Di solito, disporre di un cospicuo patrimonio culturale è sinonimo di ricchezza, progresso e benessere; talvolta, però, può diventare anche fonte di costi indesiderati e spese ingenti, spesso fuori portata.

È quello che, con estrema semplificazione, capita a Napoli, dove i beni archeologici rinvenuti nei cantieri della linea 1 della metropolitana cittadina sono diventati, oltre che una fonte di ricchezza culturale e turistica potenzialmente inestimabile, un pesante fardello sulla finanza non solo cittadina.

Da un’inchiesta pubblicata da Repubblica emergono dati esorbitanti sui costi sostenuti dal 2002 al solo 2013 per la realizzazione della linea 1: da un preventivo di circa 14 milioni, quale risultava nel 2002, si è arrivati ad una spesa prevista di 224 milioni di euro al 2013, con un rincaro del costo dell’opera di circa 17 volte (al netto della rivalutazione monetaria). Il motivo dei rincari è, tra l’altro, l’enorme volume di beni storici ritrovati nel corso delle operazioni di scavo di pozzi e gallerie, che hanno comportato esigenze di preservazione, smontaggio, rimozione e, in seguito, ricollocazione dei reperti.

Un grande patrimonio storico-artistico-culturale che sfida, oltre che le leggi del tempo, anche quelle di bilancio. L’esempio delle stazioni “Municipio” e “Duomo” rappresenta il caso di scuola per descrivere la situazione: le stazioni interessano lo snodo cruciale tra le piazze Dante e Garibaldi, con la prospettiva di completare il prolungamento dell’asse ferrato fino a Capodichino e “chiudere”, una volta per tutte, l’anello metropolitano tra area collinare e periferie nordest. Tuttavia, e per fortuna, senza dubbio, per le potenzialità turistiche della città, ad ogni centinaio di metri si inciampa in qualcosa di prezioso risalente all’epoca greco-romana o medievale. Normale, per una città fatta “a strati”, che conserva nei livelli inferiori del sottosuolo uno scrigno di tesori storici dal valore imponderabile; inusuale e persino sconveniente, al contrario, per le esigenze di una città del XXI secolo in perenne affanno sul fronte dei trasporti pubblici e della viabilità.

Ogni volta che si è effettuato un ritrovamento, infatti, si è dovuto mettere in campo diversi soggetti, tecnici e amministrativi, per eseguire tutte le azioni che la messa in sicurezza e la conservazione dei reperti richiedono. Azioni che, ovviamente, hanno un costo elevato. Repubblica, citando la relazione inviata dal Comune al Ministero dei Trsporti, racconta che sono stati spesi, al 2013, circa 9,5 milioni soltanto per i rimborsi di architetti e archeologi. Ma sono i soggetti che impiegano maestranze specializzate per scavi e restauri ad avere assorbito, ciascuno, intorno ai 94 milioni di euro.

Si tratta di oneri insostenibili per un bilancio in difficoltà come quello cittadino, perciò l’aiuto dello Stato è indispensabile. Qui entra in gioco il Patto per Napoli che, sull’onda di quello per la Campania, ha stabilito di approntare i finanziamenti in grado di dare un impulso decisivo alla realizzazione dell’infinita linea 1. Tuttavia, pare che i soldi siano pochi rispetto alle necessità preventivate. Se infatti si vuole dar seguito al proposito di realizzare il sospirato parco archeologico ai piedi del Maschio Angioino, si dovrebbero versare non meno di 30 milioni; ma i fondi disponibili non ammontano che a un terzo.

Diverso è il discorso per Piazza Nicola Amore, sede del più che ventennale cantiere della metropolitana che, a più riprese, è stato interrotto e riaperto proprio a causa degli scavi archeologici. Qui il progetto promette di regalare comunque una resa finale di assoluto valore: l’idea di “inscatolare” i reperti sotto una cupola di vetro e acciaio realizzata dall’archistar Massimiliano Fuksas ha da sempre acceso gli entusiasmi, almeno finché non si sono fatti i conti col portafogli comunale. Come emerso pochi giorni fa, infatti, non si riesce a capire se i soldi per completare finalmente l’opera ci siano oppure no. L’Unione Europea ha già fatto sapere che, se il cantiere non sarà rimosso entro il 2019, si perderà la fruibilità dei fondi europei stanziati finora.

Ecco perché la priorità è innanzitutto consegnare la fermata della linea 1, come avverte l’assessore alle Opere Pubbliche Mario Calabrese, intervistato dal Mattino: «Dobbiamo pensare a realizzare la stazione della metropolitana Linea 1. Poi, se ci saranno i fondi, si vedrà come realizzare la copertura (…) Sperando di rispettare i tempi che sono già molto stretti, perché il lavoro è complicato».

Del doman non c’è certezza, insomma. E la cupola, insieme col progetto del secondo parco archeologico urbano a poche centinaia di metri di distanza da quello di Piazza Municipio, rischia di naufragare nel mare dei costi che lievitano. Il sindaco De Magistris in ogni caso ha dichiarato che, se come previsto arriveranno ulteriori stanziamenti a cura del CIPE, il comitato interministeriale per la programmazione economica, non ci dovrebbero essere problemi almeno per il completamento della tratta.

Dell’espansione senza sosta della spesa pubblica per le opere metropolitane a Napoli si è occupata anche la Corte dei Conti. Nello scorso maggio, la magistratura contabile ha aperto un fascicolo per accertare le ragioni di un incremento dei costi  che ha pochi uguali in Italia e in Europa. Già rispetto alla scala continentale, il valore delle opere italiane è inspiegabilmente più alto, a fronte di un chilometraggio complessivo delle reti metropolitane irrisorio e di tempi di realizzazione biblici.

Tuttavia, secondo il magistrato istruttore Antonio Mezzera, che ha informato delle indagini soggetti amministrativi a diversi livelli, tra cui ovviamente Comune e Regione, i ritardi nelle consegne e gli sforamenti di budget appaiono difficilmente giustificabili, anche rispetto alla mediocre realtà italiana, con i soli problemi archeologici che non bastano a spiegare il fenomeno. Il nodo della questione sarebbe invece un atteggiamento di eccessiva clemenza, che sfocia anche in favoritismo, per le imprese concessionarie che hanno ottenuto il subappalto di diverse opere che, nella più rosea delle ipotesi, vedono la luce dopo lustri.

Ludovico Maremonti
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Nato a Napoli 27 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.