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«Mi domando se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si complica e si accelera, non abbia ridotto l’umanità di tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto».

Uomini e macchine: prigioniero del vortice tecnologico, l’uomo del XXI secolo si presenta alla storia come spogliato delle sue caratterizzazioni, del suo potere di dominio e di controllo sulla vita, della naturale trasparenza che denota la sfera sentimentale.

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La visione profetica dell’uomo contemporaneo, del “deprogresso” di cui sarebbe stato oggetto, di questo fenomeno illusorio che suggerisce l’impressione di un avanzamento che si rivela in realtà discesa attraverso spirale infernale della tecnologia e della meccanicità, ci è offerta da Luigi Pirandello nel 1916, con “Si gira…”, che nell’edizione del 1925 verrà ribattezzato dal titolo “i Quaderni di Serafino Gubbio, operatore”. Lo sguardo silenzioso di un uomo che si fa testimone di una realtà sopraffatta dal potere crescente della macchina cinematografica, l’invenzione che sconvolse l’approccio alla vita della gente comune, il pensiero dei maggiori intellettuali del secolo che guardarono alla nuova scoperta dapprima con lo scetticismo e la diffidenza delle intelligenze che fiutano il pericolo delle grandi mutazioni, per poi finire prigionieri consapevoli del nuovo mercato, il cui obiettivo era quello di asservire la fame di novità del grande pubblico, entusiasta della nuova rivoluzione di massa.

La figura di Serafino rappresenta il prototipo dell’uomo moderno, spogliato della maschera dell’ipocrisia, compromesso e servo di un mondo che non sente proprio ma al quale decide di adattarsi per sopravvivere o probabilmente per l’impossibilità di compiere altre scelte. Le strade della poesia, del Romanticismo, del sentimento nostalgico, vero, travolgente sfumano nel mito, e vengono così a configurarsi come mondo dai contorni labili e confusi, imprigionato in un passato lontano al punto tale da non sembrare reale.

«Assumo subito, con essa in mano, la mia maschera d’impassibilità. Anzi, ecco: non sono più. Cammina lei, adesso con le mie gambe. Da capo a piedi, son cosa sua: faccio parte del suo congegno. La mia  testa è qua, nella macchinetta, e me la porto in mano». 

Sette Quaderni che raccontano la progressiva anamorfosi del personaggio e della realtà, con il soccombere dell’istinto, dell’animalità, del sentimento all’apocalisse della macchina, della tecnica, del mercato: ragion per cui, i Quaderni di Serafino Gubbio, l’operatore, pur essendo cronologicamente il penultimo romanzo di Pirandello, furono in realtà l’ultimo.

La vita ingoiata dalle macchine si presenta come motivo ricorrente nel testo preannunciandone il finale tragico: l’umanità ingoiata dall’imbuto del mercato, che si nutre di vita naturale e sputa realtà artificiale.

E Serafino, in quanto operatore, «mano che gira la manovella» con i suoi «occhi silenziosi» come quelli della macchina da presa, di cui emula la funzione, si limita a registrare ed imprigionare, impassibile, le vite degli attori, le loro emozioni e il groviglio di passioni che trasforma in merce. L’astio, l’antipatia che gli attori manifestano nei confronti di Serafino, non è altro che un sentimento che colpisce un bersaglio deviato: «non è tanto per me l’antipatia, quanto per la mia macchinetta, si ritorce verso di me perché sono io quello che la gira».

«Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano […]. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurierebbero o m’aggredirebbero».

Il suo occhio riflette senza comunicare più: la sua stessa autorappresentazione, priva di ogni aspetto psicologico, è la rappresentazione di un ordigno, che sconvolge le vite di chi incontra il suo sguardo perché egli stesso ha già perso la propria forma originaria, cedendo al compromesso dell’industria che vuole gli uomini servi e accessori delle macchine, sostituibili e utili fintanto che i progressi della tecnologia e dell’automazione non avanzeranno.

«—Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo? 

—Forse col tempo, signore. […] Non dubito che col tempo si arriverà a sopprimermi. La macchinetta –anche questa macchinetta, come tante altre macchinette– girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere».

Nella vicenda testuale, l’unico essere vivente ancora appartenente ad una dimensione vitale, istintiva, è la tigre, che tuttavia viene sfruttata dai giochi del mercato, ingabbiata e destinata a perire in nome di un film di basso livello, di una storia di inganni. La dimensione naturale non trova spazio nella nuova era della macchina, permane soltanto nei frammenti di ricordi appartenenti ad un tempo lontano che non esiste più.  È nella nostalgia, nella dimensione edenica e triste della villa di Sorrento e della timida perdizione amorosa di Giorgio Mirelli devastato dalla furia della donna tigre che sarebbe diventata poi diva del cinema: il ritmo si rallenta e si distende proprio a marcare il contrasto rispetto alla frenesia della nuova era, in cui le vicende si susseguono come scomparti di una sceneggiatura, spezzoni di un montaggio. Mondi impermeabili che segnano l’incompenetrabilità tra vita attiva e vita interiore, essere e apparire, l’impassibilità della mano che gira la manovella, che non vive, non odia, non ama e il ricordo di un oltre lontano che si ridesta quando Serafino smette di lavorare, e si manifesta come insensata vertigine di un passato che non potrà più trovare posto nel presente.

“No, grazie. Grazie a tutti. Ora basta. Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così -solo, muto, impassibile- a far l’operatore. La scena è pronta? -Attenti, si gira…”

Sonia Zeno 

 

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