Wade Guyton, uno degli artisti americani più importanti dell’ultima generazione, invade il terzo piano del museo Madre: è la prima personale dedicatagli in un’istituzione pubblica italiana.

Wade Guyton ricerca i simboli e i significati della diffusione di immagini digitali all’interno del sistema di comunicazione di massa: si sente forte l’eco della pop art e dell’arte concettuale per un artista le cui opere non hanno nulla di artigiano. Il disegno, la pittura, la creazione manuale sono sostituiti da un lavoro puramente digitale: immagini, segni, motivi sono prima recuperati dal web, poi modificati tramite programmi molto noti come Word e Photoshop, ed infine stampati su tela con stampanti a getto d’inchiostro.
È sempre e solo atto di trasferimento: la genesi non è pura, ma storpiata da numerosi copia-incolla che ad ogni passaggio trasformano la materia precedente.

Il significato del lavoro di Wade Guyton non giace nell’opera in sé, bensì nel processo della sua creazione. L’artista spinge al limite le possibilità degli strumenti che usa: sovrapposizioni impreviste, errori di stampa, incidenti o disfunzioni sono marcate al massimo. Nell’inserire alcune tele in una stampante nella creazione dell’opera Fire Painting, ad esempio, queste rimasero incastrare nella stampante, che creò effetti di colore inaspettati.

In Wade Guyton è quindi molto chiara la presenza di temi tipici della pop art, come la riproducibilità dell’immagine, la riflessione sulla propria unicità o meno e, quindi, sulla sua vera natura.

Non a caso, per la collezione creata specificatamente per il Madre, Wade Guyton richiama l’opera che più di tutte ha legato il re dell’arte pop, Andy Warhol, alla città di Napoli: FATE PRESTO, la gigantesca prima pagina de Il mattino che il grande artista creò in seguito all’appello lanciato da Lucio Amelio in seguito al terremoto che nel 1980 devastò Napoli e l’Irpinia.

L’opera in questione è quella da cui prende il nome la mostra: SIAMO ARRIVATI è la stampa di una pagina de Il mattino in cui la notizia dell’attività microsismica dei campi flegrei è incorniciata da prepotenti inserzioni pubblicitarie di aziende globalizzate come Euronics e, in particolare, McDonald’s.

madre Wade Guytonmadre Wade Guyton

Il paragone tra le due opere rende subito chiaro come nella versione di Guyton l’artista tenda ad una critica alla globalizzazione, alla tecnologia e al bombardamento mediatico che rende la sua produzione di arte “pop” irrimediabilmente diversa da quella che poteva essere fatta negli anni 80 da Warhol. Questa difficoltà espressiva, la strada dell’artista che si fa sempre più ardua in un mondo che è sempre più stratificato nei suoi significati e quindi anche, di riflesso, nelle sue critiche, è rappresentata dalle disfunzioni, dagli inceppamenti, dalle macchie di colore, dalle immagini sovrapposte: molte delle opere sono dei dittici formati da due versioni della stessa immagine, uniti lungo la loro asse verticale in modo sempre impreciso, creando un effetto di mancata sincronizzazione tra i due messaggi, una sorte di incomunicabilità semiotica.

madre Wade Guyton

La mostra è stata creata a Napoli per Napoli: in primis nel tono quasi minaccioso che assume lo slogan di McDonald’s. Siamo arrivati. Colonizzatori capitalisti e globalizzati. Contro una città che ancora stringe gelosamente le sue tradizioni a mani piene. Sul cibo più di tutto.

Le opere in mostra sono state prodotte durante la residenza di Wade Guyton e del suo team nella città partenopea: lo studio di New York è stato delocalizzato in una nuova e moderna versione del Grand Tour, il tradizionale viaggio in Italia. Siamo arrivati, appunto.

Ludovica Perina