Ah, se Pasolini potesse vederci adesso! Se soltanto Rimbaud, Proust, Wilde, Capote potessero sbirciare dal buco della serratura dell’aldilà per dare un’occhiata ai salotti di Uomini e Donne e al trono gay di Maria de Filippi, per vedere quanto siamo bravi, oggi, a fare sfoggio della nostra tolleranza, della nostra avantgarde, del politically correct ad ogni costo.

Quand’è che un aggettivo, una parola, tipo ” gay “, smette di essere semplicemente un modo per identificare una persona e diventa così totalizzante da piantare dei paletti sociali che, una volta oltrepassati, contribuiscono a tracciare quell’immaginaria linea di demarcazione in grado di dividere “noi” da “loro”? Noi, i giornalisti democratici ed attenti a non utilizzare un aggettivo qualificativo come se fosse una parolaccia, e “loro”, i colleghi incapaci di fermarsi a riflettere prima di titolare in maniera sensazionalistica per attirare maggiormente l’attenzione.

Quand’è che abbiamo fatto questo passo indietro verso il baratro della disattenzione? Un ragazzo è morto, un ragazzo gay è morto, Vincenzo, un ragazzo gay napoletano è morto.

Per chi vive a compartimenti stagni ed è abituato ad etichettare, a catalogare e classificare ogni azione, ogni parola, ogni scritto, viene pressoché automatico ritrovarsi all’improvviso a puntare il dito della rettitudine morale verso chi ha cercato di barattare la morale stessa per un maggior numero di click.

Ma chi è in grado di giudicare chi? L’eterna lotta interiore tra i ‘giornalisti’ ed i ‘giornalisti giornalisti’, di cui parlava Siani. E’ un fatto che Vincenzo Ruggiero sia morto, è un fatto che Vincenzo Ruggiero sia stato brutalmente assassinato, ed è un fatto che Vincenzo Ruggiero fosse un omosessuale. Ma i demoni, esattamente come la bellezza, sono negli occhi di chi guarda, negli occhi di chi continua a fare, nel 2017, l’errato sillogismo mentale gay-perverso, gay-diverso, gay-rifiuto.

Cosa non avrebbe fatto Pasolini pur di vedere negli occhi del mondo quella tolleranza che tanto amiamo sbandierare al giorno d’oggi? Perché continuiamo a confondere ciò che bisogna tollerare da ciò che, invece, non è altro che la normalità? Impieghiamo il nostro tempo a sforzarci di modificare l’umana natura, ad inventare neologismi politicamente corretti da utilizzare, invece di guardare al di là del nostro naso per accorgerci della trave che abbiamo nell’occhio.

Siamo noi ad aver trasformato un aggettivo qualificativo in un dispregiativo, a storcere il naso di fronte all’utilizzo di termini che dovrebbero essere ormai d’uso comune, che dovrebbero far parte del linguaggio parlato senza continuare ad essere demonizzati. Le parole sono parole, siamo noi a voler attribuire loro dietrologie inutili e deleterie.

I due maggiori quotidiani nazionali hanno parlato di “delitto gay” ed hanno fatto, a mio avviso, né più né meno che il loro lavoro. Nessuno riesce ad ammettere quanto sia rassicurante poter catalogare ogni minimo aspetto della vita, ogni inclinazione sessuale o comportamentale: termini come ‘curvy’, ‘bullismo’, ‘comunità LGBT’, sono stati creati ad hoc da giornalisti, da opinionisti, da scrittori, che hanno voluto identificare un essere umano inserendolo in una categoria ben precisa, cosa che, volenti o nolenti, tutti facciamo più o meno continuamente.

E’ come se ogni locuzione, ogni vocabolo, avesse bisogno di essere sottoposto ad una verniciatura di new age prima di poter essere utilizzato: non è “spazzino” ma “operatore ecologico”, non è “grassa”, è “curvy”.

E’ il nostro inutile zelo che fa da carburante e che continua ad alimentare questa lotta tra due schieramenti: quelli che hanno capito cosa sia la normalità e quelli che fingono di farlo.

Fino a quando continueremo ad indignarci per i motivi sbagliati, a prendere a cuore non la morte di un ragazzo gay (perché, sì, di un ragazzo gay si tratta), ma la dicitura che è stata utilizzata dai giornali per raccontare l’accaduto, non faremo altro che inaridirci ed allontanarci da quella che dovrebbe rappresentare la nostra meta.

L’obiettivo di noi tutti, giornalisti e lettori, dovrebbe essere quello di evitare che termini come “gay”, “lesbica”, “transessuale” brucino come lettere scarlatte sul petto di chi, erroneamente, viene etichettato come “diverso”.

Bisogna smetterla con questa suscettibilità latente, con questa pretesa di essere portatori di verità assolute e cercare di andare oltre, provare ad ammettere con una mano sul cuore che i titoli sensazionalistici ci fanno comodo, lasciateceli usare.

Solo quando tutti accetteremo e cominceremo a vivere in funzione del fatto che i mostri nascosti sotto il letto della società stanno ormai definitivamente scomparendo, potremmo davvero cominciare a parlare di ‘normalità’.

Sara Cerreto

1 COMMENTO

  1. Boh. Io non ho mail letto il titolo “Omicidio eterosessuale”: perché mai si deve scrivere “omicidio gay”? Non lo capisco.

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