Luglio. L’estate è ormai iniziata, le vacanze non sono più un miraggio. Lettere in Soffitta però non si mette in pausa e questa settimana per il suo appuntamento con la cultura sceglie il pomo della discordia della maturità 2017: il mistero di Giorgio Caproni e della sua poesia perduta.

Mercoledì 21 giugno 2017 si svolgeva la prima prova: l’ironia dei social non ha lasciato impunito l’abbaglio ministeriale sulle quelle “traccie” tanto discusse ma inammissibile per i più è stato l’argomento proposto per l’analisi del testo.

Dalla raccolta postuma Res Amissa (1991), il testo da analizzare era “Versicoli quasi ecologici”:

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro.

L’amore finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

Le richieste ministeriali vertevano sulla contestualizzazione dei versi in riferimento alla poetica e ideologia del poeta: comprensione, ricerca del metro, di escamotage retorici e rimandi lirici per un’inquadratura precisa della visione antagonistica dell’autore nei confronti dell’agire umano.

Abbiamo provato a darne una versione.

Giorgio Caproni fu un uomo che visse appieno tutta la tragicità del 900. Nasce nel 1912 e muore nel 1990: tocca con mano la mortifera ombra della guerra, subisce la dittatura, conosce la censura e l’assenza del diritto ad un’esistenza libera. Viene chiamato alle armi durante la seconda guerra mondiale, non rinnega la Resistenza, anzi ne diventa sostenitore. Subisce le atrocità della trincea ma conserva l’umanità per i suoi compagni. Terminati gli scontri, arriva a Roma per dedicarsi all’insegnamento, alla scrittura e alla traduzione. E lì morirà.

Questi sono i versi di uomo che non solo vuole essere compreso, ma vuole anche risvegliare cognizioni assopite e destare uno stato di allerta: difende la vita, istiga al rispetto e alla dignità di un’umanità ormai inaridita.

Caproni abbandona la difficoltà di una poesia ermetica; non vuole più limiti, blocchi o muri. Abbraccia dunque la poesia onesta di Saba: quella poesia che si rifà all’honor latino, a qualcosa dunque dai nobili intenti. Una poesia pulita, chiara e semplice che ricordi la quotidianità perduta di una vita modesta ma passata. Tutto sembra cominciare a prendere forma fin dal titolo: timidi versi gravati dal suffisso latino -culus da cui nascono sostantivi denominativi diminutivi; quindi troppo deboli per categorizzarsi, questi versicoli sono per l’appunto, solo quasi ecologici. Ci si addentra così in medias res della questione. È dunque un discorso (λόγος) sull’οἶκος (che, in greco, significa letteralmente “casa, dimora” da cui appunto anche habitat e ambiente).

Non esiste alcuna natura matrigna, è evidente: se davvero bisogna ammettere che esista qualcosa di maligno al mondo, sicuramente per il poeta è l’uomo. Un’amara canzonetta, di base settenaria, fatta di rare rime alternate o perlopiù mascherate da assonanze ed enjambements pensati per i versi cruciali; nessun volo pindarico, nessuna magia metaforica, il canto diventa lamento che non deve essere soffocato. È una veglia funebre per un mondo che sta morendo a causa dell’intervento dell’essere umano che non si rende conto che, così facendo, distrugge se stesso.

Non ci sono parole diverse da una mera descrizione o un duro rimprovero per descriverlo: d’altronde la poesia è res amissa, una cosa perduta.

«Non ne trovo traccia.

Venne da me apposta
(di questo sono certo)
per farmene dono.

Non ne trovo più traccia.»

Il componimento presenta una profonda frattura nel mezzo: al v. 10 una variatio linguistica che si riflette anche sul messaggio comunicato.

La prima parte prevede un susseguirsi di imperativi che contrastano le azioni dell’uomo e il suo disastroso intervento: e chi, solo per vile tornaconto, decide di essere deturpatore del mondo, non deve e non può essere eletto cavaliere del lavoro.

La seconda parte è portavoce della sentenza poetica: a parlare sono gli occhi e la coscienza del poeta che lasciano trapelare un’accorata preghiera. Una volta scomparse l’erba, l’acqua e l’aria verde di una foresta in via di estinzione non può più esserci amore. Ciò che resta è un paese guasto, a disposizione dei superstiti che non possono far altro che pensare a «come potrebbe tornare a essere bella,scomparso l’uomo, la terra.»

Nell’Agricola (98 d.C.), Tacito scriveva dei Romani: «Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di devastazione, vanno a frugare anche il mare: […]gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare;[…]. Rubano, massacrano, rapinano e, falsi, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.»

Probabilmente Caproni, a diversi secoli di distanza, non sarebbe potuto essere più d’accordo.

Pamela Valerio

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