Intervista a Daniele Petrella, presidente dell’IRIAE (International Research Institute for Archaeology and Ethnology), in occasione della conferenza alla Mostra d’Oltremare intitolata “Napoli incontra il Mondo”, sospesa senza preavviso alcuno, durante la quale avrebbe dovuto parlare di un’importante scoperta che porta la sua firma e che riscriverà intere pagine di storia.

Nella serata di ieri, presso la Mostra d’Oltremare di Napoli, era prevista una conferenza con un ospite d’eccezione: l’archeologo Daniele Petrella che, deluso dalla totale mancanza di organizzazione per l’incontro, ha declinato l’invito a presenziare questa sera al nuovo evento, fissato per rimediare alla cattive gestione del precedente. In quest’intervista ci racconta della sua spedizione in Giappone e della sua straordinaria scoperta.

(Foto originale della spedizione subacquea in Giappone)

Daniele Petrella, classe ‘78, laureato e dottorato in archeologia e storia dell’arte del Giappone presso l’Orientale di Napoli. Prima ancora del 2012, anno in cui fonderà l’IRIAE, nel 2006 decide di partire alla volta del Giappone per collaborare alle ricerche della flotta di Kubilai Khan. 

Daniele, ci racconti della tua spedizione in Giappone?

Nel 2007, grazie all’utilizzo di nuove metodologie rispetto a quelle che fino ad allora erano state utilizzate in Giappone, riuscimmo a trovare le prime navi. Così, nel 2009 facemmo diventare quella spedizione una missione ufficiale italo-giapponese per il Ministero degli Esteri, collaborazione che va avanti tutt’oggi.

Come mai questa scoperta è così importante?

La scoperta è estremamente importante perché cambia una pagina di storia del mondo: tutti i dati che noi avevamo relativamente a questo evento storico provenivano dalle fonti scritte cinesi. Queste parlavano di due tentativi da parte dell’imperatore della Cina Kubilai Khan, nipote del noto Gengis Khan, che nel 1274 e nel 1281 tentò di invadere il Giappone come estremo tentativo di risollevare il suo prestigio nei confronti dei sudditi che non lo vedevano più come un leader conquistatore.

Dalle scoperte archeologiche risulta che il primo tentativo di invasione fu fermato dalla difesa dei samurai Giapponesi, mentre il secondo fu fermato da un tifone provvidenziale, un “vento inviato dagli dei” secondo i Giapponesi, un “vento divino” che, in lingua nipponica, si traduce con la parola “Kamikaze”. È da questo tifone che è nato, appunto, il termine ‘kamikaze’, oggi utilizzato in modo errato perché, proprio grazie ad esso, si poté impedire questa invasione da parte della flotta sino-mongola che, secondo le fonti scritte, doveva essere una flotta composta da ben 4500 navi. Questo significa che sarebbe stata la flotta di invasione più grande della storia antica. Per trovare una flotta di tale portata dovremo aspettare lo sbarco in Normandia, durante la seconda guerra mondiale.

Questa di Kubilai Khan cambia la storia del mondo perché i mongoli furono un po’ il ponte tra i due mondi. Se Kubilai Khan non fosse stato fermato dall’intervento di questi ‘kamikaze’ e avesse conquistato il Giappone, la storia del mondo oggi sarebbe totalmente diversa: l’impero non sarebbe caduto, i mongoli avrebbero continuato a conquistare luoghi. Basti pensare che quello dei mongoli era l’impero più grande del mondo, più grande di quello di Alessandro Magno o di quello dei Romani ed erano arrivati quasi a Venezia, se l’impero non fosse caduto, sicuramente avrebbero conquistato anche l’Europa e i risvolti che avremmo avuto nella nostra storia sarebbero stati del tutto diversi da quelli attuali: ad esempio, noi oggi saremmo musulmani.

Cos’altro avete scoperto durante questa spedizione? 

Abbiamo trovato delle bombe da lancio da esplosione che retrodatano l’invenzione delle stesse, che non è un’invenzione occidentale, ma è di ben due secoli prima e fu fatta ad opera dei cinesi. Inoltre, ricordiamo che Kubilai Khan è il Khan che incontrò, teoricamente, Marco Polo. Io, ad oggi, sono uno dei più forti sostenitori della teoria che Marco Polo non sia mai arrivato in Cina o, se così fosse stato, ciò che è scritto ne ‘Il Milione’ è un’opera di fantasia, avendo apportato con i dati della ricerca scientifica le prime prove materiali di questa sua finzione fino ad oggi montata unicamente su studi filologici fatti da studiosi sino-inglesi.

Quali riconoscimenti sei riuscito ad ottenere grazie a questa scoperta e cos’hai provato al momento del ritrovamento?

La scoperta ci ha fatto vincere nel 2014 – anche se dovrei dire “mi” ha fatto vincere, ma mi piace parlare del gruppo, della squadra del mio istituto – il Premio Rotondi “salvatori dell’arte nel mondo”, un premio prestigiosissimo, ci ha portato alla ribalta sul palcoscenico internazionale, abbiamo parlato di questa spedizione ovunque, in tutto il mondo, dall’Africa, all’America, alla Russia.

