generale lee

Charlottesville, Virginia, Stati Uniti d’America. Nell’anno del Signore 2017 una nuova polemica divampa fra le pianure della contea di Albemarle: è la questione della rimozione della statua dedicata al Generale Lee, ufficiale secessionista a capo degli eserciti sudisti.

Nelle città americane stanno sparendo, uno ad uno, i simboli dedicati alle figure legate agli Stati confederati – come il Generale Lee in Virginia – che dal 1861 al 1865 si contrapposero, prima soltanto ideologicamente, poi sul campo di battaglia, ai repubblicani di Abramo Lincoln.

Nordisti contro sudisti, antischiavisti contro sostenitori della schiavitù, buoni contro cattivi.

Oggi, i monumenti ritenuti rappresentativi di quell’ideologia vengono tirati giù, causando una moderna diatriba fra coloro che si sentono più sollevati ad ammirare le proprie città spoglie dei simboli che rievocano un passato storico lontano e coloro che utilizzano quegli emblemi per rinfocolare le proprie anacronistiche ideologie.

In una simile controversia non è facile stabilire chi ha torto o ragione, sta di fatto che, in mezzo ai due litiganti, c’è un terzo che non gode, anzi, si fa male. Muore, per essere precisi, come è capitato a Heather Heyer, una giovane donna rimasta uccisa durante gli scontri di Charlottesville, causati da un’automobile spinta da un fanatico della supremazia bianca – membro (è proprio il caso di dirlo) dell’Alt-right, movimento di estrema destra xenofoba americano – contro un corteo anti-razzista nel piccolo centro della Virginia.

Una sorta di Blues Brothers al contrario, si direbbe, il film cult degli anni ’80 in cui la macchina di John Belushi e Dan Aykroyd si dirigeva a tutta velocità contro un corteo di nazisti (i famigerati “Nazisti dell’Illinois”), disperdendo i manifestanti che si tuffavano, cercando rifugio, nel fiumiciattolo sottostante.

Questa volta, però, non c’è nulla da ridere, e nonostante i goffi tweet di condanna a qualsiasi violenza da parte del Presidente Trump, l’argomento continua a tenere banco e, come si può facilmente intuire, riguarda una questione non solo americana.

La prima domanda a cui bisogna dare una risposta è se il Comune di Charlottesville abbia fatto bene, oppure no, a disporre la rimozione della statua del Generale Lee.

La risposta, a parere di chi scrive, non può che essere negativa, perché se ci si lascia cadere nella tentazione di rimuovere ciò che, nel bene o nel male, fa parte della storia dei nostri paesi, delle nostre città, degli stati e dei continenti, si finisce, prima o dopo, nel dare spazio a coloro i quali intendono scrivere la storia a loro uso e consumo, eliminando qualsiasi traccia di ciò che è stato.

Un po’ come veniva fatto dal MinVer, il Ministero della Verità, che la fantasia di George Orwell ha messo a capo della propaganda e dell’informazione nello Stato dell’Oceania, mirabilmente descritto nel romanzo 1984.

Nel futuro distopico narrato dal romanziere britannico, quando, dopo una guerra, si verificava un rovesciamento di fronti e un cambio di ruoli fra opposte fazioni, il MinVer interveniva a cancellare tutti i dati storici, dimodoché non restasse traccia di quel cambiamento e al popolo sembrasse che nulla fosse cambiato.

A chi obietterà che non ci troviamo a quei livelli si può agevolmente controbattere che non è il risultato che conta in questo caso, bensì l’obiettivo che si vuole raggiungere, ovverosia quello di far scomparire le testimonianze della storia.

Un discorso valido tanto a destra quanto a sinistra, se si pensa alle istanze tutte italiane di eliminare i simboli del fascismo in giro per le nostre città ma anche, ad esempio, ai movimenti nazionalisti ucraini, che nell’anno del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, si sono viste accogliere le loro richieste di rimozione dei simboli comunisti.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia secondo cui il governo di Kiev ha autorizzato la distruzione di un patrimonio di circa 1320 statue raffiguranti l’effigie di Vladimir Lenin, leader della rivoluzione che ha instaurato il comunismo.

È davvero questo ciò che vogliamo? Caduti i governi, accantonate la ideologie, si fa spazio a nuovi simboli, senza pensare – o peggio, ignorando di considerare – che un popolo senza memoria e cultura storica rimane soltanto un gruppo di persone che cresce senza autonomia critica e capacità di riflessione, la stessa che dovrebbe permettergli di giudicare da solo le vicende del passato e, conseguentemente, dare il proprio contributo per evitare il ripetersi degli errori.

Senza contare, ed è forse questo l’aspetto più inquietante, il pericolo di tramutare quelli che dovrebbero essere semplici testimonianze storiche in autentiche calamite per estremisti e facinorosi, come nel caso della statua del Generale Lee: un pericolo che chi amministra una nazione non può permettersi di avallare.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.