elvis canzoni
elvis canzoni

«No Elvis, Beatles, or The Rolling Stones in 1977» diceva Joe Strummer, apparentemente rifiutando l’eredità di Elvis Presley, che sarebbe morto lo stesso anno per arresto cardiaco. In realtà, negli ultimi quarantanni i riferimenti a Elvis in canzoni di altri artisti si sono sprecati tanto che elencarli tutti sembra un compito impossibile.

Nel 1985, Nick Cave offrì uno dei tributi più inquietanti al re del rock and roll con la sua “Tupelo” e tre anni dopo, Frank Zappa, in “Elvis has just left the building”, (titolo ispirato a una frase che veniva detta ai fans di Presley per far sì che smettessero di chiedere dei bis), si lasciava andare a grossolani riferimenti umoristici circa il peso dell’artista:

«so what if he looks like a warthog in heat? He knows we all love him – we’ll just watch him eat»

«che importa se sembra un facocero in calore? Lui sa che lo amiamo – lo guarderemo mangiare»

Nel 1989 i Depeche Mode pubblicarono “Personal Jesus”, canzone ispirata, come riporta Rolling Stone, alla relazione tra Elvis e Priscilla Presley.

Se “Tupelo” faceva riferimenti chiari ma senza fare nomi («The king will walk in Tupelo» è forse l’accenno più diretto) e “Personal Jesus” può essere ascoltata benissimo senza sapere la fonte di ispirazione, nel 1991 i Dire Straits pubblicarono “Calling Elvis”, un singolo che sin dal titolo non lasciava dubbi sul tema del pezzo.

“Calling Elvis” è un susseguirsi di citazioni per nulla sottili: è ripresa la frase utilizzata da Frank Zappa e soprattutto titoli di canzoni come “Heartbreak Hotel”, “Love Me Tender”, “Don’t Be Cruel”, “Treat Me Like a Fool”, “Return to Sender” che vanno a formare il ritornello.

La febbre per Elvis negli anni novanta contagiò il nostrano Ligabue, che non solo intitolò uno dei suoi album più amati dal pubblico “Buon compleanno, Elvis!”, ma, cambiandone il testo, coverizzò “Suspicious Mind” realizzando “Ultimo tango a Memphis”.

Questa serie di riferimenti non è solo un segno inequivocabile della persistenza del mito di Elvis  oltre la morte dell’artista, ma anche, più in generale, di una tendenza all’autoreferenzialità della cultura pop. In Italia, oltre al caso Ligabue-Elvis, sono note le canzoni “Chiedi chi erano i Beatles” degli Stadio e “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” di Gianni Morandi.

Si potrebbe pensare che non ci sia da sorprendersi se Elvis, i Beatles e i Rolling Stones vengono menzionati in canzoni di altri artisti. Sono tre nomi che non valgono solo in quanto musicisti, ma anche in quanto icone culturali. Eppure la questione dell’autoreferenzialità non è isolata a questi tre grandi nomi.

Si pensi alla canzone di Robyn Hitchcock, “I saw Nick Drake” o al caso dei Velvet Underground. Il gruppo di Lou Reed e John Cale aveva ispirato Jonathan Richman a scrivere un pezzo intitolato appunto “Velvet Underground”. La canzone di Richman si avvicina a un articolo di giornalismo rock, menzionando i «twangy sounds of the cheapest type»a spooky tone on a Fender bass», «a feedback whine» che caratterizzavano il suono del gruppo, i «wild wild parties» in riferimento all’Exploding Plastic Inevitable di Warhol e persino “citando” un passaggio della canzone dei Velvet “Sister Ray”. In Italia, Battiato menzionò il gruppo di New York nella sua “Shock in my town”, ma il riferimento sembra più una necessità di rima che altro.

Dead Kennedys e Mark Lanegan in “Tono metallico standard” degli Offlaga Disco Pax, Lou Reed in “I’ve Been Tired” dei Pixies, Leonard Cohen in “Pennyroyal Tea” dei Nirvana, R.E.M. in “You’re The Reason I’m Leaving” dei Franz Ferdinand sono solo alcuni degli esempi in grado di mostrare come la musica pop sembri autoalimentarsi, non solo attraverso nomi iconici alla Elvis. La tendenza non sembra fermarsi al primo livello (Lou Reed citato dai Pixies o il giornalista rock Lester Bangs citato dai R.E.M.), ma, potenzialmente non avere fine (e infatti “Monkey Gone to Heaven” dei Pixies viene ripresa dai Bloodhound Gang e i R.E.M. dai Franz Ferdinand).

Da un lato è piacevole trovare una grande libertà nelle citazioni, dall’altro può essere oggettivamente difficile apprezzare il testo di canzoni come “I saw Nick Drake” se non si ha idea della storia del personaggio menzionato. È una questione già affrontata da Lester Bangs, critico che spesso si è opposto alla venerazione delle rockstar e che ironicamente è diventato lui stesso un personaggio di culto: impersonato da Philip Seymour Hoffman in “Quasi famosi”, pochi anni fa è finito anche in una canzone degli Stato Sociale (“non siete Carlo Emilio Gadda, non siete Lester Bangs”). Bangs aveva previsto, già a metà degli anni settanta, la deriva in nicchie della musica rock. Affrontò l’argomento in diversi articoli, tra cui uno scritto proprio in occasione della morte di Elvis, visto come figura, nel bene e nel male e nel banale, unificatrice:

«Io ho creduto che fosse Iggy Stooge, voi avete creduto che fosse Joni Mitchell o chiunque altro a dare voce ai molti dolori e alle rare estasi della vostra situazione privata e del tutto circoscritta. Continueremo a frammentarci in quel modo, perché al momento è il solipsismo ad avere tutte le carte in mano: è un re il cui dominio ingloba persino quello di Elvis. Ma posso garantirvi una cosa: non saremo mai più concordi su una cosa tanto quanto lo siamo stati su Elvis. E quindi non mi prenderò la briga di dire addio alla sua salma. Dirò addio a voi.»

Luca Ventura