«L’arte non è una partita di piacere. È una lotta, un ingranaggio che tritura… non sono un filosofo, non voglio sopprimere il dolore, né trovare una formula che renda stoici o indifferenti. Il dolore è, forse, quello che fa esprimere più fortemente gli artisti.»

Queste le sintomatiche parole di Vincent Van Gogh a proposito del sibillino e carnale legame che si intesse tra arte e sofferenza e che ha dominato il palcoscenico di ogni epoca.

Il dolore annichilisce e consuma, uccide lentamente, sgomina le sue vittime logorandole nell’intimo. Il dolore annienta e dissipa ogni forza, risucchia ogni energia; impietoso, stermina ogni fioco barlume di speranza. Eppure il suo potere usurante, la sua iperbolica vigoria irrompono nell’arte, sublimandosi.

«Ma da queste profonde

ferite usciranno

farfalle libere.»

(Alda Merini)

L’arte è la “farfalla libera” della sofferenza, il confortante nido in cui essa si rifugia, l’impetuoso fiume in piena in cui prorompe, il febbrile incendio in cui culmina, senza mai arrestarsi. L’arte non è nient’altro che il supremo elisir dell’anima, la dimensione trascendentale e rassicurante che accoglie ogni tormento e lo ammansisce, la superlativa nobilitazione del dolore. La disperazione confluisce nell’arte al pari di un torrente nel suo mare.

Fin dall’antica Grecia l’efferato travaglio dell’anima si riversa nella scultura. Esempio lampante di ciò è il monumentale complesso del Laocoonte: un uomo con affianco i suoi due figli sono avviluppati dalle infide viscere di alcuni serpenti. Nonostante l’atroce supplizio di Laocoonte, tuttavia, sul suo volto l’espressione dolorosa è sempre “composta”, non osa scardinare il prototipo ideale di bellezza ellenica, morigerata e sobria. Eppure nell’epoca classica la sofferenza non esibisce mai la sua perseverante inclinazione alla debolezza, alla prostrazione; al contrario essa si forgia sulle orme dell’eroismo: chi soffre, è sempre un eroe.

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Gruppo del Laocoonte

L’enfatica celebrazione della prodezza, del coraggio che aveva dominato la scena del periodo classico, nell’epoca medioevale e rinascimentale lascia spazio ad una riproduzione del dolore molto più umana ed indulgente. Icona suprema in cui al meglio si proiettano gli angosciosi affanni dell’uomo diventa la figura di Cristo. Cristo viene ritratto soprattutto nel momento della sua morte, ma non mancano rappresentazioni artistiche che immortalano altri episodi significativi della sua esistenza. Limpida testimonianza di ciò è elargita in primis da Giotto, con il suo “Compianto sul Cristo morto”, in cui l’atavico malessere non solo si evince dalla sagoma di quest’ultimo, ma anche dagli altri personaggi dell’opera, dall’aria severa e avvilita.

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“Compianto sul Cristo morto”, Giotto

Nel rinascimento ancora una volta signoreggia la scultura, e il soggetto prediletto dagli artisti è ancora Cristo. Superbo ed opulento canone è senza dubbio “La Pietà” di Michelangelo Buonarroti: il corpo di Cristo, affranto dagli odissiaci travagli della vita, si adagia sul grembo della madre Maria, sul cui volto è incisa la più incalzante forma di strazio.

È solo nell’‘800, tuttavia, con l’avvento del romanticismo, che pian piano prospera la tendenza ad “umanizzare” la sofferenza. Non c’è più necessità di ricorrere a figure mitologiche o al Cristo per tratteggiare le fattezze malinconiche e cupe del dolore. Il dolore appartiene a tutti, abita l’esistenza di tutti senza discriminazioni, inghiottendo ognuno, a modo proprio, nell’uragano della disperazione. Esso non è più composto e pudico, al contrario trabocca dagli argini della parsimonia per divampare attraverso la tela in tutta la sua veemenza.

L’amara inquietudine della vita trasuda dal volto di Ofelia nel dipinto di John Everett Millais. Ofelia, protagonista del dramma shakespeariano “Amleto”, sventuratamente annega in un ruscello dopo aver perso la ragione, a seguito della morte del padre. Le braccia aperte, gli occhi inermi che fissano il vuoto, il viso pallido ingenerano una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’arte, inaugurando finalmente l’epoca dell’ “autenticità”.

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“Ophelia”, John Everett Millais

«Cos’è disegnare? Come ci si arriva? È l’atto di aprirsi un passaggio attraverso un muro di ferro invisibile che sembra trovarsi tra ciò che si sente e che si può.»

(Vincent Van Gogh)

Le opere di Vincent Van Gogh fendono questo muro di ferro invisibile, fanno affiorare gli eterni conflitti in cui si dimena l’uomo con la sua perpetua fragilità, estaticamente contemplano la sua spietata solitudine, il malcontento interiore che dimora nella sua anima. Lo stesso malcontento aleggia anche ne “L’urlo” di Edvard Munch, icastica rappresentazione dello spasmodico disagio psichico che pervade l’essere umano e che si schianta in un grido apparentemente liberatorio. In realtà, come ad effetto rimbalzo, la trepidante angoscia impressa in quello stesso grido scava solo nell’uomo, non affrancandolo dal suo supplizio.

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“L’urlo”, Edvard Munch

«L’arte si nutre del sangue dell’artista.»

L’arte non è solo un vampiro che si nutre del sangue della’artista, ma è anche un libro di fogli bianchi su cui scrivere la propria storia, ognuna nella sua splendida diversità, solo dopo aver intinto la penna nel calamaio colorito dell’esistenza.

Clara Letizia Riccio