Nelle ultime settimane si è riaccesa la tensione tra israeliani e palestinesi, a causa di una nuova escalation di violenza che Luke Baker, il responsabile dell’agenzia Reuters per Israele e Palestina, ha definito «il peggior massacro fra Israele e Palestina da anni a questa parte».

Non è facile isolarne e capirne le motivazioni, ma periodicamente Israele/Palestina vengono scossi da nuovi turbamenti. Se poi l’epicentro è proprio Gerusalemme, nucleo vulcanico del conflitto e luogo dal valore simbolico sconfinato per entrambi i popoli,  il compromesso lascia facilmente spazio ai fanatismi. Quando questo accade, più che comprendere si tenta di sperare che un singolo episodio non sia il principio di una reazione a catena verso l’ennesima carneficina. Di questo si parlava esattamente tre anni fa quando, nel luglio 2014, il rapimento e l’uccisione di tre giovani israeliani apriva il campo alla logica della forza e del martirio, con la devastante campagna militare “Margine di protezione”.

Oggi, a meno di un mese dall’attentato di Gerusalemme dove ha perso la vita una poliziotta israeliana di 23 anni, siamo di fronte a una nuova crisi interna tra i due popoli, che porta con sé un’altra volta l’aut-aut tra diplomazia e armi.

Lo scorso 14 luglio, infatti, un nuovo attacco nel cuore della Città Vecchia ha infuocato la polveriera israelo-palestinese: intorno alle sei di mattina ora italiana, tre persone hanno aperto il fuoco contro un gruppo di poliziotti israeliani vicino alla linea di confine tra Israele e Palestina. Due agenti sono morti e uno è rimasto gravemente ferito. Gli attentatori, tre arabo-israeliani provenienti da un villaggio vicino Haifa, sono stati poi raggiunti e uccisi da altri poliziotti intervenuti sul luogo.

Alla diffusione della notizia le due parti non hanno esitato a rialzare lo scontro, con dichiarazioni estremiste e provvedimenti restrittivi: Hamas, tramite il suo portavoce Sami Abu Zuhri, ha commentato l’attacco con compiacimento, definendolo «una reazione naturale al terrorismo israeliano e alla profanazione della Spianata delle Moschee» e «la prova che il popolo palestinese è unito alla resistenza». Il governo israeliano, invece, ha prima chiuso l’accesso alla Spianata delle Moschee, il terzo luogo sacro per i musulmani, e cancellato la preghiera del venerdì, la più importante della settimana, per controllare che gli attentatori non avessero nascosto altre armi dentro l’area. Poi, ha deciso di installare dei metal detector negli accessi principali della zona e di lasciarli in funzione anche dopo le proteste di massa e l’appello del WAQF, l’ente per la protezione dei beni islamici in Palestina.

Nella prima mattina di venerdì 21 luglio, infine, ha inviato migliaia di agenti in tenuta anti-sommossa nelle aree intorno alla Città Vecchia con l’ordine di limitare l’ingresso alla Spianata delle Moschee esclusivamente a chi avesse più di cinquanta anni di età. Migliaia di fedeli si sono rifiutati di passare attraverso i metal detector, decidendo di pregare per le strade limitrofe in segno di protesta. Alcuni di loro hanno iniziato a scagliare sassi e fuochi d’artificio contro gli agenti e la polizia si è scatenata con idranti, proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

Risultato di fine giornata: tre vittime palestinesi, tra cui un ragazzo di 17 anni, e centinaia di manifestanti feriti. Le violenze non hanno inondato soltanto il cuore di Gerusalemme, ma si sono estese anche in periferia e nelle altre aree del paese: a nord della Città Santa, un bambino di sette anni è rimasto gravemente intossicato dai gas lacrimogeni, mentre in Cisgiordania, nell’insediamento di Neve Tzuf, Omar Al Abed, un palestinese di 19 anni, ha accoltellato e ucciso tre coloni israeliani, prima di essere a sua volta raggiunto da dei colpi di pistola. Altri scontri si sono verificati all’ingresso di Betlemme e vicino Ramallah, nel valico di Qalandya, dove testimoni hanno riferito che circa 400 palestinesi hanno scagliato pietre contro un posto di blocco delle forze di sicurezza.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha deciso di congelare i rapporti con Tel Aviv «ad ogni livello», mentre il governo israeliano ha disposto il dispiegamento di un maggior numero di truppe intorno a Gerusalemme e in tutta la Cisgiordania. Nella notte tra sabato e domenica, un blitz dell’esercito ha portato all’arresto di 25 importanti attivisti di Hamas, tra cui un deputato e cinque miliziani già arrestati da Israele diversi anni fa e poi liberati in uno scambio di prigionieri.

Alla Giornata della collera palestinese si sono aggiunte anche espressioni di solidarietà da tutto il mondo arabo e islamico: migliaia di persone sono scese in piazza in Yemen, Turchia, Giordania, Malesia, Sudan, Indonesia e Sudafrica, dove la società civile islamica ha proclamato il digiuno ogni giovedì, finché la Spianata delle Mosche non «sarà liberata». Anche le chiese cristiane di Gerusalemme hanno congiuntamente dichiarato il loro appoggio ai musulmani nel diritto di poter accedere al luogo di culto e di pregare liberamente.

Sulla questione si è espresso con preoccupazione anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha condannato duramente la morte dei tre manifestanti palestinesi e chiesto che «questi incidenti siano pienamente investigati». Nella dichiarazione, Guterres si è anche appellato a tutti i leader politici, religiosi e comunitari affinché contribuiscano a ridurre la tensione, ribadendo che «la santità dei siti religiosi dovrebbe essere rispettata come luoghi di riflessione, non di violenza».

Un appello che difficilmente andrà in porto, soprattutto considerando le ultime dichiarazioni dei principali protagonisti dello scontro: da un lato, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu che, nel corso della conferenza stampa di domenica 23 luglio, ha annunciato di voler demolire «al più presto la casa dello spregevole assassino», responsabile della morte dei tre coloni, che ha definito «una belva umana, aizzata da odiatori di ebrei»; dall’altro, il leader di Hamas Ismail Haniyeh, che poco prima ha telefonato alla famiglia dell’attentatore per congratularsi dell’attacco condotto dal figlio.

Rosa Uliassi

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Studentessa di filosofia a Bologna, appassionata di eno-gastronomia e di viaggi. Mi interessano le questioni legate ai diritti umani e alla tutela delle minoranze, nel loro manifestarsi all’interno dei diversi contesti storico-politici.