Sito in via dei Tribunali presso il Palazzo Ricca,  l’Archivio Storico del Banco di Napoli, costituisce lo scrigno che custodisce quasi 500 anni di storia economica, sociale ed artistica del meridione e non solo, tant’è che ad oggi è considerato il più grande archivio di natura bancaria al mondo.

napoli archivio storico

La costituzione dei Banchi napoletani risale al 1539, anno di fondazione del primo Banco di Napoli, il Monte di Pietà, nato per volontà dei gentiluomini napoletani Don Aurelio Paparo e Don Leonardo di Palma, che offriva la possibilità di prestiti fino a dieci ducati. Nel 1563, un gruppo di avvocati napoletani fondò il Sacro Monte dei Poveri, istituzione volta a fornire prestiti su pegno e senza interessi ai carcerati indigenti. Grazie ai numerosi donativi, l’attività del Sacro Monte si ampliò, includendo la fondazione di infermerie nelle carceri, la beneficenza fuori dalle prigioni, l’assistenza medica ai più poveri e il riscatto dei debiti dei carcerati. Tutti i Banchi di Napoli sorsero originariamente con la finalità del Sacro Monte dei Poveri, ossia con l’obiettivo di fare beneficenza piuttosto che produrre guadagni. Nonostante la crisi monetaria del 1622, che contribuì alla diffusione di prestiti su pegni fruttiferi e non più gratuiti, l’attività del Sacro Monte dei Poveri, rinominato nel 1600 Monte e Banco dei Poveri, si presentava ormai consolidata e disponeva di una clientela stabile.

Successivamente, dopo il Monte di Pietà e il Monte dei Poveri, sorsero  i banchi di Ave Gratia Piena nel 1587, di Santa Maria del Popolo nel 1589, dello Spinto Santo nel 1590, di Sant’Eligio nel 1592, di San Giacomo e Vittoria nel 1598 e del Santissimo Salvatore nel 1640, per un totale di otto banchi.

Fu Ferdinando I di Borbone nel 1794 a riunire gli otto banchi nel Banco Nazionale di Napoli, istituzione che non poté sottrarsi alla crisi dilagante nel periodo napoleonico, che portò alla  soppressione del Banco del Popolo e del Salvatore, mentre il Banco di San Giacomo divenne il Banco di Corte e gli altri quattro superstiti finirono per formare il Banco dei Privati, sostituito nel 1808 dal Banco Nazionale delle due Sicilie.

Il 20 novembre 1809, con un decreto, Murat fuse il Banco di Corte e il Banco Nazionale nel “Banco delle due Sicilie”, dotato di  una cassa di Corte e di una dei Privati. Dunque nel neonato Banco confluivano in realtà due secoli di storia sociale, economica, giuridica dei Banchi, conservati dalle scritture che nel 1819 confluirono a formare l’Archivio Generale.

Situate all’interno di 330 stanze nel Palazzo Ricca, le scritture dell’Archivio si dividono in Patrimoniali (2.478 unità riguardanti la vita interna dei Banchi) e Apodissarie (ossia dimostrative, 276.595 unità attinenti i rapporti con la clientela). Le scritture apodissarie sono costituite dai libri dei conti, dai depositi dei clienti, sotto forma di  fedi di credito e di polizze. Surrogato della moneta, la fede di credito era un titolo negoziabile e girabile, che fu invenzione dei banchi pubblici napoletani dalla metà del secolo XVI. Questo tipo di scritture era conservato mediante il caratteristico metodo delle filze: fogli di carta raccolti e infilzati con il fil di ferro e poi appesi al soffitto.

Oggi, l’attività della Fondazione si propone di innescare un circolo virtuoso, nel quale coinvolgere i singoli cittadini, i personaggi pubblici e tutte le istituzioni che intendono contribuire al sociale e al miglioramento dello stile di vita comunitario. Da questo intento filantropico è nato “Meridionare: donare per il sud, una goccia di orgoglio per un mare di opportunità”, il primo crowdfunding social del Mezzogiorno.

Il Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli si è aggiudicato “Premio dell’Unione europea per il patrimonio culturale / Europa Nostra Awards 2017”, assegnato dalla Commissione Europea ed Europa Nostra: la massima onorificenza a livello europeo nel settore della valorizzazione dei beni culturali. Tutto ciò grazie al progetto ilCartastorie“: gli archivi si raccontano”: un museo che, grazie alla multimedialità e alle più moderne forme di scrittura creativa, lascia che a parlare siano gli 80 km di scaffali dell’Archivio, con i loro diciassette milioni di nomi, con centinaia di migliaia di pagamenti e causali che rappresentano l’immagine viva della Napoli cinquecentesca, fino ad oggi. Una Napoli con le sue figure tradizionali, con i suoi miti, con le sue leggende, con le sue icone, Caravaggio, Filippo di Borbone, San Gennaro e il patto del 1656, con la realizzazione del Museo del Tesoro del Santo: intramontabili personaggi di un’altra età, che continuano a parlare grazie ai documenti rinvenuti nell’Archivio, un pozzo di storia dal valore inestimabile .

«Credo che la gente si affidi ai santi perché ai santi non puoi mettere fretta. Perché dei santi ci si fida e basta, poi le grazie – non vorrei bestemmiare, ma credo che c’entri anche la fortuna – prima o poi arrivano. Insomma, le cose migliorano, alle volte. 

Attori di questo teatro di gioie. Sceneggiatura e inganno di questo paradiso in piazza. Ce ne restiamo seduti sullo scheletro del nostro lavoro, poi, a guardare i resti dell’entusiasmo, le cicatrici del miracolo».

Sonia Zeno

 

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