Come definireste la libertà? Vi siete mai posti il quesito su come si possa definire la libertà di un individuo? Sembra che non ci accorgiamo di quanto questo apparentemente semplice concetto sia in realtà così oscuro, ambiguo.  Tanto ambiguo che il filosofo francese Henri-Louise Bergson era intenzionato a intitolare la sua opera più famosa, L’evoluzione creatrice del 1907, proprio con questo titolo: Il problema della libertà. Le opere di Bergson, tuttavia, sono rimaste un inno alla vita, alla libertà non solo di azione ma anche di pensiero, di conoscenza. Quindi, sembrava irragionevole porre un titolo così pieno di rimorso, di critica, all’opera che più influenzerà la filosofia francese fino all’arrivo di Sartre.

Vorrei partire da una data, prima di cominciare la critica alla società di internet, e tutto quello che internet ha portato con sé dentro la società. Il Maggio del 1968. La rivoluzione alle porte dell’Europa, la società in un moto di cambiamento che ha investito tutti gli ambiti del sapere, della vita, della morte. Woodstock. Oggi la chiamiamo eufemisticamente utopia, una mera visione di cambiamento radicale. Ma cos’è stato il ’68? Un fallimento, certamente, ma che ha lasciato residui indelebili. Uno degli uomini che più di tutti ha saputo osservare le reali condizioni in cui si è venuto a creare il mondo moderno che stiamo vivendo tutt’ora, allievo spirituale di Bergson e Sartre, è stato Gilles Deleuze.

Nelle sue opere scritte a quattro mani con l’amico e psicanalista Felix Guattari sarà fondamentale il residuo filosofico del ’68, ma non solo. Deleuze e Guattari partiranno da una critica aperta a tutti gli ambiti del sapere, un decostruzionismo radicale, creato appositamente per partire atomicamente dalle problematiche che hanno investito il mondo della conoscenza, della libertà. Una delle critiche più fortemente marcate del pensiero deleuziano è quella che riguarda la concezione di desiderio di Freud, la sua produzione desiderante, che procederebbe per mancanza: «la logica del desiderio manca il proprio oggetto; sin dalla divisione platonica che ci fa scegliere tra produzione e acquisizione. Non appena poniamo il desiderio dalla parte dell’acquisizione, ci facciamo del desiderio una concezione idealistica dialettica, nichilista che lo determina in primo luogo come mancanza

Ripercorrendo la via tracciata da Jung, il quale per primo teorizzò l’influenza e l’esistenza della psiche collettiva, Deleuze e Guattari si lanciano in una valutazione cinica e spietata della concezione di inconscio di Freud, e del problema dell’Edipo. Nel primo scritto di Capitalismo e Schizofrenia, L’anti-Edipo, i due cominceranno la loro decostruzione capillare della società moderna, mettendo in luce l’esperienza chiave del genere umano, la collettività; formulando una concezione di inconscio che si avvicina più ad una fabbrica: la fabbrica dell’inconscio, che crea. Sogni, speranze, macchine desideranti. Proprio questo concetto di macchina desiderante, immesso nella società moderna, è ripreso dal concetto originario di Freud e Jung, si ripercuoterà sulla visione di mondo che il filosofo francese mantiene salda fino alla fine dei suoi giorni. Che cos’è la macchina desiderante? È l’uomo. La sua insaziabile voglia di essere vivo, che non si capacità delle sue potenzialità. È tutto, e niente. È quello che vogliamo essere e che non saremo mai. Il corpo senza organi finalmente abbandonato alla vita.

Il confronto di Deleuze con Foucault, successivamente, fisserà le basi per il suo lavoro concettualmente più proficuo: i Mille Piani, secondo capitolo di Capitalismo e Schizofrenia. Proprio il capitalismo e la schizofrenia si mettono in luce nella critica alla società portata avanti dal filosofo e dallo psicanalista. Il capitalismo è parola poco usata e poco frequente, poiché si tende a non omettere od ovattare questo specifico termine, mettendo in luce parole come “finanza”, “economia finanziaria”. Bisogna tornare a dare peso e specificità alle parole che si usa. Soprattutto, identificare. Identificare il capitalismo, come fece Foucault che, nel corso che tenne al Collegè de France nel 1978/1979, sostenne una  tesi sul capitalismo: «Bisogna tenere presente, dal punto di vista storico, che abbiamo a che fare con una figura del tutto singolare, in cui i processi economici e il quadro istituzionale si sono resi necessari a vicenda, si sono modificati e modellati in una incessante reciprocità».

Incessante reciprocità. Istituzione e capitale si sono fusi, modellati nella società, liquidità interconnessa. Bauman, il filosofo che più di tutti ha influenzato il pensiero occidentale moderno, definì ne La solitudine del cittadino Globale la libertà individuale come «la capacità di coincidere e convergere, combinarsi ed essere combinato, di unire ed essere unito».

Essere un individuo, quindi, non significa necessariamente essere libero.

L’individualità, la singola persona, è ciò a cui hanno mirato a farci diventare. Ognuno per sé stesso, con se stesso. Sempre Bauman sosterrà: «La libertà di scelta individuale opera in una cornice definita da due vincoli: la gamma delle alternative e i codici di scelta. Il principio moderno per definire il codice di scelta è stato l’educazione.[…] L’educazione, infatti, è uno sforzo istituzionalizzato per istruire ed addestrare gli individui nell’arte di usare la loro libertà di scelta in conformità con ‘agenda definita dalla legislazione». E ancora: «[…] il nostro tempo rivela una spiccata tendenza a separare il potere dalla politica, il potere capace di stabilire la portata delle scelte pratiche, fluisce grazie alla mobilità sempre meno vincolata, esso è praticamente globale, extraterritoriale».

Internet. Sotto gli occhi di tutti, alla portata di tutti, abbiamo un vero strumento di potere. I social media, il mondo di internet, tutto quello che crediamo di aver costruito per identificarci, per trovare noi stessi, ci allontana sistematicamente gli uni dagli altri. Ma, ad avviso di chi scrive, non esiste uno strumento “cattivo”, “sbagliato”. Sicuramente non con quelle che sono le reali potenzialità di internet. Sono gli uomini, le persone, a rendere questo strumento in questa veste. L’individualità, la proprietà privata teorizzata dalla gabbia di Weber, continua imperterrita a costringerci nella nostra individualità, farci credere che da soli, se la nostra solitudine è garantita e giustificata, potremo essere liberi. Ma la libertà non può esistere se non condivisa. Come il sapere, come l’amore, come i sentimenti, come quello che più ci è caro.

Ancor più palese al lettore, dopo queste argomentazioni, potrà sembrare il concetto di adattabilità. Osserviamo generazioni passare, crescere sotto l’influenza di internet, adattati alla sua continua mobilità. Ci adattiamo per qualsiasi cosa. Ma non è più un adattamento portato in auge dalle spinte rivoluzionarie, moti di cambiamento necessariamente decostruttivi; piuttosto assomiglia più a una lotta per la sopravvivenza: chi non si adatta verrà lasciato indietro, o a sguazzare nel suo “profilo privato”, eterna culla del capitale. Ci siamo volontariamente classificati, consapevolmente messi in diseguaglianza gli uni con gli altri.

Sarà allora necessario staccarsi da noi stessi, operare una decostruzione come quella di Deleuze e Guattari, come quella di Foucault; che ci potrà portare ad osservare il mondo con occhi diversi, citando Leibnizun nuovo punto di vista sul mondo». Occhi critici, occhi desideranti. Poiché sognare e vivere non possono e non dovrebbero mai percorrere strade separate.

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.