In Sierra Leone il divieto del governo per migliaia di ragazze che vivono gravidanze precoci di accedere all’istruzione formale mette a rischio l’uguaglianza di genere e i processi di emancipazione femminile.

Con un punteggio di 0,650 la Sierra Leone si posiziona 179esima su 188 nella classifica che cattura le disparità di genere stilata dall’United Nationals Development Programme (UNDP) attraverso l’utilizzo del Gender Inequality Index. L’alta percentuale di abbandono scolastico tra le ragazze può essere individuata come una delle principali cause di questa performance disastrosa, in quanto un basso livello di istruzione preclude l’accesso a lavori qualificati e a salari medio-alti. Nel 2015, infatti, solo il 16,8% delle donne adulte sono riuscite a completare gli studi secondari rispetto al 29,7% dei coetanei maschi. Paradossalmente il governo del Paese, che ha dovuto coraggiosamente affrontare la riconciliazione di un popolo distrutto da anni di guerra civile (1991-2002) e dalla devastante epidemia di Ebola del 2014, sta fallendo nel riconoscere la necessità di incentivare l’emancipazione delle giovani del Paese, promuovendo politiche che discriminano e stigmatizzano una delle porzioni più vulnerabili della società. Poco dopo la fine dell’”emergenza ebola” e la riapertura delle scuole, il governo ha introdotto una politica volta a impedire l’accesso al sistema educativo regolare per le studentesse che stanno portando avanti gravidanze precoci.

Il provvedimento formalizza una consuetudine della Sierra Leone dove un’altissima percentuale di ragazze è costretta ad abbandonare gli studi a causa di una gravidanza inattesa. La ragione portata a giustificazione del provvedimento del Ministero dell’Educazione è quella di preservare le studentesse evitando di “giustificare” un comportamento considerato immorale permettendo alle ragazze incinte di continuare il loro percorso educativo. La permanenza di queste giovani nelle classi è percepita come un esempio negativo per le coetanee che potrebbe portare a un aumento dei casi di gravidanze precoci.

L’evidente incoerenza del provvedimento, che viola il diritto all’accesso all’educazione, garantito in Sierra Leone da una legge del 2004 nonché da numerosi strumenti internazionali di cui il Paese è firmatario, ha portato il governo alla creazione di programmi educativi alternativi per le giovani. I programmi riservati alle adolescenti incinte, però, potrebbero contribuire ulteriormente alla loro marginalizzazione, ghettizzandole e stigmatizzandole e fornendo dei programmi scolastici semplificati che quindi potrebbero non risultare sufficienti a una successiva integrazione nel sistema dell’istruzione regolare.

È inoltre molto dubbio il contributo che tale provvedimento potrebbe avere nella riduzione del tasso di gravidanze precoci nella popolazione ed è ragionevole chiedersi se non avrebbe più senso investire in un buon progetto di educazione sessuale nelle scuole, materia completamente assente nei curricula proposti, e di prevenzione delle violenze sessuali nella popolazione. Comprendere le cause dei numerosi casi di adolescenti incinte non è facile, sopratutto in assenza di dati precisi del fenomeno.

Uno studio condotto nel 2015 dal United National Population Fund ha rilevato che 18100 ragazze tra i dieci e i diciannove anni hanno avuto una gravidanza durante l’epidemia di Ebola e, di queste ragazze, più di diecimila erano iscritte a scuola al tempo della chiusura degli istituti come misura preventiva per evitare il contagio. La chiusura delle scuole, congiuntamente all’evacuazione di alcune aree della città, ha esposto le giovani ad ambienti non protetti dove è stato più semplice per loro avere rapporti sessuali, sia consenzienti che non. L’aumento del livello di povertà delle famiglie durante l’epidemia ha inoltre contribuito ad aggravare la vulnerabilità delle giovani che, spesso in assenza della protezione di un adulto di riferimento a causa dell’alto tasso di mortalità, hanno dovuto trovare fonti di reddito alternative finendo molto spesso a lavorare nel mercato del sesso.

Ma un’analisi che semplifichi la questione alla “emergenza ebola” rischia di presentare un quadro riduttivo che non permette di pensare a una politica di lungo periodo che protegga le adolescenti. I casi di gravidanze precoci erano infatti frequenti ben prima dell’epidemia. Bisogna sicuramente tenere in conto di come le violenze sulle donne, e sulle ragazze, siano state ricorrenti durante la guerra civile e di come spesso lo stupro fosse utilizzato come strumento contro i nemici durante i conflitti e, ad anni dalla fine della guerra, sono ancora molto frequenti i casi di violenza sulle donne. Inoltre, secondo uno studio del 2010, il 30% degli stupri di adolescenti è avvenuto in ambiente scolastico. Tutto ciò fa riflettere sulla necessità di un programma estensivo che coinvolga l’intera società che abbia come obiettivo salvaguardare i diritti delle ragazze. In questo modo sarà possibile affrontare in modo strutturale il problema delle gravidanze precoci senza stigmatizzare e marginalizzare le giovani.

Marcella Esposito