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L’attentato di Barcellona ha risollevato, dopo mesi di apparente tranquillità, la questione degli attacchi terroristici e delle problematiche dell’integrazione fra culture, ponendo ancora una volta due schieramenti in campo. La sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha risposto agli attacchi con parole di pace e apertura, ribadendo i valori della città catalana.

Al contrario di chi ha preso spunto dall’attentato per predicare la chiusura delle frontiere, Ada Colau ha, infatti, ribadito che la “capitale della Catalogna” è una città aperta: «Barcellona città di pace. Il terrore non ci farà smettere di essere ciò che siamo: città aperta al mondo, coraggiosa e solidale». Una risposta da molti giudicata esemplare, in linea con lo spirito di Barcelona en Comú, la lista civica che ha portato Ada Colau alla vittoria elettorale nel 2015.

Barcellona, infatti, in questi mesi si è dimostrata una città solidale con migranti e rifugiati, nettamente schierata a favore di una politica dell’accoglienza, come ha dimostrato lo scorso febbraio con un’imponente manifestazione di piazza al grido di “Acollim ara!” (“Accogliamo ora!”, ndr). A seguito dell’attentato, una manifestazione antifascista e antirazzista si è schierata sulla Rambla per ribadire che è anche la città stessa, dal basso, a sostenere i valori dell’apertura e del multiculturalismo portati avanti dalla sindaca.

Tutta un’altra storia se si pensa a come l’Italia – dal basso e dall’alto – stia affrontando la crisi dei rifugiati e la questione dei migranti. Subito all’indomani dell’attentato di Barcellona e dell’appello di Ada Colau, infatti, politici quali Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno colto l’occasione per criticare il modello di accoglienza catalano e per ripetere che l’integralismo islamico non è possibile, se non al prezzo degli attentati.

Del resto, anche parte del popolo del web si è schierata contro la sindaca e le sue scelte, quasi che l’attentato fosse la giusta punizione per una politica sbagliata: quella dell’accoglienza, che la città colpita dall’attentato sta praticando ormai da anni.

Barcellona, infatti, può vantare un passato di città “accogliente” già prima dell’arrivo di Ada Colau: dal 1999 è attivo il SAIER (Service Centre For Immigrants, Emigrants And Refugees), che offre gratuitamente aiuto a migranti e rifugiati e che è stato giudicato «un esempio virtuoso di una città europea che investe sull’integrazione dei migranti». Dal 2009 è poi stato attivato il CRIPB (Barcelona International Peace Resource Center), che invece si rivolge ai cittadini, al fine di prepararli a gestire le crisi umanitarie e l’accoglienza direttamente sul territorio. Basta dare uno sguardo ai corsi previsti per il 2017 e si vedono nomi quali “Partecipazione comunitaria e mobilitazione nella risposta umanitaria”, “Corso di costruzione della pace e della governabilità locale”, “Corso di negoziazioni umanitarie” e così via.

Dal settembre 2015, Ada Colau ha poi lanciato il piano “Barcellona città rifugio”, che intende equipaggiare la città catalana con un proprio piano per l’accoglienza dei rifugiati attraverso quattro linee guida: strategia di ricezione (preparare i cittadini e comprendere i bisogni dei rifugiati), cura dei rifugiati già accolti, partecipazione e informazione dei cittadini e azione all’estero (coordinamento e mutuo aiuto fra città-rifugio europee).

Tuttavia, Barcellona deve pur sempre far riferimento allo Stato centrale, a Madrid, che si rifiuta di accogliere un numero di rifugiati maggiore delle quote previste dall’Unione Europea e quindi di permettere un maggior dispiegamento di forze – economiche e materiali – in campo. In questo contesto, seppur con risorse limitate, la città catalana ha comunque deciso di creare il proprio piano di accoglienza e di mandarlo avanti, preparando i cittadini, collaborando con ONG della regione, aiutando quei migranti che effettivamente raggiungono il territorio.

L’idea base della sindaca Ada Colau è che aiutare essere umani sia un obbligo imprescindibile, morale prima ancora che politico: «Non sono quote, sono vite umane. E se gli Stati sono riluttanti a capirlo, noi, città e cittadini, siamo pronti a metterci in azione. Perché noi possiamo…e dobbiamo».

La differenza tra noi e loro – la Catalogna e l’Italia o, se si vuole, Barcellona e Roma – risulta evidente. Proprio mentre la sindaca catalana ribadisce il proprio modello di accoglienza e integrazione all’indomani dell’attentato, in Italia si va avanti con il metodo Minniti e con un piano che ostacola i soccorsi in mare e consegna le vite di esseri umani alle autorità libiche e, di fatto, ai documentati lager del paese. Inoltre, nessuna città italiana – a eccezione di poche eccezioni virtuose – dispone di un piano per l’accoglienza e la gestione di migranti e rifugiati sul territorio.

Proprio Roma è l’emblema della direzione intrapresa: il 19 agosto un nuovo sgombero, nel palazzo di via Curtatone poco lontano dalla stazione Termini, ha riconsegnato alla strada centinaia di persone, fra cui molti bambini e rifugiati provenienti dal Corno d’Africa.

Elisabetta Elia

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Calabrese di nascita, ma anche un po' romana, anno '92. Ama leggere, scrivere e girare il mondo. Per lei giornalismo è raccontare storie di gente e del mondo, vicino e lontano.

1 COMMENTO

  1. w Giorgia Meloni che dice quel che chi non vuole tradire la propria storia e le proprie tradizioni pensa, alla faccia dei nemici e dei traditori.

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