«Un voto storico», così alcune testate italiane hanno definito la legge votata dal parlamento tunisino il 26 luglio 2017. I quarantatré articoli sono stati approvati all’unanimità in un Paese che fin dal 1956 è stato un simbolo di emancipazione femminile all’interno dell’area nordafricana. Tuttavia il testo di legge non specifica in che modo lo Stato finanzierà le misure adottate, dando adito a dubbi sull’effettiva messa in atto dei provvedimenti.

Il «voto storico» non è un fulmine a ciel sereno nella storia della Tunisia, che fin dagli anni dell’indipendenza è sempre stata un Paese a maggioranza musulmana tra i più avanzati in materia di diritti delle donne.

Nel 1956 il Codice di Statuto Personale rappresentò un cambiamento epocale nella vita dei cittadini tunisini: fino a quel momento in materia di famiglia la religione era l’unica voce in capitolo, secondo le norme del rito malichita che si rifanno in maniera abbastanza fedele alle fonti del diritto islamico, Corano e Sunna, testi redatti più di 1300 anni fa. Il popolo tunisino, sotto l’egida del presidente Bourghiba e del governo nazionalista, prese la decisione coraggiosa di reinterpretare le scritture in chiave moderna, adattandole ai bisogni della società.

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“Votate per l’indipendenza”, 1956

Scomparirono i tribunali religiosi e fu abolita in maniera definitiva la poligamia, uno degli aspetti più eclatanti del Codice. Il divorzio fu regolamentato e reso equo: non fu più possibile per il marito ripudiare la moglie unilateralmente alla sola presenza di alcuni testimoni, ma fu introdotto l’obbligo di presentarsi in tribunale e la possibilità per le donne di divorziare senza il permesso del partner. Tuttavia, alcune questioni furono lasciate in sospeso, come la potestà dei figli (tradizionalmente affidata al padre in maniera esclusiva, dal 1956 le donne ottennero la custodia ma non la tutela legale della prole), le disuguaglianze in tema di eredità (una donna musulmana eredità la metà dei suoi fratelli) e la clausola matrimoniale dell’obbedienza dovuta dalla donna al marito.

Un altro dato interessante sulla prima repubblica della Tunisia sono le misure riguardanti il controllo delle nascite: per diminuire il tasso di natalità, insostenibile per una rapida crescita economica, il governo puntò sull’informazione e sul libero accesso alla contraccezione. Insieme all’alfabetizzazione venne portato avanti un progetto di pianificazione familiare attraverso una serie di leggi che dagli anni ’60 in poi incentivarono l’informazione relativa ai contraccettivi e la loro libera vendita nella farmacie, fino alla legalizzazione dell’aborto (entro tre mesi dal concepimento, in caso di rischio per la salute della madre oppure se non ci sono le condizioni economiche per crescere il bambino) avvenuta nel 1973.

Queste prime riforme non furono un successo totale, soprattutto per quanto riguarda il controllo demografico, tuttavia ebbero il merito di far nascere da subito una coscienza civile attenta al tema dell’uguaglianza e della salvaguardia la donna all’interno della famiglia. È grazie all’impegno costante del movimento femminista se dagli anni ’60 in poi una serie di emendamenti indirizzarono il Paese verso una sempre maggiore uguaglianza anche in ambito pubblico.

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Il primo presidente della Tunisia Habib Bourghiba insieme al presidente americano John Fitzgerald Kennedy

Nel 1993, in pieno regime di Ben Ali, fu riformato il Codice di Nazionalità che fino a quel momento prevedeva che la cittadinanza potesse essere trasmessa solamente per linea paterna. L’inedita possibilità per le donne di essere fonte di ius sanguinis rappresentò un enorme passo avanti non solo nell’ambito della tutela dei figli, e quindi del ruolo della donna all’interno della famiglia che si allontanava sempre più da un anacronistico modello patriarcale, ma soprattutto nell’ambito dei diritti civili delle donne fu una spinta verso una cittadinanza equa.

Nel 2011 fu proprio la Tunisia ad innescare il cosiddetto movimento delle Primavere Arabe. La “Rivoluzione dei Gelsomini” fu un moto spontaneo di opposizione alla corruzione dilagante e ai soprusi di Ben Ali e dei suoi familiari: il popolo rivendicava la karama (dignità) e in poco tempo il regime cadde. Subito un’assemblea costituente, eletta a suffragio universale, si mise a lavoro, ma solo nel febbraio 2014 vide la luce la terza Costituzione tunisina.

Una delle novità fondamentali della nuova Costituzione sono gli articoli 21 e 46 che sanciscono il principio della parità di diritti e doveri di cittadine e cittadini e promuovono la parità di genere nei consigli elettivi. Ad oggi, il 31% del parlamento tunisino è costituito da donne contro lo scarso 20% di presenza femminile nel Congresso statunitense.

Dal 2013 con il National Action Plan for the Elimination of Violence against Women la questione della violenza sulle donne è tornata nel dibattito pubblico, tuttavia sono dovuti passare altri quattro anni per vedere finalmente delle leggi che condannino gli autori di stupri, violenze e molestie.

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Le proteste del 2011 contro il regime di Ben Ali

La Legge contro la Violenza sulle donne prevede una serie di misure per prevenire i casi di violenza domestica, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli. In linea con i principi stabiliti dalle Nazioni Unite la violenza di genere viene definita come «qualsiasi aggressione fisica, morale, sessuale o economica contro le donne basata sulla discriminazione tra i sessi». La legge comprende, oltre alla violenza perpetrata entro i confini familiari, la punizione delle molestie sessuali nello spazio pubblico, e, dal punto di vista economico contempla, l’abolizione dell’impiego di bambine come collaboratrici domestiche e multa chi opera discriminazione salariale nei confronti delle donne.

La possibilità di ottenere ordinanze restrittive contro chi è stato autore di violenza, senza l’obbligo di denunciare l’aggressore penalmente o divorziare è considerato tra i provvedimenti più efficaci per proteggere le vittime di violenza domestica, insieme al libero accesso ad assistenza legale, medica e psicologica.

Secondo Amna Guellali, direttrice di Human Rights Watch in Tunisia, c’è ancora molta strada da fare per un’effettiva parità. Intanto la legge non specifica da dove proverranno i fondi che dovrebbero sostenere i rifugi per le vittime di abusi, i programmi di formazione per le forze di sicurezza e il supporto economico a lungo termine per le donne che lasciano la propria casa, mettendo in dubbio l’effettiva applicazione delle leggi. Inoltre ci sono alcune parti del Codice di Statuto Personale che rimangono discriminatorie, come la definizione dell’uomo “capo della famiglia” e le disuguaglianze nel diritto ereditario.

Claudia Tatangelo