Boston

Seicentoquaranta miglia separano la Quicken Loans Arena dal TD Garden. Una distanza importante. Una distanza simile – in termini ovviamente diversi – si è vista sul parquet nei playoff della scorsa stagione tra le due franchigie che abitano quei palazzetti. Sono bastate le prime due gare per far capire a tutti che i Boston Celtics non avevano una singola chance di portare a casa la serie, finita poi 4-1 in favore di Cleveland. Una distanza che, forse, questa off-season 2017 potrebbe aver annullato.

Nelle settimane precedenti sembra che i Celtics non avessero colto l’attimo quando sia Jimmy Butler che Paul George avevano deciso di firmare rispettivamente per Minnesota Timberwolves e Oklahoma City Thunder. E, poi, in una notte (italiana) di mezza estate, il colpo che non ti aspetti: Kyrie Irving.

I rumours riguardanti la trade con Cleveland si sono intensificati notevolmente nelle prime ore della giornata, finché tutti i media americani principali e poi gli stessi biancoverdi non hanno confermato l’esito positivo della trattativa. I Boston Celtics annunciano oggi di aver acquisito il quattro volte All-Star e campione NBA 2016 Kyrie Irving dai Cleveland Cavaliers in cambio della guardia Isaiah Thomas, l’ala Jae Crowder, il centro Ante Zizic e i diritti della prima scelta al draft 2018 dei Brooklyn Nets, si legge sul sito della franchigia più titolata della Lega.

The Man. La decisione di Irving di lasciare Cleveland è arrivata alle orecchie di tutti un mese fa, circa. Da allora tutti ci siamo posti la stessa domanda: perché voler lasciare una squadra che ha disputato tre finali negli ultimi tre anni e che aveva tutte le carte in regola per poterne disputare, se non altrettante, sicuramente altre ancora? A rigor di logica è una scelta che non ha senso, va in contrasto con il trend che ha subito la NBA in questi anni, dove i migliori atleti cercano di allearsi per formare una squadra che possa aspirare ad un ciclo immediato di vittorie. Ma Kyrie Irving non è come tutti gli altri. Lo ha dimostrato in questi anni da giocatore professionista e lo aveva dimostrato già in quelle poche – undici, per l’esattezza – partite a Duke, prima dell’infortunio ai legamenti del ginocchio. Un’impressione di maturità così forte che Cleveland non ebbe alcun dubbio a sceglierlo come prima chiamata assoluta nel 2011. Il nativo di Melbourne cresciuto ammirando le gesta di Kobe Bryant, con cui ha stretto un legame molto forte al suo ingresso in NBA e con cui adesso è nata anche una partnership targata Nike, adesso si comporta come Kobe Bryant. È così come Kobe divorziò da Shaq nel 2004, anche Kyrie ha deciso di non voler più vivere nell’ombra di LeBron James.

Un ego troppo importante per fare da spalla, soprattutto perché è un ruolo che ha dovuto “subire” e che ha sempre faticato ad accettare. LeBron ha scelto lui, non il contrario. The Decision 2.0 ha, di fatto, impedito al n.2 di divenire l’uomo-franchigia dei Cavaliers. Certo, in seguito sono arrivati tre finali, un titolo e la tripla in gara-7 che lo ha immortalato nella storia, quindi sicuramente male non gli è andata ma è proprio in momenti come questi che l’ombra diventa sempre più ingombrante. Perché quando si fa riferimento a quelle Finals, agli occhi di tutti, l’eroe della vicenda è LeBron James da Akron che compie l’impresa, sconfiggendo gli imbattibili Warriors. I 27.1 punti (46% dal campo e 40% da tre) di media e il tiro della vittoria sono soltanto il classico aiuto che il protagonista del poema cavalleresco riceve dal suo compagno fidato di viaggio.

Secondo Brian Windhorst di ESPN, l’idea di chiedere uno scambio era già nata nei giorni successivi proprio al titolo del 2016. Questo dunque escluderebbe anche l’ipotesi secondo cui la sua scelta sia stata dettata dalla possibile – e, secondo molti, probabile – decisione di James di lasciare Cleveland il prossimo anno.

