Viaggiare sembra riempia l’anima, la sfami… ma cosa succede quando invece è il viaggio stesso a divorare l’anima?

Gerusalemme, le sue sfumature e le terre circostanti tra Israele e Palestina rappresentano un perfetto — o forse dovremmo, in questo caso, dire imperfetto — ossimoro.

Terra Santa, dove di santo c’è ben poco.

Gerusalemme si trova, in effetti, al centro di una contesa senza tempo: non esistono vincitori e vinti, vittime o carnefici. Tutto diventa relativo quando si è in questa terra, si rischia di impazzire, di non riuscire più ad essere lucidi, di perdersi e non ritrovarsi, o di ritrovarsi ma non riconoscersi.

Approdare a Israele è un po’ come decidere di andare in guerra: domande come «ma chi te lo fa fare?» sono all’ordine del giorno, inizi a prepararti psicologicamente ai controlli che ti aspettano, prima, dopo e durante il tuo viaggio… perché, per chi non lo sapesse, prima di poter godere delle contraddizioni delle terre d’Israele e Palestina bisogna affrontare domande su domande: personali e non, spiegare chi sei, da dove vieni, con chi vieni e con chi vai, perché vai, cosa fai nella vita.

Un attimo prima eri a chiederti se chiudere o meno la valigia da stiva con codici e lucchetti — perché comunque sai benissimo che la sicurezza israeliana metterà le mani tra le tue mutande, trucchi, vestiti e che al tuo arrivo troverai la valigia totalmente sconclusionata e tutto l’impegno messo per riuscire a dare un ordine al tuo insieme di averi sarà valso a nulla.

Un attimo dopo sono le 7.30 del mattino, difficilmente riesci a compiere azioni di senso compiuto, e sei chiamata a rispondere in inglese a un colloquio in tre fasi in cui basta una distrazione per diventare una possibile minaccia per lo Stato e perdere il volo, viene controllato il peso di ogni tuo technological device, e il tampone antidroga diventa il nuovo never without, seguendoti quasi fino al tuo sedile in aereo.

Incontri la prima grande contraddizione di questa terra prima ancora di ricevere il tuo visto, quando una tua compagna viene rinchiusa in una saletta dell’aeroporto con la sicurezza israeliana, sottoposta a controlli “extra” per essere colpevole di origini palestinesi. E quando cala la notte, un’altra tua compagna arriva nella tua camera in lacrime, sconvolta, anche lei sottoposta a un trattamento differenziato, “vittima” della sua nazionalità.

In poche ore è nuovamente giorno, vieni catapultata nel vissuto di un popolo che della sofferenza ha fatto la propria impronta nella storia attraverso i racconti di chi ha vissuto e vive gioie e dolori dell’essere ebreo. Foto, lettere, disegni e diari di chi è morto senza identità e di chi ha ancora un’identità — schiacciata dalla disumanità di cui l’uomo è stato responsabile. È già in questi primi istanti che capisci l’urgenza e la necessità del popolo israeliano di alzare muri che li proteggano da qualsiasi possibile nemico.

In questo Paese l’autotutela sembra patologica, ossessivo-compulsiva si potrebbe dire, soprattutto per un millennial che non ha mai dovuto essere costantemente e strettamente a contatto con individui armati fino al collo e che non hanno paura di squadrarti dalla testa ai piedi. Nonostante ciò, comunque, in Israele impari presto a convivere con i militari e i check point.

Ogni città, borgo, quartiere ha un’identità ben definita e rimarcata.

Gerusalemme stessa è un’inestricabile labirinto di culture, suddivisa in quartieri per credo. Per strada, però, la suddivisione sparisce ed ecco che ultraortodossi nei loro abiti di immediata identificazione e i loro riccioli passeggiano al fianco di turisti d’ogni etnia, donne in burqa e uomini con la kippah. Per qualche momento la convivenza pacifica sembra così scontata, e Gerusalemme diventa un’oasi nel deserto.

Jaffa e Tel Aviv sono due ulteriori realtà a sé stanti.

Jaffa è esattamente come un occidentale immaginerebbe una tipica città del Medio Oriente: il bianco e il sabbia sono padroni, moschee all’orizzonte, bazar a cielo aperto e un invitante odore di arance che inonda le strade costeggiate da palme.

Tel Aviv, invece, è descrivibile come l’Ibiza mediorientale: grattacieli, case sfarzose e strade ampie, a pochi metri dalle coste mediterranee. È sufficiente addentrarsi nelle strade interne, però, per scorgere case meno fatiscenti e bambini in strada che giocano tra l’amianto e le pareti consumate della città.
Sentirsi spaesati qui è naturale. All’improvviso senti di non essere più in Israele, sembra di stare in un’altra qualsiasi città sul mare, compri delle birre e spinto dall’entusiasmo del momento tuffarsi in mare diventa imprescindibile.
Eppure ecco, uscendo dall’acqua, una coppia di donne che indossa un hijab, per la strada ascolti degli uomini parlare tra loro in arabo e torni nuovamente in Medio Oriente.

La contraddizione più grossa di un popolo che ha subito le violenze della guerra è il richiamo costante al militarismo, come fosse una sorta di credo, di mantra. Sulle mura di Gerusalemme non è difficile, infatti, assistere alla proiezione di immagini che esaltino il militarismo e richiamino al nazionalismo. Inaspettatamente si torna indietro negli anni e sembra di vivere quello che si è letto nei libri di storia, ci si chiede se davvero dal passato si possa imparare qualcosa, ed ecco che inizia il processo di disillusione che ti spinge a chiederti fino a che punto i tuoi occhi e orecchie non ti stiano ingannando e tu non stia immaginando tutto.

Al di là del muro inizi a sperare che tutto sia un’illusione.

Betlemme, in Palestina, si presenta come una città fantasma, le persone sono chiuse in casa o escono solo per spostarsi da un posto all’altro. Addentrandosi oltre si scopre la vera città. Per chi è della Campania il paragone, qui in Palestina, è immediato. L’atmosfera, i colori, la musica, il frastuono e sì… pure la “munnezza”: Betlemme come Napoli.

Come Israele, però, la Palestina non è un posto per tutti. La sua complessità storica e culturale ti travolge in un attimo e senza preavviso ti colpisce in pieno viso.

I bambini guardano il mondo con gli occhi di un adulto, chiedono di non essere fotografati e camminano per strade costeggiate da macerie, fori di proiettili e murales che in una moltitudine di lingue gridano libertà, pace, chiedono pietà, e ricordano martiri e vittime di una guerra che non hanno deciso di vivere.

Di lì a poco, la guerra diventa reale. Spari e urla all’orizzonte, militari in tenuta da sommossa in auto e a cavallo sfrecciano per la città in ogni direzione, nel centro la musica è alta e sembra che tutto sia lontano. Per un attimo, di nuovo, tra una birra e qualche tiro di shisha sei altrove.

Tutto è sereno e nulla è reale.

In un batter d’occhio sono le 4 del mattino, torni in albergo dopo qualche drink in compagnia, sereno, ed ecco che la realtà ti investe nuovamente: spari, urla, fumo e campane d’allarme a pochi metri dal tuo comodo terrazzino. Ti fermi a guardare un’ultima volta la città, e sai che non sarai mai più lo stesso.

Ginevra Caterino