Se esiste una divinità, qualsiasi essa sia, possiamo immaginare che ogni tanto abbia voglia di distrarsi dalla solita routine di preghiere, richieste di grazie e invocazioni, benevole o meno, del suo nome. Allora magari decide di scendere sulla Terra per distrarsi con un po’ di sport.

Di sicuro quando ha avuto voglia di giocare a calcio ha preso le sembianze di Diego Armando Maradona, per togliersi lo sfizio del basket quelle di “Sua Ariosità” Michael Jordan, e quando il desiderio è stato quello di fare quattro scambi a tennis è diventato Roger Federer. Solo così si può spiegare la carriera di un genio assoluto, di un atleta a metà tra il poeta ed il pittore che con la racchetta non si limita a giocare a tennis ma quasi sembra dipinga, che disegni con la pallina colpi e traiettorie che noi comuni mortali faticheremmo ad immaginare con un foglio ed una matita. Che scriva pagine di storia del tennis che nessuno sceneggiatore avrebbe potuto tirare fuori dalla sua fantasia.

Roger Federer torna campione sull’erba di  Wimbledon, su quel campo centrale che è ormai casa sua, per l’ottava volta, a cinque anni dall’ultima ed a quattordici dalla prima. Torna campione battendo in tre set un Cilic combattivo ma a mezzo servizio, senza dare l’impressione di soffrire mai e senza perdere un set in tutto il torneo. Un’impresa che può avere soltanto del divino se pensiamo che appena un anno fa, dopo aver perso proprio a Wimbledon la semifinale contro Raonic, annunciava di doversi fermare per qualche mese per curare una schiena ed un ginocchio un po’ malandati. A 35 anni suonati si poteva pensare che potesse essere la fine.

Tante volte abbiamo pensato che la favola più bella della storia del tennis potesse essere finita: a partire da quel pomeriggio di luglio del 2008 quando Nadal lo costrinse a cedergli il titolo proprio sull’erba di casa, alle lacrime di Melbourne pochi mesi dopo sconfitto ancora una volta dallo spagnolo, all’eliminazione con il carneade Stakhosky appena al secondo turno di Wimbledon 2011, fino alle finali perse contro avversari più giovani e meno spettacolari, come Djokovic e Murray, che sembravano robot. Abbiamo sorriso dopo le Olimpiadi di Londra 2012 quando dichiarò che sarebbe arrivato fino a quelle di Rio, poi però abbiamo sofferto nel vederlo costretto a rinunciarvi. Anche allora abbiamo pensato che era finita, ma finita davvero.

Ed invece ci siamo sbagliati per l’ennesima volta, Roger Federer ci ha smentiti come ha sempre fatto ogni volta che questo pensiero ci ha attraversato la mente. A gennaio ha vinto a Melbourne il suo diciottesimo slam, battendo sui 5 set in finale Nadal, e già questo poteva essere il “vissero felici e contenti” della favola del Re del tennis. Ed invece oggi, con l’ennesima smentita, la favola ha assunto i contorni del divino con la vittoria del diciannovesimo Slam, l’ottavo conquistato a Wimbledon. Nessuno tra gli uomini ha mai vinto così tanto sull’erba di Londra.

A Wimbledon Roger Federer è morto e rinato cento volte, ha pianto di dolore e ed ha urlato di gioia, ha emozionato e si è lasciato emozionare. Ed allora è giusto che sia proprio qui, in quel giardino che è ormai diventato suo come non sarà mai di nessun altro, che abbia scritto l’ennesima pagina di questa favola stupenda che continua a stupire tutti quelli che se ne sono lasciati incantare.

Nessuna favola però è infinita e anche di questa, prima o poi, finiranno le pagine e quel giorno di sicuro saremo tutti un po’ più soli e tristi. Ma quel giorno non è oggi, oggi questa favola si può solo avere ancora voglia di viverla fino in fondo, all’orizzonte si vedono già gli U.S. Open: del “vissero tutti felici e contenti” non è ancora il momento.

Flavio Giordano

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