Sparrow, letteralmente “passero”, è il nome con cui Ye Haiyan, attivista per i diritti dei minori e fervida sostenitrice della legalizzazione della prostituzione in Cina, si fa chiamare. Attorno al suo nome e al suo operato l’opinione pubblica è divisa tra chi la sostiene ardentemente e chi, invece, cerca in tutti i modi di tarparle le ali.

Il lavoro e il coraggio di Ye e di alcuni attivisti che la sostengono è magistralmente raccontato nel documentario Hooligan Sparrow, scritto e prodotto da Nanfu Wang e mandato in onda da Netflix il 24 ottobre 2016. La giovane Nanfu Wang, armata solo di una telecamera e di un paio di occhiali con videocamera incorporata, ha coraggiosamente seguito le vicende di Ye Haiyan durante tutta l’estate del 2013.

Gli attivisti hanno iniziato protestando contro un caso di stupro avvenuto nel mese di maggio 2013. Ad essere coinvolti erano il preside di una scuola della provincia di Hainan, un funzionario governativo e sei studentesse, dagli 11 ai 14 anni, della Wanning No. 2 Primary School scomparse improvvisamente durante l’orario scolastico. Solo dopo 24 ore le studentesse sarebbero ritornate a casa, sconvolte e fisicamente provate. Di lì a poco sarebbe emersa una verità agghiacciante: Chen Zaipeng, il preside della loro scuola, e un funzionario governativo avrebbero prelevato con forza le sei ragazzine e le avrebbero condotte presso un hotel. Lì le avrebbero stuprate.

Pochi giorni dopo la scoperta dello stupro, Ye Haiyan si è fatta trovare fuori al cortile della Winning No. 2 Primary School con un cartello sul quale si leggeva: «Preside, se vuoi prendere una camera, chiama me, lascia stare i bambini». Questo gesto provocatorio ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, la quale, mobilitandosi sui social network, ha reso in poco tempo virale la protesta e ha sortito un’effetto molto positivo nella società civile. Secondo un articolo del New York Times, infatti, «dopo la protesta di Ye, solo nel 2013, le denunce in merito a casi di abusi sessuali sui minori sarebbero arrivate a 125. Un record considerando che in Cina difficilmente si parla di questo genere di cose».

Il governo della Cina, infatti, ha la sua fetta di responsabilità ed è contro di esso che si scagliano la protesta e l’indignazione di Ye: l’accusa è quella di impedire ai singoli cittadini di manifestare liberamente e di non tutelare adeguatamente le vittime di stupro.

Nel primo caso, infatti, già molte scene del documentario riportano come le autorità locali abbiano in tutti i modi cercato di spaventare la stessa Ye Haiyan e di impedirle di protestare attraverso intimidazioni e minacce più o meno velate. Ad esempio, Ye è stata anche arrestata, con l’accusa di aver aggredito due uomini con un coltello — nonostante ella stessa abbia mostrato alle autorità come si trattasse di autodifesa grazie ad un filmato.

O ancora, dall’intervista della Wang al padre di una delle giovani ragazze stuprate emerge la problematicità allarmante di questa situazione, in cui risulta impossibile manifestare: «Ci hanno detto che se avessimo tenuto la testa bassa, ci avrebbero pensato loro» e ancora «la gente del Governo ci ha seguito ovunque, erano vestiti in borghese e controllavano ogni nostra mossa».

In secondo luogo, però, la protesta è rivolta anche all’apparato giuridico cinese, che non sanzionerebbe in maniera opportuna coloro che commettono stupri sui minori. La riforma del codice penale in merito al reato di prostituzione minorile avvenuta nel 1997, infatti, ha fatto sì che si creasse una distinzione tra il reato di stupro minorile e il reato di prostituzione minorile, cosa che non è mai stata approvata dalle organizzazioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti umani. Secondo il codice penale, infatti, uno stupro compiuto ai danni di minori è punibile con pene che vanno dai 10 anni di reclusione all’ergastolo, mentre il reato di favoreggiamento o induzione alla prostituzione minorile prevede un massimo di 10 anni di reclusione.

Così, il Governo cinese, approvando questa legge, avrebbe dato a coloro che compiono questi atti una sorta di via di fuga: una qualsiasi persona che commette uno stupro può non essere perseguibile penalmente o esserlo ma con pene meno severe nel momento in cui prova che la “vittima” al termine dell’atto è stata pagata in denaro. Non importa che queste vittime siano minorenni e non consenzienti, il solo pagamento fa di loro delle prostitute e in quanto tali la legge non ha nessun tipo di tutela da offrirle. Ad esempio nel 2003 l’ex giudice della Corte Suprema del Popolo, Huang Songyou, ribadiva ancora la necessità di mantenere questa distinzione.

Inoltre, di fronte alla telecamera di Nanfu Wang, l’avvocato ha specificato come in Cina sia culturalmente accettabile che giovani ragazze vengano “donate” a funzionari pubblici in cambio di favori: «Si è verificato in molte regioni che la gente corrompa i funzionari di governo con i bambini […], la Cina è così corrotta, ormai, che è comune per i funzionari governativi avere rapporti sessuali con giovani ragazze», ha sostenuto l’avvocato Yu.

È evidente come in Cina la legge tenda a proteggere e a tutelare maggiormente coloro che compiono questi atti piuttosto che le controparti realmente lese. Le quali sono vittime due volte: vittime di uomini ignobili che le spingono a soddisfarli sessualmente, rubando inevitabilmente l’innocenza e la “purezza”, e vittime del sistema giuridico che, solo per aver ricevuto del denaro, le taccia di essere delle prostitute consapevoli e consenzienti. In uno scenario del genere è importante, dunque, sottolineare l’importanza del lavoro che attivisti come Ye Haiyan svolgono ogni giorno, i quali sprezzanti del pericolo continuano la battaglia contro la cultura del silenzio.

Il documentario si conclude con una risposta molto significativa della Ye: «Molte persone ci dicono di aver scelto un percorso molto difficile, […] ed è vero bisogna fare i conti con il dolore, l’oppressione e la violenza. Potrò anche avere un carattere difficile ma se penso che qualcosa sia giusto devo farlo, non possono fermarmi arrestandomi o uccidendomi».

Giuseppina Catone