Anche per la prossima stagione la maglia numero 10 della Juventus rimarrà senza un inquilino.

Dopo un chiacchieratissimo sondaggio tra tifosi ed una attento confronto con la dirigenza si è deciso che il neo acquisto bianconero, Federico Bernardeschi, non indosserà quel totem che fu di Platini, Baggio e soprattutto Del Piero.

«È stata una scelta condivisa con la società, perché qui c’è molto rispetto per questa maglia e credo sia giusto che io debba dimostrare di poterla indossare, così come ho fatto a Firenze». Queste le parole del giovane talento fiorentino in occasione della sua presentazione, nel corso della quale ha altresì menzionato i motivi religiosi che lo hanno spinto a “ripiegare” (parole sue) sulla maglia numero 33. Insomma, quel che sembra traspirare dalle parole di Bernardeschi è una inaspettata e rispettabilissima umiltà, molto lontana dai discutibili comportamenti messi in atto nella scorsa stagione e che causarono molti contrasti con Paulo Sousa, cosi come lontana dai 40 milioni per i quali è valso il suo cartellino.

Ma quella di non indossare la dieci è stata veramente una scelta del gioiellino ex viola? O, piuttosto, può essere attribuibile alla dirigenza bianconera, quindi riconducibile ad ordini provenienti dall’alto? In effetti, lo stesso Bernardeschi non ha nascosto il suo desiderio di indossare la maglia numero 10, dichiarando: «il prossimo anno vedremo. Il dieci mi piace, fosse stato per me lo avrei preso… ho ripiegato sul 33». Parole che sembrano essere l’effetto di quanto deciso da qualcuno situato in posizioni più alte nell’organico societario. Infatti, tutto sembra assumere dei contorni più chiari leggendo le dichiarazioni dell’AD Giuseppe Marotta: «È un talento, deve diventare campione con personalità e assumere autorevolezza in un gruppo che esige queste cose. La 10 è una maglia pesante nella storia della Juventus e del Calcio in generale. Lo valuteremo. È anche una forma di protezione per non esporre Federico a troppe responsabilità».

Eppure, i tifosi bianconeri, all’esito di varie consultazioni e sondaggi, si erano espressi a favore dell’assegnazione della numero 10 a Bernardeschi, tramite l’affissione di uno striscione che, rievocando la necessità che quella maglietta fosse indossata da qualcuno, recitava: “la 10 non può stare senza padrone. Benvenuto Fede. Vincere è la nostra missione“.

Insomma, tenendo presente il desiderio celato del neo attaccante bianconero di indossare il 10 e lo schieramento della tifoseria a supporto di tale sogno, la scelta di lasciare senza affidatario la storica casacca juventina può essere sicuramente ricondotta alla fermezza della dirigenza bianconera nel voler “far sudare” la conquista di quel numero che tanto ha rappresentato nella storia del Club torinese.

Qualcuno potrebbe opporsi a questa linea di pensiero rievocando l’assegnazione della 10 a Tevez e Pogba, che, seguendo la succitata impostazione, avrebbe dovuto essere ugualmente evitata. Senonché, è possibile individuare molteplici motivi che verosimilmente indussero la società campione d’Italia ad affidare la pesante eredità del Diez al talento francese, attualmente in forza al Manchester Utd, e all’esperto calciatore argentino.

Da un lato, Carlos Tevez rappresentava un profilo dotato di elevata esperienza internazionale, avendo già conquistato, all’epoca del trasferimento alla Juventus, una Champions League e svariati titoli nazionali, tra cui tre Premier League. Di fronte ad un giocatore di tale caratura, l’affidamento della maglia numero 10, tra le altre cose, appena lasciata vacante dall’addio di Alessandro Del Piero, pur tra qualche polemica, fu deciso senza troppi tentennamenti. Paradossalmente, in quella circostanza, la scelta societaria rispondeva proprio alla necessità opposta a quella attuale, ovvero caricare di responsabilità il fuoriclasse argentino, renderlo consapevole della sua importanza per la squadra ai fini della vittoria in Europa. Scelta che, seppur con un anno di ritardo, seppe produrre i suoi “parziali” risultati, considerando che Tevez fu uno dei protagonisti che condusse la Juventus a giocarsi la rimpianta finale di Champions League persa per 3 a 1 contro il Barcellona di Leo Messi.

Dall’altro lato, Paul Pogba costituiva, al contrario, l’esempio perfetto di colui che Bernardeschi dovrà aspirare a diventare, vale a dire un giocatore che si è guadagnato un merito con il sudore della fronte, distinguendosi grazie al suo lavoro e alle sue giocate apprezzate in tutto il mondo. Invero, il talento francese, dopo essersi contraddistinto per anni con la numero 6, arrivava ad indossare la numero 10 dopo che Tevez lasciava la Juventus alla volta del ritorno al Boca Juniors, ma soprattutto dopo una lunga scalata che lo aveva visto protagonista, partendo dalle giovanili fino a conquistarsi un posto da titolare nella Juve di Antonio Conte, nella quale si presentò con quel magnifico gol segnato al Napoli allo Juventus Stadium.

Juventus Bernardeschi: quando il colpo non è ancora da 10

Addirittura, si pensi che a volte nemmeno il merito calcistico è ritenuto sufficiente per conquistare “la maglia”, se a scontrarsi con esso è la vera umiltà del giocatore. Lo stesso Paulo Dybala, ormai gioiello apprezzato e ricercato dai club di mezza Europa, resosi consapevole dell’importanza di quel numero e delle responsabilità che esso comporta, in passato ha annunciato: «Il 10 di Alex è duro da portare. Io non chiederò mai il numero 10, se la società mi chiederà di farlo ne riparleremo». Allo stato, nonostante le sue magnifiche prestazioni e il suo valore universalmente riconosciuto, una richiesta non è mai stata avanzata, segno della realistica umiltà de la Joya, che sente di dover lavorare ancora parecchio prima di potersi guadagnare un merito così importante e di poter essere affiancato alle leggende numero 10 della Vecchia Signora.

Quel che è certo è che con la decisione di non concedere la numero 10 a Bernardeschi, la Juventus si è ancora una volta dimostrata una società seria e professionale, che fa del lavoro e dell’umiltà i capisaldi della gestione della squadra. Affidare un’eredità così pesante ad un giovane proveniente da un’unica stagione calcistica nella quale, pur senza alti e bassi, è riuscito a distinguersi, e che, comunque, a volte sa evidenziarsi anche grazie al suo carattere complicato, sarebbe stato un azzardo. Per il resto, non ci resta che attendere e capire se le annate disputate dal ragazzo saranno tali da indurre la società ad affidargli, un giorno, la storica casacca bianconera.

Amedeo Polichetti

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