Una citazione comunemente attribuita a Paolo Borsellino, ma della quale non vi è alcuna fonte certa, recita: «La “Rivoluzione” si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello».
Indubbiamente il potere assegnato alla popolazione nel momento delle elezioni è rilevante, eppure a giudicare dalle percentuali di astensione, sembra che negli ultimi tempi in tanti dimentichino o sottovalutino questa responsabilità.

I ballottaggi delle amministrative che hanno avuto luogo domenica 25 giugno, infatti, hanno messo ancor più in evidenza un dato già evidente dal primo turno, e che conferma un trend presente anche a livello internazionale: l’aumento delle percentuali dell’astensione e, quindi, la sempre minore presenza dei cittadini alle urne.

L’affluenza registrata alle ultime amministrative si è fermata al 60% al primo turno e al 46% ai ballottaggi, in calo rispetto alle amministrative del 2016 (62% primo turno – 50% ballottaggi) e a quelle del 2012, in cui erano coinvolti gli stessi comuni (66% primo turno – 51% ballottaggi).
Altri dati relativi all’Italia a supporto di questa tesi sono l’astensione al 25% alle politiche del 2013 (le prime politiche nella storia della Repubblica a non raggiungere l’80% di affluenza) e le regionali del 2014 (affluenza al 58%, più bassa dell’8% rispetto alle regionali 2009).
Anche all’estero, tuttavia, la situazione non è delle più rosee: in Francia il dato dell’astensione alle elezioni per l’Assemblea legislativa di giugno è il più alto della storia della Quinta repubblica (ai ballottaggi il 57% è rimasto a casa), e negli Stati Uniti l’affluenza alle presidenziali 2016 (55,4%) è, seppur leggermente superiore al 2012 (54,1%), inferiore rispetto alle elezioni della prima era Obama (57,4%).

Le spiegazioni per questo fenomeno possono essere molteplici; sicuramente influisce una situazione di crisi dei partiti politici, mai così in difficoltà nell’avvicinare la gente alla politica. Per rendere l’idea, il partito che oggi conta più iscritti in Italia nonché il partito tuttora al governo, ovvero il PD, può contare su un bacino di 405.000 iscritti (dati 2016). Un partito di opposizione, e per giunta vicino alla scissione come era il PCI del 1990, annoverava tra le sue fila circa 1.260.000 iscritti, più del triplo del PD di oggi. E, addirittura, nessun altro partito italiano oggi riesce a superare i 200.000 iscritti, almeno stando agli ultimi dati.

Ma di fronte alla difficoltà dei partiti, c’è chi si organizza in maniera diversa.

Sono tanti i movimenti, i comitati, i collettivi e le associazioni nate e cresciute spontaneamente che operano nella vita politica, talvolta riguardo a una tematica ben precisa (ambiente, immigrazione, lavoro, eccetera) o semplicemente con un’organizzazione diversa e meno “burocratica” rispetto al partito tradizionale (collettivi auto-organizzati, centri sociali, eccetera).

In generale, quindi, bisogna prestare attenzione a non interpretare un’elevata astensione solo come un segnale di disinteresse dalla vita politica. La gestione della “cosa pubblica” è ancora argomento di grande importanza per tanti cittadini e la diffusione di internet, seppur tra le trappole delle bufale e delle “fake news“, può incrementare la fetta di popolazione capace di proporre idee per lo sviluppo attraverso nuove forme di aggregazione, come testimoniato qualche anno fa dal Movimento 5 Stelle ai suoi albori.
Tocca quindi ai cittadini saper indirizzare le proprie capacità e competenze nella direzione giusta, nella speranza che i partiti perdano quella componente “individualistica” che li ha caratterizzati negli ultimi anni (dal PSI di Craxi all’attuale PD di Renzi passando per Forza Italia di Berlusconi) e ritornino ad essere innanzitutto riferimento a livello di ideali, e in secondo luogo fucina delle future classi dirigenti.

Simone Martuscelli

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