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Ci siamo: è arrivato il punto di non ritorno per i conti in rosso del Comune di Napoli. Secondo il parere fornito dai revisori contabili dell’ente, il coma finanziario in cui si trova la città è, al momento, irreversibile. La malaugurata eventualità del vero e proprio fallimento è ormai sempre più concreta.

Bilanci preventivi, documenti di programmazione, correttivi, emendamenti, super manager, tagli, interventi su partecipate, holding, dismissioni: l’elenco delle misure per razionalizzare la spesa, aumentare se possibile i profitti e dunque risanare i conti del Comune di Napoli, secondo i dettami dei consueti piani di rientro previsti dalle speciali procedure amministrative in materia, è lungo, ma finora senza esito. Un organismo interno allo stesso Comune, il Collegio dei Revisori Contabili, qualche giorno fa ha detto la sua, come rivelato da Repubblica: «Allo stato attuale non ci sono le condizioni per attuare il percorso di graduale risanamento dell’ente volto a superare gli squilibri strutturali di bilancio». Tradotto, ogni intervento, ogni annuncio, ogni proposito è vano e inutile. Ora come ora, il Comune di Napoli è praticamente spacciato.

Non si tratta, stavolta, di una manovra politica contro il sindaco De Magistris attuata dai “poteri forti”, né tanto meno di disfattismo da “opposizioni”; non c’entra il PD, non si tratta di Renzi. Il Collegio, come si legge nella pagina web dedicata sul sito dello stesso Comune di Napoli, «è un organo indipendente con funzioni di vigilanza sulla regolarità contabile, economica e finanziaria della gestione». Il ruolo del Collegio, quindi, è fondamentalmente super partes, nell’interesse della sostenibilità e, quindi, della legittimità intrinseca dell’azione politica della Giunta e del Consiglio comunali. Nessun dubbio, quindi, che il parere reso sia autorevole e affidabile e nell’interesse dell’amministrazione della città.

Peraltro, la gravità della situazione stavolta è testimoniata anche dall’invio della stessa relazione inoltrata al sindaco (al quale gli avvertimenti in materia non sono nuovi; rimane celebre quello sull’insostenibilità, per il Comune, della cessione o concessione di immobili a titolo gratuito ai soggetti poi legittimati dall’Amministrazione come occupanti, lo scorso anno, in periodo elettorale) anche alla Corte dei Conti. La magistratura contabile, protagonista nelle scorse settimane di ispezioni sui conti comunali che avevano già fatto molto rumore, ha quindi un ulteriore, importante elemento per giudicare l’imponibilità della procedura di dissesto, lo spettro che aleggia ormai da tempo su Palazzo San Giacomo e su una consistente parte della fortuna politica di De Magistris.

Lo strumento del predissesto, creazione recente (2013), sorta di terra di mezzo tra il bilancio in salute e il disastro finanziario incombente, è servito a poco. Il tentativo di prendere tempo, con l’elaborazione del piano di rientro dal debito monstre (stimato da alcune fonti nella cifra iperbolica di 1,4 miliardi di euro), secondo i revisori è sostanzialmente fallito. Impietose le cifre di un Comune che non funziona anche e soprattutto quando si tratta di recuperare quello che gli è dovuto da una cittadinanza spesso insolvente perché impoverita, certo, ma anche perché lassista o tendente all’evasione. Di 928 milioni di entrate tributarie, ne risultano riscosse solo 309 milioni; i «residui per oltre un miliardo all’uno gennaio risultano incassati solo per 68 milioni», recita ancora la relazione. Un quadro persino ridanciano, la sproporzione è incredibile. Di circa 280 milioni di entrate extra-tributarie, poi, sono stati riscossi soltanto 20 milioni.

È la vecchia storia dell’evasione o comunque della mancata riscossione, che recentemente, in sede di approvazione del bilancio preventivo e di elaborazione (nonché di emendamento) del DUP ci si è proposti di affrontare con determinazione. Se però anche questi interventi dovessero fallire, il quadro nerissimo prospettato dai revisori non tarderà a concretizzarsi. Le partecipate, poi, sono un’altra palla al piede e la scarsa effettività del «flusso informativo tra Comune e società partecipate, al fine di avere a disposizione elementi di valutazione relativi alla riduzione dei costi di beni e servizi e dei costi del personale», non aiuta a capire se la rivoluzione attesa nella gestione delle società guidate dal Comune (affidata alla sempre più tentacolare Napoli Holding) stia funzionando o meno. Il pensiero corre ad ANM (il carrozzone in perenne perdita su cui, sempre secondo Repubblica, l’Amministrazione sta valutando se arrendersi definitivamente e passare la mano a Ferrovie dello Stato), ma anche alla sempre disastrata ABC, che, è il caso di dirlo, da tempo fa sempre più acqua. La notizia della nomina del nuovo super manager D’Angelo, vecchia conoscenza dell’Amministrazione comunale, che dovrà risanarla e trasformarla nella nuova promessa (stavolta mantenuta?) dell’eccellenza amministrativo-gestionale è di poche ore fa.

Tanti saluti quindi pure ai concordati tributari, annunciati dall’assessore al Bilancio Panini nei giorni passati, pur di racimolare quanto ancora il Comune deve ottenere dai soggetti con cui è in contenzioso? Certo, qualsiasi incentivo all’esazione è vitale e fondamentale, ma pur sempre percentuale. Ovvero, si ricava solo una parte (anche meno della metà) di quanto effettivamente dovuto dal contribuente. Pagare meno, pagare tutti: questo salverà, insieme alla gestione della spesa come prevista nel nuovo bilancio triennale, il Comune di Napoli, rendendo effettivi pure gli altri obiettivi del piano di rientro dal predissesto? I revisori, in proposito, sono stati chiari: «il quadro complessivo della situazione finanziaria dell’ente rende difficilmente realizzabile il percorso di risanamento che costituiva l’obiettivo primario del riequilibrio finanziario».

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo “Sannazaro”, quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l’Università “La Sapienza” di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.