Ovviamente, quando trovammo le prime navi, capii subito che era una scoperta incredibile perché si tramutava in storia un mito: basti pensare che il mito dei kamikaze che salvarono il Giappone dalla flotta mongola era una sorta di favola, di leggenda che si raccontava ai bambini a scuola; invece noi l’abbiamo portata nella storia. C’è stato quindi il passaggio dal mito alla storia, è stata una scoperta importantissima. È difficile raccontare l’emozione che provai quando trovammo la flotta, anche perché eravamo sott’acqua, quindi il cuore andava a mille in un contesto in cui non è molto consigliabile che ciò avvenga.

(Il momento del ritrovamento dei primi reperti)

Ci racconti cosa è accaduto ieri alla Mostra d’Oltremare?

Mi sono recato alla Mostra d’Oltremare, dove avrei dovuto tenere il mio discorso inaugurale per presentare la mia scoperta. Non c’era nessuno a controllare la sala conferenze, che era scarna e per niente adatta all’occasione. Non era presente alcun addetto che si occupasse del montaggio del proiettore, dei microfoni. Siamo stati abbandonati a noi stessi. La segnaletica che avrebbe dovuto indicare la posizione della sala era distrutta e gettata sul pavimento. Abbiamo presentato la nostra scoperta in tutto il mondo: solo una settimana fa sono stato invitato ad Oxford e proprio qui, nella mia terra, ho dovuto subire questo trattamento che non posso fare a meno di definire osceno ed irrispettoso. Sono molto deluso. (Qui il video di protesta postato ieri sera sulla sua pagina Facebook)

Proviamo a mettere da parte la disavventura di ieri e a parlare dei tuoi progetti futuri.

I progetti futuri miei e dell’IRIAE sono tanti, prima di tutto in Giappone. Dopo aver conquistato dopo tanti anni la loro fiducia, i giapponesi ci hanno chiesto di intervenire anche su altre due ricerche. Una che ha portato alla luce un’imbarcazione di epoca Tokugawa che era l’epoca in cui vissero gli ultimi samurai, parliamo del XVII-XIX secolo. Questa imbarcazione trasportava le componenti architettoniche di un edificio shogunale, quindi governativo. È una cosa davvero emozionante che oggi a Tokio è possibile vedere ricostruito e restaurato questo edificio, e noi invece abbiamo trovato i pezzi originali affondati con la nave oneraria che abbiamo restituito alla storia.

La cosa più importante è che il Giappone ci ha chiesto di collaborare con l’Università di Okayama per riscrivere le origini del Giappone. I giapponesi non conoscono bene la loro storia, le loro origini, le loro datazioni pre-protostoriche sono molto azzardate, quindi ci hanno chiesto di studiare le loro origini e di aprire per la prima volta dei Kofun che sono delle antiche tombe protostoriche giapponesi, alcune di queste più grandi delle piramidi, mai aperte per due diversi motivi: uno ufficiale e l’altro ufficioso. Il motivo ufficiale è quello religioso: se venissero aperte, si crede che lo spirito dell’imperatore che si trova al suo interno si rivolterebbe contro il paese. Invece, quello ufficioso è che all’interno c’è la prova della loro discendenza coreana. Finalmente ci hanno autorizzato ad aprire dei Kofun e questo è un risultato incredibile.

Poi abbiamo una spedizione in India che è in procinto di partire ed è lo scavo della città di Padaliputra, ovvero la città più importante dell’antichità indiana dove regnò il famoso re Asoka, il primo re che si convertì al Buddismo. È un po’ come dire che andremo a scavare l’antica Roma dell’India. Abbiamo, inoltre, tre missioni in Egitto che ci sono state bloccate a causa della situazione socio politica del paese e infine stanno partendo delle interessanti spedizioni anche in Italia, siamo in attesa che anche queste vadano in porto.

Come riuscite a finanziare tutte queste incredibili spedizioni?

Per far fronte alle problematiche italiane a tutti ben note, lavoriamo con sponsor privati, pertanto la ricerca di società, filantropi, musei che vogliono finanziare le nostre spedizioni non è mai facile, è per questo che utilizziamo anche i media, per lanciare un appello e far sapere che abbiamo bisogno di un aiuto economico da parte di chiunque voglia legare il proprio nome a queste scoperte importanti, in cambio si potrà ottenere un ritorno di immagine fortissimo attraverso tutti i mass media e la redazione di documentari in presa diretta delle nostre spedizioni che verranno venduti a tutti i principali canali internazionali: Discovery Channel, Focus ecc. (Qui per ulteriori informazioni sulle spedizioni dell’IRIAE)

Ieri sera, alla Conferenza fantasma “Napoli incontra il Mondo” indetta presso la Mostra d’Oltremare, Daniele Petrella avrebbe dovuto tenere il discorso inaugurale all’interno del quale avrebbe raccontato della sua spedizione e delle sue incredibili scoperte. Con la collaborazione di Marco Merola, uno dei più grandi giornalisti archeologici ed etnologici esistenti al mondo, che è anche vicepresidente, nonché responsabile della comunicazione dell’IRIAE, Daniele, come ha dichiarato alla fine dell’intervista, continua a cercare di “comunicare sempre in maniera molto divulgativa e avvincente, in maniera un po’ anglo americana” le sue scoperte al pubblico, facendo in modo che, anche un “pubblico di non esperti, possa sentirsi come se stesse ascoltando una vera e propria avventura alla Indiana Jones“.

Sara Cerreto