terrorismo giornalismo

Nell’ambito della lotta al terrorismo, e parallelamente allo sviluppo di nuove forme di comunicazione, il ruolo del mondo del giornalismo e dei media in generale ha assunto un’importanza sempre maggiore nell’analisi e nella risposta a questi fenomeni.

Parlare di terrorismo o di un attentato per chi si occupa di giornalismo richiede un’accuratezza e un’attenzione ad ogni dettaglio inimmaginabili per l’utente che si limita a leggere il ‘prodotto finito’, e che implicano un’enorme responsabilità. I rischi infatti sono dietro l’angolo, sono numerosi e possono condizionare la reazione di un’ampia fetta di pubblico. Esiste persino una guida, rilasciata dall’UNESCO, che indica ai giornalisti le linee guida per parlare di terrorismo.

Fondamentali sono, ad esempio, i momenti immediatamente successivi ad un evento di possibile matrice terroristica: il giornalista deve essere bravo a riportare i fatti così come arrivano dalle fonti ufficiali, evitando di trarre troppo in fretta conclusioni che alimentano paura o pregiudizi. Questo compito richiede massima trasparenza, con se stessi e con il pubblico, anche a costo di non inseguire sensazionalismi di facile presa ma che a lungo andare fanno perdere di credibilità a tutta la categoria.
Rilevante è anche il ruolo del giornalista nell’ambito delle operazioni di polizia: le forze dell’ordine impegnate in azioni anti-terroristiche devono necessariamente collaborare con la stampa al fine di garantire la sicurezza dei cittadini, rendendo necessaria a volte perfino l’omissione di alcuni dettagli (raramente vengono mostrate le immagini della polizia schierata durante un blitz per non avvantaggiare gli attentatori) pur di salvaguardare l’incolumità dei cittadini.

Grande attenzione merita anche il linguaggio da utilizzare: c’è la tendenza errata ad usare la parola ‘terrorismo’ unicamente in riferimento ad atti di matrice islamica/jihadista, mentre atti ugualmente feroci di natura diversamente politicizzata vengono innanzitutto classificati come gesti “frutto di squilibri psichici”. Persino il termine ISIS (ricordiamo, acronimo di Islamic State of Iraq and Syria) è oggetto di dibattito, perché riconoscerebbe a Daesh (nome arabo dell’organizzazione terroristica) l’esistenza di uno Stato che di fatto non c’è.
In generale, la linea da seguire è evitare la spettacolarizzazione o l’esaltazione di atti o persone legate ad attività terroristiche, che possono aumentare il rischio di emulazione. È il caso ad esempio degli attentati kamikaze, la cui descrizione non dev’essere eccessivamente dettagliata per non ‘istruire’ altri soggetti potenzialmente pericolosi riguardo ad attività di questo tipo.

A rendere la situazione più complessa c’è, sicuramente, lo sviluppo dei social network. Piattaforme come Facebook, YouTube e Twitter permettono una diffusione di notizie molto più rapida e capillare, mettendo però a repentaglio la qualità e la veridicità dell’informazione.

Le piattaforme social spesso diventano la prima fonte di notizie grazie alle numerose testimonianze che gli utenti pubblicano sui propri profili, testimonianze che spesso sono accompagnate da video, foto o altro materiale che le rendono ancora più d’impatto. Grazie ai social network, quindi, il pubblico non è più solo ‘ricevente’ dell’informazione, ma è in grado di bypassare l’intermediazione della stampa tradizionale e andare dritto al cuore della notizia.

Spesso però, si verifica il problema opposto: si viene a creare un eccesso di notizie, non tutte verificate (alcune sono delle vere e proprie bufale) che confondono l’ascoltatore, in una sorta di vera e propria iper-esposizione. Il ruolo del giornalismo sui social sta in questo: prendere per mano il proprio pubblico e guidarlo attraverso l’intricato labirinto delle notizie false o non verificate, trovare i pezzi giusti con i quali l’utente ‘ricomporrà il puzzle’ relativo alla vicenda.

Inoltre, un giornalismo attento deve saper fornire risposte al problema terrorismo anche in periodi di relativa ‘tranquillità’, quando c’è il tempo e le condizioni adatte per analisi più approfondite del fenomeno. Bisogna combattere l’idea che un attacco terroristico avvenga a caso, senza possibilità di essere previsto; ogni evento ha cause e fattori ben precisi, legati spesso a delicati equilibri geopolitici che un giornalista deve saper ricostruire e spiegare al proprio pubblico.

È necessaria, infine, una presa di coscienza da parte degli stessi social network. Sono sempre più numerosi, infatti, video, foto o altri materiali di propaganda diffusi su internet dalle organizzazioni terroristiche. Materiale che contribuisce ad alimentare il panico o, peggio ancora, a trovare e reclutare nuovi potenziali terroristi. Le maggiori piattaforme faticano ancora ad elaborare algoritmi che rimuovano tempestivamente questo tipo di materiale, e si basano unicamente sulle segnalazioni degli utenti, che però hanno bisogno di tempo per essere analizzate. E così, foto e video rimangono disponibili per molto tempo prima di poter essere eliminati. È tempo che questi ‘giganti del web’ assumano la consapevolezza di essere ormai fonte d’informazione per una larga parte del pubblico, e che quindi è loro dovere anche quello di tutelare i propri utenti.

Un modo di dire diffuso in ambito giornalistico dice che “il giornalismo è il miglior amico del terrorismo”, in quanto spesso la stampa funge da cassa mediatica per i terroristi che compiono azioni sempre più eclatanti per avere una risonanza sempre maggiore. In questo modo, si fa indirettamente il gioco dei terroristi. Ma un giornalismo di qualità non solo stronca sul nascere la ‘fame mediatica’ di queste organizzazioni, bensì fornisce al pubblico un approccio informato e organizzato a questi eventi.
In quanto giornalisti, abbiamo una grande responsabilità. E non saremo i migliori amici dei terroristi.

Simone Martuscelli