All’indomani delle proteste contro il CETA, il mondo dell’economia europea esulta per un’altra notizia: il raggiungimento di un’intesa di massima sull’accordo UE-Giappone. Proprio il 6 luglio, infatti, il Ministro degli Esteri giapponese Fumio Kishida ha incontrato a Bruxelles Donald Tusk, presidente del Consiglio dell’Unione Europea, e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, confermando l’intesa precedentemente raggiunta con la commissaria al commercio Cecilia Malmstroem.

L’accordo UE-Giappone ha una grande importanza dal punto di vista economico e commerciale e viene presentato, al pari del CETA, come una strategi win-win, in cui entrambe le parti ne escono vincitrici: «L’Unione Europea e il Giappone hanno raggiunto oggi un accordo di massima sui principali elementi dell’Accordo di Cooperazione Economica Ue Giappone», si legge sul sito dell’Unione Europea. «Questo sarà il più importante accordo bilaterale mai raggiunto dall’Unione Europea così come lo sarà perché include uno specifico impegno sugli Accordi di Parigi».

Seppure al momento si tratti solo di un’intesa di principi, l’accordo UE-Giappone ha delle linee già abbastanza chiare (che poi costituiscono la stessa impostazione del CETA): abbassamento dei dazi doganali e delle barriere commerciali del 99%, liberalizzazione del mercato fra i due paesi, possibilità per l’Italia di esportare numerosi prodotti agroalimentari protetti da marchio DOP e IGP (con eliminazione di quelli “falsi”) e per il Giappone di immettere i propri prodotti (soprattutto quelli del settore automobilistico) nel mercato europeo. Una transizione, questa, che certamente non avverrà da un momento all’altro, ma che con questa intesa segna un buon passo avanti.

Tuttavia, l’accordo UE-Giappone porta con sé non soltanto un valore economico-commerciale ma anche strettamente politico. Il riferimento è chiaro: contro il protezionismo di Trump, l’Unione Europea mostra che la strada del libero mercato è ancora aperta e praticabile a discapito delle dichiarazioni d’intenti del presidente degli Stati Uniti.

Il presidente Juncker, infatti, ha così dato voce alla notizia: «Insieme, stiamo mandando un forte messaggio al mondo e stiamo dicendo che noi parteggiamo per un commercio aperto ed equo. Per quanto ci riguarda, non ci si protegge con il protezionismo. Soltanto lavorando insieme saremo in grado di raggiungere ambiziosi standard globali. Questo sarà il messaggio che l’Unione Europea e il Giappone porteranno insieme al G20». I riferimenti a Trump non ci sono, e nemmeno all’America, ma attraverso le parole usate il messaggio filtra chiaramente.  E, del resto, non è un caso che esso sia stato stretto proprio alla vigilia del G20 di Amburgo, quando numerosi leader mondiali si riuniranno per discutere di economia, politica e ambiente.

Si tratta di un accordo che ancora una volta ribadisce, quindi quale debba essere la linea guida dell’economia mondiale e che manda anche un chiaro messaggio politico di opposizione a determinate figure. Significativo, del resto, che nonostante sia la Cina il primo partner commerciale asiatico dell’Unione Europea, l’accordo sia stato raggiunto prima con il Giappone, tradizionalmente più vicino all’Occidente rispetto ad altri paesi asiatici. Con il grande gigante asiatico, infatti, le trattative saranno lunghe: iniziate nel 2013, attendono ancora di raggiungere un’intesa.

Similmente all’accordo UE-Giappone si può dire che faccia il CETA. Approvato dal Parlamento Europeo nel febbraio 2017 e teso ad abbassare le barriere commerciali fra Canada ed Unione Europea, il trattato stabilisce un filo diretto con una figura di presidente molto più simpatica di Trump: Justin Trudeau. Di successo dal punto di vista mediatico, apparentemente più democratico e giusto del suo vicino Trump, Justin Trudeau è quindi anche un partner sicuro dal punto di vista politico, con cui allearsi e a cui avvicinarsi, certamente più apprezzato di Trump anche dai cittadini europei.

Di tutto questo il presidente degli States sembra non curarsi, continuando a sostenere la propria linea economica: «Gli Stati Uniti hanno fatto alcuni dei peggiori accordi commerciali nella storia mondiale», ha twittato due giorni fa Donald Trump. «Perché dovremmo continuare a fare questi accordi con paesi che non ci aiutano?»

La strada che l’Unione Europea sta costruendo, dunque, è quella di una rete economica e politica fra Stati sempre più ampia, flessibile, con la possibilità di garantire un maggiore flusso di scambi. Ma che possa rivelarsi utile anche in politica e che stabilisca delle intese fra Stati e potenziali alleati.

Elisabetta Elia