L’arte contemporanea ha ancora un pubblico capace di comprenderla? Questa è la domanda con cui Maurizio Cecchetti apre il suo testo Mi ha dato nell’occhio. Molti esperti sono ormai detentori di una conoscenza autoreferenziale e, per tal motivo, l’autore preferisce lo sguardo dello spettatore comune che, non avendo né categorie né feticismi, vede “altro”. Questi non potrà mai identificarsi nell’artista, ma può sperimentare coi propri sensi, con la propria mente e col proprio sguardo ciò che costituisce la forma dell’opera.

A testimonianza della sua intenzione, Cecchetti riporta un episodio che ebbe luogo in occasione di un’antologica su Salvador Dalì: una maestra lasciò gli alunni liberi di guardare un acquerello dell’artista catalano. La fantasia sembrò condurre oltre un ragazzone che, nelle Tre figure persiane scorse una “Gallina Immaginaria” (sic!). A ben guardare, anche quel giovane spettatore fece la sua spontanea critica d’arte. Nel testo, Cecchetti indaga l’arte in generale attraverso lo studio del fenomeno particolare e mette in luce ciò che gli ha dato nell’occhio durante le visite ad alcune mostre, appuntando sensazioni e impressioni. Il critico tenta di uscire dal suo ruolo di conoscitore, osservando l’opera d’arte da “impreparato”, così da vivere l’imprevisto e lasciarsi provocare dal fenomeno.

Nonostante questo, l’autore non riesce a distaccarsi del tutto dal ruolo di critico che inevitabilmente lo caratterizza. Per lo scrittore compito del critico è quello di vedere nelle opere ciò che è sfuggito al controllo dell’artista. Uscendo dalla reificazione dell’opera, il critico deve considerare in essa un’oltranza della forma. È il critico stesso ad essere metodo per la critica d’arte, esso non può avere solo una preparazione tecnica ma deve coltivare anche un senso etico e sociale. Tuttavia, molte problematiche impediscono l’applicazione di questo metodo.

In primis le avanguardie del Novecento e la loro provocatoria poetica nichilista sono oggi costantemente replicate e per ciò stesso private della loro carica rivoluzionaria, alla quale si sovrappongono le regole del mercato. Si aggiunga che la decanonizzazione dell’arte ha generato molti danni e scarse possibilità di rendere l’opera artistica un afflato poetico, unico e irripetibile.

L’autore apre il primo capitolo con l’elogio ad una donna, quella delle pulizie. La signora, portando via, involontariamente, alcuni pezzi di carta da un’opera di Beuys, ha mostrato al mondo quanto facilmente l’arte contemporanea possa essere confusa con ciò che arte non è. Un problema critico ancora assai vivo e controverso come dimostra il fatto che il mondo dell’arte cerca in tutti i modi di distinguersi dagli altri media visivi.

Interessanti i due argomenti che Cecchetti affronta nella seconda parte del volume: il tema del falso e del kitsch (argomento che apre una voragine di disagio sotto i piedi di noi instabili individui contemporanei); il rapporto contemporaneo tra arte e religione. Indagando questo rapporto, Cecchetti mette in luce l’emergere del fattore politica tra due monoliti della storia incorsi, nella prospettiva di Jean-Hubert Martin, in un insolubile divorzio: lo spirituale/religioso e l’arte.

Il tema aperto nel capitolo “Il delitto imperfetto”, pone l’accento su casi e fenomeni artistici discussi ma mai veramente risolti, quali la civiltà dell’immagine di Vermer in contrasto con la presunta civiltà dell’immagine contemporanea; la conversione di Sergej Bulgakov alla visione della Madonna Sistina; la scultura di cera; la vestizione rituale delle statue sacre.

Ed è proprio questa idea di sacralità che ritorna nelle pagine successive, in cui essa viene messa in rapporto all’arte e all’antropologia. L’arte primitiva, e le sue implicazioni di ordine sacro, sono state divorate da un Occidente che, scoprendosi sempre più “marginale”, reagisce rivendicando un centro che non le appartiene più.

Di questo Occidente, Parigi non può che essere la nuova Atene. È forse per questo che vale la pena ricordare lo sguardo che Cecchetti rivolge all’arte parigina tra ‘800 e ‘900. La capitale francese ha consegnato al mondo un ideale estetico che le generazioni successive hanno trattato come corpo da spolpare. Il critico dedica retrospettive agli eroi dell’impressionismo e del realismo, senza togliere spazio ad altri personaggi cruciali per l’arte ottocentesca. Ribalta i punti di vista su questi mostri sacri che, in quanto sacri, sono passati alla storia come feticci inviolabili e spesso mitologici. Courbet diventa un borghese; Daumier è il paladino della libera espressione tra satira e poesia; l’opera di Hakusai ispira ma difficilmente viene compresa dalla civiltà occidentale; Violet-Le-Duc, da sempre additato come un falsificatore di storia, diviene un testimone di un medioevo immaginato con le sue chimere neogotiche.
Dalla stanza dell’oro si passa a quella del banchetto. Tra i commensali, Manzoni e Klein che non vedono più l’arte esposta in un museo ma sul palcoscenico mediatico; Bacon che deforma l’idea di canone per restituire una possibile sintesi tra materia e spirito; Warhol il mercante di icone e molti altri. Questi diventano, per la penna di Cecchetti, gli avventori di una cena di cannibali dove l’arte mangia l’arte e si rinnova.

Si giunge così all’ottimistica conclusione, in cui lo scrittore identifica un gruppo di artisti viventi che nella loro produzione sono riusciti ad abbandonare il concetto arganiano di morte dell’arte, reinventando una nuova operatività senza sacrificare quell’immaginario, arcaico e primitivo, antropologicamente atavico, che è all’origine della produzione artistica.

Carlo Zarone

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