Ambra Angiolini viene accolta dal pubblico del Giffoni Film Festival. L’attrice ci ha parlato del personaggio che ha interpretato nel film “7 minuti”.

Una donna discreta, con idee chiare ed un carattere forte. Non crede di essere una super mamma, né vorrebbe diventarlo. Prova a dare delle linee guida ai suoi figli, trasmettendo quell’idea di libertà a lei molto cara. Racconta di aver dovuto combattere contro i cliché per molto tempo. Non si sente più come quella soubrette di 26 anni fa, a “Non è la Rai”, programma simbolo degli anni ’90. Oggi Ambra Angiolini sente sulle spalle il peso dell’indipendenza conquistata e, nel rispetto di chi le sta accanto, sceglie chi amare e quando: “Sono io, resto mia, che vuol dire ancora rischiare“.

Mi sono sempre definita una fantasista. Tutto ciò che è avvenuto all’inizio ha avuto a che fare con qualcosa di magico, di poco possibile da prevedere. Poi dopo la magia è subentrato il lavoro.” – così Ambra inizia il racconto del suo esordio, nel clima di magia che accompagna questa edizione del Giffoni Film Festival. Non tornerà alla musica, ma si metterà in gioco ogni volta, tra le quattro strade che in passato aveva già percorso.

Le abbiamo fatto una domanda sul film “7 minuti” di Michele Placido. La storia delle operaie a cui tocca scegliere tra il lavoro e la dignità, nella precaria condizione a cui è soggetto chi non ha la possibilità di incidere sui processi decisionali, ma chi li subisce, insomma. Ambra Angiolini, in questo film, interpreta Greta.

Nel film “7 minuti” interpreti uno dei personaggi più emblematici, la rasta-girl ribelle e senza peli sulla lingua. Hai preso contatti con qualche storia vera oppure ti sei ispirata a qualcuno in particolare?
Ambra: “Grazie. E’ una domanda che mi piace un sacco! Mi sono ispirata alla mia periferia. Io sono nata in un luogo vicino Roma, con realtà diverse, famiglie difficili, ed era quello che non ero mai riuscita a raccontare nella mia storia professionale. Avevo fatto pochi personaggi così. Tutte quelle storie hanno dentro una verità, anche scomoda. Certo, non basta la periferia per essere un eroe. Penso però che ci sia una verità più evidente; forse, i segni sono più visibili, la stanchezza è più evidente. Si è meno abituati a mascherare, ma riescono ad essere un po’ tutti così come si è. Greta volevo che mi ricordasse quando giocavo sotto casa e quali erano i miei desideri, anche quelli di difendermi. E poi sono stata abituata da un periodo di vita molto complicato: mi sono esplose delle bolle in faccia, ero di una bruttezza imbarazzante e Placido mi disse ‘Beh, meglio no? Devi avere questa pelle di merda!’ – benissimo. E’ andata più o meno così. Poi è capitato nel periodo in cui facevo anche teatro. La sera ero in teatro, all’Eliseo, con “Tradimenti”: una situazione inglese, una donna molto borghese, vestita bene, pettinata. La mattina alle 5 avevo i dread ed ero incazzata col mondo, parlavo in romano. Per cui è stato un momento in cui ho capito veramente cosa volesse dire essere bipolari. Fondamentalmente sono anche io così. Ero io.”

Sara C. Santoriello

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Rappresentante degli studenti nel Consiglio Didattico di Scienze Politiche all'Università degli studi di Salerno (2015-2017). Consigliere del Forum dei Giovani di Cava De' Tirreni. Membro della Direzione Nazionale dell'Unione Degli Studenti (biennio 2014-2016). Esecutivo di Link Fisciano (2016-2018). Segretaria della CPS (biennio 2011-2013). Reporter per AsinuPress e LiberoPensiero. Per Polis SA Magazine gestisce la rubrica "Around The Corner".