Eolico lento

Sono disponibili i primi dati sull’eolico a bassa velocità che, nonostante venti decisamente più moderati, permette di produrre la stessa quantità d’energia. Dopo l’innovazione dell’eolico offshore, un’altra alternativa per le rinnovabili.

L’eolico cambia faccia e vira in una direzione del tutto nuova e imprevedibile fino a qualche anno fa, dimostrando che la strada per le energie rinnovabili è ancora lunga e piena di sorprese. La questione del rinnovabile resta centrale negli investimenti di numerose aziende che fanno dell’energia green il proprio punto di forza: i risultati ottenuti non sono ancora in grado di sovvertire le gerarchie energetiche e la ricerca diventa fondamentale per sperare di ottenere una produzione all’altezza delle richieste.

Il grande anello mancante è rappresentato da costi oggigiorno cospicui per produrre energia pulita e rinnovabile: la missione di tutti è quella di abbassarli, permettendo di produrre più energia con lo stesso numero di impianti installati. La proposta dell’eolico lento rappresenta non solo l’alternativa all’eolico tradizionale, ma anche all’eolico offshore galleggiante che ne è il suo opposto: se l’offshore punta su impianti in mare, sfruttando venti ad alta velocità, l’eolico lento prevede impianti sulla terra ferma e con venti notevolmente più deboli. Come sempre la questione va affrontata analizzando due aspetti: costi/ricavi e impatto ambientale/visivo.

I primi dati sull’eolico lento sono stati forniti da Nordex, produttore tedesco di impianti eolici inglobato l’anno scorso dalla spagnola Acciona: le torri Nordex N131 sono tra le più alte al mondo, con il raggio delle pale che arriva sino a 230, per poter sfruttare venti che raggiungono una media di 7,5 m/s. La produzione dell’ultimo anno di attività è perfettamente confrontabile con quella dell’eolico tradizionale che sfrutta venti più forti. Anche altri grossi produttori d’energia green stanno seguendo le orme di Nordex: è il caso di Enercon che  sta lavorando al prototipo E-126 EP4, una torre da 4,2 MW di potenza che promette una produzione annua di 13 GWh con venti a 6,5 metri al secondo di media. L’altezza massima dell’impianti si dovrebbe aggirare sui 200 metri.

Un altro grosso produttore di turbine eoliche, il danese Vestas,  propone invece il modello V150-4.2 con una produzione annua che dovrebbe raggiungere i 17 GWh con velocità del vento comprese tra i sette e gli otto metri al secondo. L’altezza dell’impianto non è prevedibile, variando in base al sito di installazione, ma le turbine supereranno in ogni caso i 150 metri d’altezza. Gli esempi riportati hanno molti elementi in comune: in primo luogo la produzione energetica, il rapporto costi/ricavi, non rappresenta un problema. Appare chiaro che lo sviluppo tecnologico permetta una resa sempre crescente, ma dimenticando per un momento i record produttivi bisogna tener conto dell’aspetto paesaggistico.

Venti più bassi necessitano di turbine con dimensioni maggiori e, quindi, più invadenti: se è vero che l’eolico lento potrà essere installato ovunque, anche in aree fino ad oggi non sfruttate, eppure l’impatto visivo di tali impianti renderà problematica l’installazione. L’eolico lento è il futuro delle energie rinnovabili? Lo scopriremo.

Francesco Spiedo

 

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Sangiorgese classe ’92, istruttore di Kung-Fu e laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. Ha pubblicato racconti sparsi e romanzi misti, ama la definizione scrittore emergente e guai a chiamarlo esordiente. Frequenta il corso annuale a Belleville – La scuola con la speranza di entrare nella vecchia e cara Repubblica delle Lettere. Nel frattempo scrive per la testata giornalistica online Libero Pensiero, occupandosi principalmente di ambiente, e collabora con Bookabook, senza apparenti meriti letterari.