PNSRPF sterilizzazione Perù Fujimori

Sono passati più di vent’anni dall’applicazione del Programma Nazionale di Salute Riproduttiva e Pianificazione Familiare (PNSRPF, 1996) che portò alla sterilizzazione forzata di più di 370 mila persone nel Perù governato da Alberto Fujimori, e ancora non è stata fatta giustizia né sono state risarcite le persone coinvolte in quella che viene ritenuta la più grande violazione istituzionalizzata dei diritti sessuali avvenuta in America Latina.

Il citato Programma comportante la sterilizzazione venne applicato nello specifico durante il secondo mandato del governo autocrata di Fujimori, che con la collaborazione degli ex ministri della Salute dott. Yong Motta, Costa Bauer e Alejandro Aguinaga (attualmente membro attivo del Congresso) ha applicato alla salute pubblica una politica di stampo neomalthusiano, utilizzando il corpo delle donne indigene come strumento di politica economica. Una riduzione della popolazione avrebbe infatti incrementato il PIL pro capite del Perù, assicurando la crescita economica del Paese tanto auspicata dal governo quanto dagli organi internazionali.

Secondo quanto riportato da un documento ufficiale del Ministero della Salute del Perù, l’indice di fertilità delle “donne povere” era del 6.9, il che implicava un’altissima probabilità di generazione incontrollata e scellerata di “nuovi poveri”. In questo modo l’ex presidente Fujimori incalzò il governo, autorizzando quella che si presentava come una lotta alla povertà non rinviabile, che avrebbe avuto successo solo ricorrendo al “controllo” delle nascite.

Fujimori riuscì a mascherare con gran abilità retorica quella che si potrebbe definire una vera e propria politica eugenista, dato che nel 1994 durante la Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo tenutasi al Cairo giustificò il programma di sterilizzazione come un aiuto governativo a cui le donne avrebbero fatto ricorso intenzionalmente, utilissimo come metodo anticoncezionale per tutte quelle donne in difficoltà che non avrebbero potuto ricorrere ad altri mezzi anticoncezionali. Ai tempi della conferenza, molti gruppi femministi e associazioni per i diritti umani accolsero positivamente quello che sembrava essere un piano di controllo delle nascite assolutamente regolare e volto alla tutela delle donne più povere.

In realtà il programma di sterilizzazione fu un vero e proprio caso di propaganda di false informazioni rispetto ai metodi di contraccezione, nella quale la sterilizzazione veniva presentata come l’unica ipotesi possibile. Tale campagna inoltre si rivolse non a caso a una parte specifica della popolazione, donne di origine indigena quechua e aymara, spesso incapaci di leggere e scrivere o incapaci di comprendere lo spagnolo, oltre che spaventate e minacciate dal personale medico, che secondo varie testimonianze veniva incentivato economicamente quante più sterilizzazioni portate a termine.

Moltissime testimonianze parlano di interventi avvenuti totalmente senza consenso, palesando complicazioni mediche inesistenti che avrebbero comportato la sterilizzazione e facendo firmare a mariti analfabeti richieste di ricovero per le mogli ancora sedate dopo il parto. A detta di molte donne sopravvissute agli interventi, il personale medico spesso si rivolgeva loro con nomignoli offensivi riguardanti l’origine indigena, arrivando a sostenere che in quanto bestie in calore sarebbero state incapaci di prendersi cura di una famiglia numerosa, per cui assolutamente meritevoli “per natura” di un trattamento di sterilizzazione.

Subito dopo la caduta del governo di Fujimori, e la sua successiva fuga in Giappone, il governo peruviano si è rifiutato di riconoscere l’enorme violazione dei diritti umani perpetuata attraverso l’applicazione del programma di pianificazione familiare, motivo per il quale da più di 20 anni il CLADEM (Comité de América Latina y El Caribe para la Defensa de los Derechos de la Mujer), insieme ad altre organizzazioni femministe e alle stesse donne colpite da questa piaga, richiede che non venga concesso l’indulto a Fujimori, attualmente in galera per crimini contro l’umanità, e che venga finalmente riconosciuto dallo Stato quella che è stata una sterilizzazione forzata programmata e voluta dal governo.

In seguito al documentario-denuncia Nada de Personal (Niente di personale) dell’avvocatessa Giulia Tamayo, distribuito nel 1995, diverse Commissioni di giustizia per la difesa della popolazione iniziarono a interessarsi al caso delle sterilizzazioni forzate, raccogliendo le prime testimonianze e successivamente stilando un elenco delle possibili vittime della violenza medico-statale. Le ricerche condotte tra il 1998 e il 2005 hanno confermato la sterilizzazione forzata attraverso la chiusura delle tube di falloppio di 272.028 donne e la vasectomia di 22.004 uomini; nel 2002 anche il Congresso della Repubblica ammette l’accaduto pubblicando un documento in cui si riconosce il crimine di lesa umanità, sebbene né a livello internazionale né statale sono stati presi dei reali provvedimenti contro i mandatari e gli esecutori di questo terribile piano.

Quello del Perù non è un caso isolato né privo di antecedenti storici: casi simili di sterilizzazione forzata sono Stati registrati in Namibia nell 2001, sono avvenuti in alcuni Stati degli USA sino agli anni ’80 ed erano parte centrale delle leggi eugenetiche naziste promulgate nel 1933.

Attualmente il governo in carica guidato da Pablo Kuczynski sta cercando di ottenere l’indulto per Fujimori, atto che non passa certo inosservato, probabilmente causato dalla presenza maggioritaria (73/130) all’interno del Congresso di ex simpatizzanti del Presidente, nonché del partito della sua erede politica, Keiko Fujimori, che più volte avrebbe minacciato o tentato di corrompere le donne e le associazioni che lottano per il riconoscimento di quanto avvenuto durante l’applicazione del programma di sterilizzazione.

L’associazione delle donne colpite dalla sterilizzazione involontaria non è ancora pronta ad arrendersi e pochi giorni fa queste donne hanno manifestato durante un summit della CIDH (Comitato Interamericano dei Diritti Umani) a Lima, opponendosi nuovamente all’indulto di Fujimori e chiedendo che venga fatta giustizia.

Il caso della sterilizzazione forzata in Perù rende nota non solo la follia del governo Fujimori, ma del sistema socio-politico in generale: la discriminazione di genere, la corruzione, l’abuso di potere, la discriminazione, il classismo, il razzismo, il maschilismo e la misoginia sono tutti fattori che hanno compartecipato alla teorizzazione del programma di sterilizzazione, alla sua applicazione e al suo successivo insabbiamento.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.