alternanza scuola lavoro

Si tratta di una forma sperimentale di rapporto tra mondo della conoscenza e del lavoro che, in questi due anni di attuazione, ha posto una serie di dubbi. Dubbi simili a nodi che abbiamo provato a sciogliere con chi quotidianamente si rapporta con le dinamiche legate all’alternanza nella provincia di Salerno.

Con la legge 107 del 2015 (nel concreto nei comma 28, 30, 33, 34, 35, 37, 38, 39, 40, 41, 138), viene regolamentata e resa obbligatoria a tutti gli effetti l’alternanza scuola-lavoro, un percorso di 400 ore per gli istituti tecnici e 200 ore per i licei nel quale ogni singolo studente è chiamato a rapportarsi con il mondo del lavoro (lavorando spesso senza una retribuzione e/o rimborso spese) in parallelo al percorso di studi.

Abbiamo, dunque, dialogato con un insegnante di un noto istituto poli-specialistico della provincia di Salerno, che pone una serie di interrogativi e certezze su come l’alternanza scuola-lavoro influenzi negativamente il percorso di studi. Domande e risposte nette rispetto a chi in questi anni ha santificato un modello che, nei fatti, sembra accartocciarsi su se stesso.

Come da legge, l’istituto dove lei insegna attua l’alternanza scuola-lavoro, in cosa consiste?
“Mettendo da parte il mio giudizio totale sulla validità dell’esperimento, voglio premettere che quello attuato nel nostro istituto scolastico non si avvicina minimamente a quello che in principio era l’idea di alternanza scuola-lavoro.

riforma

Nel concreto si tratta di una serie di attività di formazione interne ed esterne all’istituto su alcune tematiche specifiche. Gli studenti e le studentesse sono stati al museo archeologico di Sarno per comprendere a pieno come funziona la gestione, l’organizzazione e la manutenzione di opere di età antica.

In realtà è necessario affermare come gli insegnanti siano costretti, ogni volta, ad inventare nuove attività per coprire il monte ore dell’alternanza: sono stati fatti corsi d’informatica, corsi sulle erbe e molte volte l’alternanza si è rivelata farlocca in quanto, pur dichiarandola come tale, si faceva lezione normalmente”.

Dunque, l’alternanza non è in linea con il percorso di studi?
“Esattamente. Le attività che vengono svolte non solo non sono in linea con ciò che si dovrebbe studiare, ma addirittura impoveriscono la didattica. Il monte ore obbligatorio è inutile per certi aspetti e impedisce il normale svolgimento delle lezioni, delle verifiche e delle interrogazioni. Togliere ore alle attività curricolari in questo modo danneggia non solo il percorso in sé, ma la qualità della didattica e della preparazione degli studenti e delle studentesse. Un meccanismo che avrebbe dovuto connettere conoscenze teoriche e pratiche ha creato una confusione generale rispetto al ruolo dell’istruzione.”

Ci vuole raccontare di questioni specifiche riguardanti l’alternanza nella scuola in cui insegna?
“Una questione che mi preme raccontare riguarda il rapporto tra disabilità e alternanza. Nell’istituto nel quale lavoro si è verificato una dinamica di esclusione rispetto ad uno studente con un handicap motorio. Lo studente non ha potuto partecipare come tutti gli altri alle ore destinate al programma per l’impossibilità nel lasciare fisicamente l’istituto. Praticamente non c’erano dei mezzi adatti affinché fosse data la possibilità allo studente con disabilità di stare con i compagni e fare le medesime attività.

Gli aspetti più gravi riguardano le risposte dateci dagli uffici della scuola che, alle nostre sollecitazioni, affermando l’impossibilità di porre una risoluzione, ci hanno letteralmente invitato a procurare un pulmino adeguato alle esigenze del ragazzo con handicap motorio.

Siamo di fronte ad un vero e proprio abbandono da parte delle istituzioni di chi dovrebbe essere tutelato. Com’è possibile che il programma di alternanza scuola-lavoro non tenga conto di queste esigenze?”

Intravede ulteriori criticità rispetto all’alternanza?
“Credo che lo strumento per come era stato pensato sarebbe utile, ma c’è una grossa difformità tra la teoria e la prassi. Oggi l’alternanza scuola-lavoro non è altro che una forma di lavoro gratuito che distoglie dalla priorità della formazione e avvantaggia le aziende che possono non assumere perché conviene avere individui che offrono un servizio senza una retribuzione. Basti pensare agli studenti e alle studentesse negli autogrill o nelle catene di fast-food: cosa apprendono? Quanto è utile per il loro percorso quel tipo di lavoro? Queste dinamiche non danneggiano chi cerca un lavoro retribuito?”

stefania giannini la buona scuola riforma della scuolaCome si potrebbe evitare ciò che ci ha raccontato?
“Credo che vada rivisto tutto in toto. Abbiamo bisogno di una scuola di qualità e che renda consapevoli gli studenti, non di scuole che aiutino le aziende a sfruttare il lavoro gratuito. Dovremmo inoltre, a partire dai POF, fornire delle valide forme di alternanza e non ripiegamenti frutto di disorganizzazione e lezioni somministrate giusto per il dovere legale di farle e nel tentativo di raggiungere ad ogni costo il monte orario obbligatorio”.

Quest’intervista è solo uno spaccato di ciò che l’alternanza scuola-lavoro produce negli istituti. Un’alternanza, come riportato più volte nell’intervista, che produce troppe volte esclusione, lavoro gratuito e in alcuni casi costringe gli studenti e le studentesse a pagare di propria tasca gli spostamenti e le spese da affrontare (casi emblematici la Basilicata e il Molise che, per mancanza di centri produttivi, hanno visto centinaia di studenti emigrare nelle regioni confinanti).

Si tratta di una modalità di alternanza scuola-lavoro che impone serie riflessioni rispetto al legame indissolubile tra i saperi e un mondo del lavoro sempre più precario, colpito dalle politiche neo-liberiste di austerità e caratterizzato da forme indirette di sfruttamento. Una riflessione che non può che mettere in dubbio questi due primi anni di applicazione di una legge forse troppo affrettata.

Gerardo Ragosa

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