“Vederlo bruciare fa male al cuore”. Mi dà le spalle Donatella Pisano, mentre sfrecciamo in auto davanti al paesaggio straziante del Vesuvio in fiamme e tiriamo su i finestrini per non respirare il fumo cattivo.

Donatella è una volontaria dell’ENPA, l’Ente Nazionale Protezione Animali, così come Fabrizio Bianchini, un ex farmacista autopensionatosi e votato anima e corpo al volontariato per la salvaguardia della fauna selvatica. Scuotono entrambi la testa di fronte alle nuvole di fumo bianco che sovrastano il Vesuvio.

“Abbiamo perso centinaia di ettari di vegetazione”, mi spiega Fabrizio, “ci vorranno almeno cinquant’anni prima che possa ripristinarsi la situazione. Hanno entrambi un tono di profondo sconforto, i due volontari, nel raccontarmi la situazione che hanno vissuto e che stanno vivendo per cercare di dare una mano, di rendersi utili di fronte alla forza inarrestabile della natura.

“Non è soltanto colpa del fuoco e dei centimetri di cenere che si accumulano ogni giorno che passa, il vero colpevole di questa enorme perdita è il sale”, sostiene Fabrizio. Mi spiega che il cloruro di sodio è uno dei più potenti diserbanti naturali, “anche i Romani lo utilizzarono per distruggere Cartagine: cosparsero di sale l’intera città e dalla terra non crebbe più nulla per anni”. Carthago delenda est, dunque, esattamente come il nostro Vesuvio. A quanto pare, la responsabilità di questa epidemia di flora e fauna vesuviana, sarebbe da attribuirsi anche all’utilizzo dei canadair che, attingendo l’acqua salata direttamente dal mare, avrebbero ulteriormente aggravato la situazione.

Il problema, secondo Fabrizio, poteva essere aggirato soltanto grazie all’utilizzo di misure preventive: “la creazione di vie di fuga all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, che avrebbero consentito ai vigili del fuoco di avere un accesso migliore alle fiamme ed avrebbero impedito all’incendio di creare un cerchio di fuoco, circoscrivendo un’area enorme comprendente buona parte del Parco”.

Il mancato utilizzo da parte delle autorità di liquidi ritardanti, sostanze in grado di rallentare la combustione riducendo l’infiammabilità dei materiali esposti a fonti di calore, avrebbe arrecato, secondo il volontario ENPA, dei danni irreparabili, “non ci rimane altro che sperare nella forza dei venti e delle piogge che potranno eventualmente accelerare questa lunghissima convalescenza che la superficie vesuviana dovrà affrontare quando riusciranno a domare tutte le fiamme”.

“Abbiamo perso migliaia di animali nell’incendio”, racconta Donatella rattristata, “siamo nel periodo di schiusa delle uova delle centinaia di specie di volatili che popolavano il Parco Nazionale del Vesuvio, a causa di questo incendio abbiamo perso un’intera generazione di piccoli che non avevano ancora il piumaggio adatto per volare ed hanno dovuto arrendersi alla forza distruttiva delle fiamme”.

Scoiattoli, volpi, furetti, gran parte della fauna selvatica è stata uccisa dai roghi. Per non parlare della vegetazione e delle meraviglie alimentari tipicamente vesuviane, come il pomodorino del piennolo, o le cd ‘crisommole’ del Vesuvio.

Un’intera area verde che aveva cominciato a ricrescere in seguito all’ultima eruzione del Vesuvio datata 1944, durante la seconda guerra mondiale, e che aveva affondato le sue radici nei terreni vulcanici, un tempo così fertili, è andata perduta: ginestre, orchidee, betulle, mirto, corbezzolo, alloro, persino lo Stereocaulonvesuvianum, un lichene a forma di corallo che popolava tutta l’area verde intorno al Vesuvio e che rifletteva i riflessi argentei della luna, fu il primo vegetale a comparire in seguito all’eruzione del ’44.

Donatella e Fabrizio mi mostrano le fotografie scattate ai cani dei due canili che si trovavano sul Vesuvio, fatti sgomberare a causa degli incendi. E’ anche grazie al loro contributo e a quello degli altri volontari presenti, Rosaria Vardaro, Leandro Formicola ed Angela Marzella, che possono dirsi in salvo, li hanno trasferiti in vari canili in zone più sicure.

Chiedo loro dei gatti e delle polemiche suscitate dalla questione riguardante il maltrattamento dei felini ad opera di chi aveva incendiato loro le code, mi confermano che sono state ritrovate moltissime carcasse dai vigili del fuoco, ma anche che queste dei gatti sono state sottoposte ad un esame autoptico e nulla è risultato in merito alle illazioni fatte dai giornali.

Questa tragedia ha modificato irreparabilmente il volto del Golfo di Napoli. Fra qualche anno volgeremo lo sguardo al gigante che sovrasta il panorama partenopeo e, forse, riusciremo a renderci conto del danno che l’assenza di prevenzione e il silenzio di chi aveva la possibilità e, quindi, anche la responsabilità di fare qualcosa hanno provocato alla nostra terra.