmatizzazione e i pregiudizi e incoraggiato l’omofobia». Atteggiamenti che, come si legge dalla sentenza del 20 giugno, sono «incompatibili con i valori di eguaglianza, pluralismo e tolleranza di una società democratica».

Una sentenza attesa da oltre quattro anni, da quando, nel 2013, tre attivisti russi per i diritti LGBTQI avevano presentato il caso alla Corte, dopo essere stati arrestati tra il 2009 e il 2013 per aver protestato contro alcune leggi locali anti-gay, dalle quali il Parlamento della Russia ha tratto ispirazione per scrivere la legge contro «la propaganda di relazioni sessuali non tradizionali» tra minori.

Dall’approvazione del provvedimento – passato all’unanimità – in Russia è diventata illegale qualsiasi equiparazione tra relazioni eterosessuali e omosessuali, così come distribuire materiale sui diritti dei gay che possa ledere «la salute, la moralità e lo sviluppo spirituale dei minori». Contro coloro che infrangono la legge sono previste multe che variano da 1500 a 2000 rubli per i privati, da 2000 a 5000 rubli per i funzionari e da 10mila a 20mila per i soggetti giuridici. Cifre che aumentano esponenzialmente se la “propaganda” utilizza internet o altri mezzi di comunicazione.

L’emanazione della legge, oggi condannata dalla Corte di Strasburgo, è derivata non solo dalla convinzione che parlare di omosessualità in pubblico offenda la tradizione culturale e religiosa della Russia, ma anche dalla presunzione – senza alcun riscontro scientifico – che i bambini possano diventare gay o lesbiche semplicemente ascoltando o leggendo argomenti di tematica omosessuale. Ciò significa, di fatto, esporre alla violazione della legge qualunque genitore, psicologo o insegnante che, anche privatamente, difenda la normalità dell’essere omosessuali davanti a un minorenne.

I primi soggetti ad averne accusato le conseguenze sono state decine di associazioni LGBTQ, ostacolate, multate o dichiarate illegali e costrette a chiudere. Gli attivisti di diverse regioni russe sostengono che le autorità locali utilizzano la legge della propaganda per negare loro il permesso di tenere manifestazioni e assemblee pubbliche.

Numerosi sono i casi documentati di attivisti colpiti direttamente dal provvedimento: Sergei Alekseenko, ex-direttore di Maximum, una ONG russa che offriva sostegno legale e psicologico alla comunità LGBTQI, multato e costretto a chiudere la sua associazione nel 2015 per aver pubblicato una frase in cui sosteneva che «essere gay significa essere una persona coraggiosa, forte, fiduciosa, persistente, che ha dignità e rispetto di sé»; Elena Klimova, fondatrice di un sito LGBTQI+, condannata nel 2015 e multata con 1.400 rubli; Alexander Suturin, redattore capo del quotidiano Molodoi Dalnevostochnik, condannato a un risarcimento di 1.400 rubli nel 2014 dopo aver pubblicato una storia su un insegnante licenziato per essere gay.

Tra i casi citati dalla Corte, ci sono quelli dei tre attivisti firmatari dell’appello: Nikolay Viktorovich Bayev, arrestato nel 2013 dopo aver protestato contro la nuova legge anti-propaganda gay davanti a una biblioteca per bambini con cartelloni che affermavano che “l’omossessualità è normale”; Aleksey Aleksandrovich Kiselev e Nikolay Aleksandrovich Alekseyev, arrestati per aver esposto, di fronte a una biblioteca pubblica, bandiere che elencavano famosi omosessuali russi e scritte quali “I bambini hanno il diritto di sapere”, “Anche persone importanti sono gay a volte“, “L’omosessualità è naturale e normale“.

Una delle conseguenze indirette più preoccupanti della legge anti-propaganda gay è quella di fomentare indirettamente gli atteggiamenti omofobi.

Mentre la legislazione punisce chi si schiera “eccessivamente” a favore dei diritti dei gay, in Russia non esiste alcuna legge che punisce azioni di discriminazione, pregiudizio e odio nei confronti degli omosessuali. Anche se secondo le organizzazioni per i diritti umani, nazionali e internazionali, i casi di aggressione contro gay, lesbiche e transessuali sono aumentati esponenzialmente negli ultimi quattro anni, i numeri sulla discriminazione omofobica sono confusi e difficili da reperire, soprattutto a causa della resistenza da parte della polizia russa a classificare le aggressioni omofobe in quanto tali.

Nel corso del 2015, il Russian LGBT Network, un’organizzazione russa per la promozione dei diritti umani, ha monitorato la situazione delle persone LGBTQ in nove diverse città del Paese, registrando 284 casi di violenza e discriminazione che includevano violenza fisica (52), abusi da parte delle forze dell’ordine (21), esclusione lavorativa (22 casi), violazione dei diritti di libertà ed espressione (26 casi).

Secondo gli attivisti di SOVA, un gruppo che si occupa di tracciare i numeri della violenza omofoba, le politiche conservatrici del governo offrono «un sostegno insospettabile» alla violenza perché riducono lo spazio d’azione informativa dei gruppi LGBTQI e non prendono provvedimenti seri contro gli atteggiamenti omofobi. Un sondaggio statale condotto nel 2015 sostiene che l’80% dei russi è contro il matrimonio gay, il 20% crede che gli individui dall’orientamento sessuale non tradizionale siano “pericolosi” e per questo devono essere “isolati dalla società”, mentre il 41% pensa che sia legittimo ricorrere anche all’utilizzo della forza per ridurre il fenomeno.

I recenti avvenimenti in Cecenia, dove decine di omosessuali – o sospetti tali – sono stati arrestati e torturati, hanno mostrato come la legge anti-propaganda gay rischi di esasperare una situazione già fortemente intollerante: non solo il forte tabù sull’omosessualità rende difficilmente verificabili le fonti e «quasi impossibile ottenere informazioni dalle vittime o dalle loro famiglie», ma ostacola le associazioni nel proteggere le vittime e prevenire le aggressioni.

Davanti a questi dati e dopo una lunga consultazione, la Corte Europea per i diritti umani ha deciso di approvare all’unanimità la domanda dei tre attivisti russi, accusando formalmente le disposizioni giuridiche della Federazione Russa di essere «controproducenti nel conseguimento degli obiettivi legittimi dichiarati della tutela della salute e la tutela dei diritti degli altri», perché «data la vaghezza della terminologia utilizzata e l’ambito potenzialmente illimitato della loro applicazione, queste disposizioni sono aperte ad abusi in singoli casi […] Soprattutto, adottando tali leggi, le autorità rafforzano lo stigma e i pregiudizi e incoraggiano l’omofobia».

La sentenza, in conclusione, condanna la Russia alla sanzione di 43.000 euro da pagare entro tre mesi, per aver violato gli articoli 10 e 14 della Convenzione per i diritti umani, ovvero quelli riguardanti la libertà d’espressione e la tutela dalle discriminazioni.

Rosa Uliassi

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