Winiarski - Venezia

Winiarski è in mostra a Venezia (Palazzo Bollani) fino al 26 novembre 2017. Le opere dell’artista, da egli stesso denominate “aree” e non quadri, nascono da funzioni di variabili aleatorie. Molte di queste “aree”, a un primo sguardo, possono ricordare i codici QR e, in fondo, lo stesso Winiarski affermò nel 1985:

«Ogni mia immagine poteva essere sostituita da un’elementare registrazione digitale composta di cifre zero e uno e ad ogni tale registrazione poteva essere ripristinata facilmente la forma visuale bianco-nera.»

Il fascino dell’artista per i codici binari e per la matematica in generale può essere ricondotto alla sua formazione. Ryszard Winiarski nacque il 2 maggio 1936 a Leopoli (oggi l’ucraina L’viv, all’epoca la polacca Lwów), città che diede i natali ad almeno due protagonisti della cultura polacca del secolo scorso, lo scrittore di fantascienza Stanisław Lem e il poeta Adam Zagajewski. Negli anni cinquanta Winiarski studiò Meccanica a Łódź e a Varsavia. In quest’ultima città partecipò anche alle attività artistiche guidate da Zofia Matuszczyk-Cygańska e frequentò lo studio di Aleksander Kobzdej, pittore e architetto anch’egli nato in suolo ucraino e famoso soprattutto per il suo dipinto “Podaj cegłę” (“Passami un mattone”).

Gli studi di meccanica hanno avuto un peso notevole nell’opera di Winiarski, le cui creazioni cercano di esprimere visivamente questioni di matematica statistica. Questioni abbastanza complesse se il critico Mieczysław Porębski ha parlato, per riferirsi all’artista polacco, di «un discorso filosofico non parlato, non scritto, ma visuale.»

Tale discorso risulta più comprensibile agli occhi del visitatore della mostra di Venezia grazie ai giochi che, interrompendo il percorso museale, permettono di capire come alcune delle stesse “aree” siano state concepite. Per esempio, il gioco numero 7, come descritto nel catalogo della mostra:

«Ciascuno dei giocatori prende lo stesso numero delle pedine (p.e. 20 o 30). Il lancio della moneta o un’azione simile decide chi dei giocatori inizia il gioco. Ciascuno dei giocatori mette per due volte in moto la roulette, in modo tale da far uscire 2 cifre, p.e. 7 e 8, ottenendo in questo caso il numero 78, e posiziona la propria pedina sul campo indicato. Se il campo è già occupato, il giocatore perde il turno. Vince chi per primo sistema tutte le pedine sulla plancia.»

Al di là di chi risulti vincitore, il processo del posizionare le pedine sulla plancia determina la configurazione che assumerà l’area finale. Prendendo parte attiva a questo gioco, gli stessi visitatori possono rendersi conto del processo creativo di Winiarski, retto su una struttura fissa (l’area divisa in quadrati numerati) riempita da un’azione dall’esito casuale, ma ripetitiva (il numero varia, ma i principi che regolano questa variazione sono fissi: la roulette e le regole del gioco). La questione della struttura fissa fa pensare alle parole di Italo Calvino:

«La struttura è libertà, produce il testo e nello stesso tempo la possibilità di tutti i testi virtuali che possono sostituirlo.»

Lo stesso Winiarski, nel 1975, scriveva:

“determino soprattutto le regole di procedimento, le regole del gioco, e dopo invito il caso alla partecipazione nella realizzazione.”

Parole che fanno pensare a un’affermazione di Edoardo Sanguineti, da un brano pubblicato in un libro dell’Oplepo, sorta di Oulipo italiano e dunque vicino alla poetica della letteratura potenziale che tanto affascinava Calvino:

«La cultura moderna è davvero una cultura dell’anarchia, nel senso forte della parola, cioè del rifiuto delle regole, salvo quelle che si autoelaborano: nascono così le autocostrizioni (…).»

Le autocostrizioni hanno portato Winiarski a prediligere, per molte sue opere, il bianco e nero e forme come il quadrato, figura geometrica che, secondo l’artista, «non provoca domande sulla direzione (come il triangolo) o sull’area che la circonda (come il cerchio).»

Per quanto riguarda il processo creativo rappresentato dal gioco numero 7 descritto sopra, Winiarski si comporta come una sorta di divinità che lascia libero arbitrio alle sue creature, una volta messe in moto e imbrigliate in una struttura.

I risultati del rigoroso atteggiamento di Winiarski possono essere talvolta piacevoli all’occhio, come quando il polacco sperimenta con la tridimensionalità oppure nel caso di “Czarny kwadrat, czyli fruwająca geometria” (Il quadrato nero, ovvero la geometria volante), nel quale triangoli neri assemblati in vari modi e disposti in direzione obliqua verso l’alto invitano al pensiero del volo (volo che nel titolo non è espresso dal generico “latać”, ma dal “fruwać” dedicato al regno animale – farfalle, uccelli. Il titolo suggerisce quindi una geometria “viva”, “animale”).

Più spesso, però, le “aree” di Winiarski lasciano indifferenti. La parte più affascinante dell’opera dell’artista polacco sembrerebbe risiedere nelle premesse e per questo vale la pena la lettura del catalogo, l’ascolto della guida e prendere parte ai giochi disseminati lungo il percorso.

Foto (gioco numero 7) di Maciej Jędrzejewski (Anna and Jerzy Starak Collection). Le citazioni di Winiarski sono tratte dal catalogo della mostra, a cura di Ania Muszyńska e Magdalena Marczak-Cerońska (traduzione in italiano di Dorota Jodkowska).

Luca Ventura

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