Sorrentino società

«Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura.»

L’orgiastica sfrenatezza della mondanità, la liturgica e profana devozione all’eccesso, l’altezzoso disprezzo per la fatuità e la perversa ammirazione per essa, un’evanescente malinconia che echeggia come una lontana cantilena: la vita di Tony Pagoda, cantante napoletano melodico, si snoda attraverso irresolute scostumatezze, vecchi ricordi sullo sfondo di una Napoli degli anni ’70, l’unica città italiana che “ha ancora un minimo senso con quell’apertura alata a mare, sterminata. Ti dà la sensazione che se vuoi puoi fuggire. Poi non fuggi mai”.

Come in una pellicola felliniana, onirica e mordace, il protagonista vagabonda nel “bel mondo”, traboccante di fastosi simposi ed effimere bellezze, ma lo contempla con distacco, con sferzante cinismo, addentrandosi in esso, esplorando ogni suo margine, sviscerandone l’intima essenza corrotta e depravata. Eppure, come un poeta maledetto francese, egli si abbevera a quella stessa essenza, non potendo quasi farne a meno, non resistendo all’allettante richiamo del “vortice della mondanità”, del trash che dilaga nella sua laida turpitudine, cullandosi tra i fugaci piaceri del sesso e della cocaina.

«La differenza tra me e il resto del mondo è che io, dentro alla nausea, ci sto una meraviglia. Non la vivo come un problema, la nausea. Per questo sono inadatto al mondo. Per questo sono solo.»

E in quella stessa nausea di sartriana memoria Tony si immerge, si inabissa, inghiottendo gli amari bocconi della quintessenza dell’odierna società, assaporando l’anonimo gusto della futilitas. Il cantante partenopeo incarna lo sguardo critico di Sorrentino nei confronti della bacata ideologia del XXI secolo, ottenebrata dall’iperbolico miraggio del benessere, dal consumismo senza limiti, chiusa nella bolla senz’aria della tecnologia che spietatamente distrugge il passato, che estirpa le radici ad ogni sano germoglio di pensiero. Nell’epoca dei social network si obnubilano le menti, vi è la mastodontica semplificazione di tutto ciò che al mondo vive, senza alcuna discriminazione; l’intelletto depone le sue armi, si dondola nell’inquietante sonno della ragione, si rassegna di fronte all’indomito predominio di un’epidermica vanità, del nulla perentorio ed assoluto. I valori agonizzano, si inerpicano faticosamente alle fronde di un’epoca ineluttabilmente soggiogata dall’apparenza, quella stessa apparenza che adombra le vite degli altri di perfezione, di impeccabile esemplarità per camuffare il vuoto angosciante che alita sotto di loro.

«Uno passa un sacco di tempo a dirsi: va bene. Ma quello mica va bene. Quasi mai. E chiuderei qui ancora prima di cominciare se non fosse che questa vanità malsana galoppa dentro di me, più veloce di me. Mi piacerebbe essere limpido, ma non servirebbe a nulla.»

Ed ecco che un’indulgente commiserazione si fa strada in Tony che rifiuta di assistere a quello spettacolo dagli empi istrionismi, così sontuoso e turpe, che si riproduce sul palcoscenico del mondo. E con sardonico disincanto e malinconia, scappa via nelle floride terre del Brasile, ma non resiste a lungo lontano dall’adescante voragine di quel modus vivendi così luculliano eppure così misero.

Tony Pagoda, allo stesso tempo impietoso e gentile, meschino e generoso, narcisista ed altruista non è altro che l’antieroe per eccellenza: un antieroe che sfugge dai consueti canoni e che, al contrario, diventa l’icona di una società viziosa, opportunista e cinica, seppure se ne distacca.

L’ironia beffarda, il sarcasmo connotato da una caustica disillusione tipizzano il romanzo di Paolo Sorrentino, caratterizzato anche da reminiscenze del passato scenografiche, flashback spettacolarizzati e manieristici, espressioni folkloristiche. Del resto

«Hanno tutti ragione. È in base a questo principio elementare che prospera il benessere e il conto corrente.»

Clara Letizia Riccio