Il Ventre di Napoli: storia della chiesa di Sant'Eligio
Il Ventre di Napoli: storia della chiesa di Sant'Eligio

Un gioiello architettonico, nell’altrettanto prezioso centro antico di Napoli, è la chiesa duecentesca di Sant’Eligio Maggiore. L’edifico è situato nell’omonima via e si trova nei pressi della celebre Piazza Mercato, l’antico centro nevralgico dell’economia e del commercio.

La chiesa di Sant’Eligio è la prima chiesa nata in età angioina: la sua costruzione risale al 1270. Lo stile che caratterizza la chiesa è quello gotico, in particolare di influenza francese; difatti, la costruzione dell’edificio fu voluta proprio da tre cortigiani francesi: la trascrizione di alcuni documenti di epoca angioina ha portato alla luce la vera storia alle spalle di questa chiesa medievale. La concessione di terreni da parte della casata regnante a Giovanni Dotum, Guglielmo di Borgogna e Giovanni de Lions condusse alla creazione di quel luogo e, in seguito, anche del complesso ospedaliero che finì per affiancare la chiesa stessa.

La struttura fu dedicata in un primo momento a tre santi: Eligio, Dionisio e Martino.

Fu, inoltre, per la vicinanza con la chiesa che il viceré Don Pedro de Toledo (lo stesso che darà il nome all’omonima via Toledo) ebbe l’idea di rendere il complesso religioso un educando femminile, il “Conservatorio per le vergini”. Le giovani erano educate all’attività infermieristica presso l’annesso ospedale.

La struttura poi divenne anche una caserma (durante il decennio francese), finché nel 1815 tornò ad essere autonoma.

Nel corso del tempo la chiesa è stata colpita da terremoti ed incendi che in qualche modo ne hanno alterato l’immagine iniziale; nell’immediato secondo dopoguerra una serie di lavori di ristrutturazione, che hanno interessato anche altri edifici di Napoli, come il Monastero di Santa Chiara, furono guidatati dall’architetto Gino Chierici. A rendere necessari i lavori fu il violento bombardamento che il 4 marzo 1943 colpì il complesso monumentale. La chiesa era, infatti, vicina al porto, obiettivo privilegiato delle bombe alleate.

Il restauro ha riportato alla luce l’antico splendore gotico, cercando di rendere l’edificio quanto più possibile fedele al progetto iniziale.

Interno della Chiesa di Sant’Eligio Maggiore.

L’interno della struttura è scarno, ma allo stesso tempo disarmante in bellezza: costruito da tre navate, divise da tre arconi, che attraversano tutta la chiesa. Domina, sul lato ovest della Chiesa, un pilastro sul quale è presente una pittura che risale alla fine del XIV secolo e che rappresenta Papa Urbano V avente tra le mani le teste di Pietro e Paolo, simbolo canonico della sua rappresentazione. L’immagine è sostenuta su supporto di tufo ed è colorata di rosso, giallo e blu.

All’esterno della chiesa è possibile notare un arco a due piani che fu eretto successivamente, precisamente nel quattrocento; l’arco collega il campanile con un edificio adiacente.

Al primo piano, di stile gotico, è posizionato un orologio antico; il secondo piano, decorato con stemmi aragonesi, si racconta ospitasse una stanza in cui i condannati a morte trascorrevano le ultime ore prima di essere giustiziati.

Un’affascinante leggenda cinquecentesca, tramandata anche da Benedetto Croce in un suo scritto, riguarda l’antico orologio e in particolare le due teste di marmo che decorano lo stesso.

Le due testine, una maschile e una femminile, rappresenterebbero i  due giovani protagonisti della storia, Irene Malarbi ed il duca Antonello Caracciolo. La leggenda racconta che il giovane nobile si innamorò della bellissima fanciulla, che però non ricambiava il suo amore. Il duca, per vendetta, fece incarcerare con una scusa il padre della Malarbi chiedendo, in cambio della liberazione, che ella diventasse sua moglie. La giovane donna dovette accettare la disonorevole proposta a malincuore, raccontando, intanto, l’accaduto alla figlia di Ferdinando II d’Aragona, Isabella, che fece decapitare il duca subito dopo aver sposato la bellissima Irene, lasciandole in eredità una ricca dote come risarcimento al danno subito.

Un’altra storia che ruota intorno all’orologio è ben più recente.

Siamo nel 1943. La motonave da carico “Caterina Costa“, ormeggiata nel porto di Napoli, esplode. Era il pomeriggio del 28 marzo e l’incendio in poche ore divampò causando circa 600 morti e 3mila feriti. Un gran numero di edifici furono danneggiati: tra questi anche l’orologio della chiesa di Sant’Eligio. L’orologio fu trafitto da una lamiera che ne bloccò gli ingranaggi e la lancetta restò ferma all’orario della terribile esplosione fino agli inizi degli anni Novanta quando fu restaurato.

Quasi in un promemoria costante del terribile evento: perché ciò che definisce e ha sempre definito Napoli è il suo passato. E la chiesa di Sant’Eligio è solo un altro pezzo di storia, l’ennesimo tassello che aggiunge meraviglia e splendore al tesoro che è la città partenopea; ossimoro vivente in cui tutto è in divenire e tutto si cristallizza eterno.

Vanessa Vaia

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Vanessa Vaia nasce a Santa Maria Capua Vetere il 20/07/93. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Classico, si iscrive a “Scienze e Tecnologie della comunicazione” all’università la Sapienza di Roma. Si laurea nel 2016 con una tesi sulle nuove pratiche di narrazione e fruizione delle serie televisive “Game of Series”.