Nina Pacari, prima donna indigena ad aver occupato una carica istituzionale governativa in America Latina, nello specifico Ministra degli Esteri dell’Ecuador nel periodo 2003-2006, non smette di difendere e valorizzare quello che è l’enorme valore politico-culturale delle popolazioni indigene ecuadoriane.

La ex-ministra, militante del Movimiento Pachakutik, è tornata  nelle strade che percorreva durante l’infanzia in compagnia del padre commerciante in tessuti, ma questa volta con lo scopo di condurre quella che potremmo definire una pacifica rivoluzione culturale per il riconoscimento e la valorizzazione delle popolazioni indigene ecuadoriane. Se dal punto di vista del riconoscimento dei diritti territoriali e identitari delle popolazioni indigene sono già stati fatti passi da gigante negli ultimi anni, restano comunque difficilissimi da estirpare gli stereotipi e i comportamenti denigranti e discriminatori di questa minoranza culturale.

Nina Pacari sembra avere le idee chiare: gli stereotipi così come la ghettizzazione e la discriminazione sono fenomeni legati alla mancanza totale di educazione e di formazione rispetto la storia, la cultura e le tradizioni dei popoli indigeni, i cui membri, essendo socialmente penalizzati nell’accesso al lavoro e all’istruzione, non hanno coscienza dei loro diritti e finiscono ad assecondare i soprusi subiti.

Da più di tre anni Nina Pacari percorre le strade che connettono le diciotto comunità Kichwa della regione andina con il solo scopo di trasmettere più conoscenze possibili, attraverso le lezioni di diritto, storia e agronomia, impartite da lei stessa e altri collaboratori all’interno di quella che potremmo definire una vera e propria scuola itinerante.

All’interno delle popolazioni indigene, sono state riconosciute dal governo dell’Ecuador nel 1998, sotto la spinta della stessa Pacari, più di tredici tipi di nazionalità differenti, ognuna riconosciuta all’interno dello statuto di diritto ecuadoriano. Intervistata dal quotidiano El Pais, descrive le condizioni di discriminazione vissute negli anni dell’università passati a Quito:

«Non eravamo leader indigeni, ma semplici rappresentati delle nostre comunità nella città. L’esclusione ci accompagnava ogni giorno: per entrare in un ristorante, dovevamo portare sempre in mano i libri, affinché i locali percepissero che eravamo indigeni ma colti. Senza libri non ci era permesso entrare.»

Ciò che Nina Pacari rimpiange della sua vita di lotte è che il riconoscimento delle popolazioni indigene dal punto di vista legislativo ancora non ha portato molti risultati dal punto di vista “pratico”.

Per questo Nina Pacari, servendosi delle sue conoscenze di diritto, è scesa direttamente in campo per ricordare ai membri della comunità Kichwas (la sua comunità indigena di appartenenza) che le decisioni prese a livello comunitario hanno il carattere di sentenza e sono dunque valide e riconosciute dal governo, che può intervenire per modificarle solo attraverso il Tribunale Costituzionale.

Nei banchi della scuola itinerante della Pacari sono passate tutte le autorità locali indigene, che sono state formate nell’ambito dell’amministrazione giudiziaria da un punto di vista di gestione assolutamente collettivo, come tipico della tradizione Kichwas.

Risulterebbe interessante chiedersi a che tipo di tradizione popolare e culturale ci approcciamo quando parliamo delle popolazioni indigene: nello specifico, capire quali conseguenze avrebbero nella politica interna del Paese gruppi politici indigeni e anticoloniali quali CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador) o Pachakutik, di cui la stessa Pacari è membro.

Queste organizzazioni politiche sono totalmente autonome e indipendenti dall’ottica partitica, e propongono un’azione ideologica e pragmatica ben precisa, basata sul rispetto delle diversità attraverso forme di interculturalità, pluralità e plurinazionalità.

L’organizzazione all’interno di questi gruppi dà priorità ad alleanze con le piccole organizzazioni locali operanti nel territorio, piuttosto che con partiti politici veri e propri. Il progetto comune a questi due movimenti è quasi trascendente rispetto alla politica attuale, e si basa principalmente sul rifiuto di qualsiasi tipo di politica/economia neoliberale a favore di un’azione globalizzata di unione sociale e alla costituzione di una nuove etica basata sulla reciproca responasabilità sociale.

Questo tipo di “nuova etica” risulta alquanto problematica per uno stato come l’Ecuador, che, sebbene democratico sulla carta, ha più volte perpetuatuato ingiustizie politiche e sociali, prendendo iniziative repressive verso qualsiasi voce contraria alle sue politiche.

I punti fondamentali riportati all’interno del programma politico sottoscritto più di dieci anni fa anche dalla Pacari prevedono: l’autodeterminazione e la sovranità dei popoli; il controllo da parte delle organizzazioni popolari dell’operato politico, con possibile revoca se ritenuto ingiusto; un’attenzione reale per lo sviluppo ecologico; l’integrazione di meticci, neri, indios e altre minoranze nel tessuto sociale; il divieto di espropriazione dei terreni da parte dello Stato e una distribuzione delle risorse equa che coinvolga anche le minoranze indigene.

La rivoluzione silenziosa di Nina Pacari dura ormai da più di tre anni, e la sua scuola itinerante sembra non essere ancora pronta a chiudere i battenti. La strada da fare è ancora molta per rendere l’Ecuador un Paese rispettoso dei diritti e della cultura di queste, così come di altre minoranze, ma la Pacari, il piccolo popolo Kichwa e tante altre comunità indigene – tra cui Shuar, Achuar, Chachi, Epera, Huaorani, Siona, Secoya, Awa, Tsáchila – non sembrano ancora disposti a voler fermarsi.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.