Boston
Brad Stevens nella passata stagione è riuscito a dare finalmente un volto ad una squadra che non era altro che un ammasso di scelte del draft. Boston ha disputato una grande stagione terminando prima ad est ed arrivando fino alle Finali di Conference. Ha creato un sistema coerente e funzionante, che ha portato la squadra a praticare lo stesso tipo di pallacanestro sia in regular season che durante i playoff: 108.6 punti di offensive rating nella stagione regolare, 108.5 nei post-season. Ma il sistema per quanto importante ha bisogno di una certa tipologia di giocatori per funzionare a livelli alti, soprattutto se per “livelli alti” intendiamo il dover affrontare una corazzata come Golden State. Ed è qui che entrano in scena Gordon Hayward e Kyrie Irving, che sono due dei migliori giocatori offensivi della Lega e possono adattarsi bene nel concetto di squadra che ha in mente Stevens.

Adesso tocca parlare di Thomas. 175 centimetri, l’amore per i Seattle Supersonics e l’approvazione di Allen Iverson. Isaiah in poco tempo è riuscito a conquistare chiunque in New England, da i più scettici per via della sua stazza a quelli che lo ritenevano talentuoso ma non fino a questo punto. La scorsa stagione è stato uno dei migliori giocatori dell’intera NBA, tanto da essere confermato All-Star Game e da rientrare nel secondo miglior quintetto. “Isaiah ha incarnato perfettamente lo spirito di un Celtics”, ha dichiarato Danny Ainge dopo la conclusione della trade. Perché scambiarlo, allora? Discorso complicato che proviamo a tripartire:

Le condizioni fisiche. Il primo punto da affrontare riguarda senza dubbio le condizioni del giocatore. Lo scorso marzo, Thomas ha subito un infortunio all’anca nella partita contro Minnesota. Da allora ha lavorato per gestire il problema ma nelle prime due gare della serie contro Cleveland il gonfiore è aumentato al punto che i Celtics hanno preferito fargli chiudere anzitempo la stagione. Ad un mese dal training camp ancora non erano note le reali condizioni del giocatore, lo stesso Stevens nella giornata di ieri aveva affermato di non poter essere ottimista fino al prossimo esame di settembre.

Il rinnovo. Thomas è entrato in questa stagione nell’ultimo anno del suo contratto, il cui valore è 6,2 milioni di dollari. Naturalmente le prestazioni che ha accumulato nel corso degli ultimi ventiquattro mesi e l’aumento del salary cap hanno fatto impennare il valore del giocatore, che al termine della stagione 2018 potrà aspettarsi di triplicare l’ingaggio che percepisce al momento. Almeno. In una franchigia in ricostruzione come quella dei Celtics, dare un ingaggio attorno ai 20 milioni ad un giocatore come Thomas (che l’anno prossimo compirà 29 anni) avrebbe significato l’impossibilità di firmare ulteriori giocatori importanti.

La difesa. Thomas non è un giocatore importante? Naturalmente ma il tetto salariale obbliga a compiere delle scelte e, a volte, bisogna ragionare sui pro e i contro. I pro li abbiamo già elencati in precedenza, tocca occuparci dei contro, che in realtà si possono riassumere nella parola ‘difesa’. Nella passata regular season, quando Thomas sedeva in panca Boston migliorava la sua difesa di nove punti (da 108.6 a 99.7). Nei playoff, paradossalmente, i numeri dicono che con Thomas in campo la difesa migliorasse, seppur di poco (1 punto). Questo perché i Celtics hanno schierato per gran parte del tempo un quintetto in cui lui veniva affiancato da grandi difensori: Al Horford, Avery Bradley e Jay Crowder. Ma, soprattutto, i numeri non tengono conto del fatto che i Bulls non avessero una point-guard che sapesse attaccare bene, dunque nella serie contro Chicago Thomas è stato puntato uno vs uno poche volte. Se invece prendiamo in esame quella contro i Wizards, che non solo hanno un play che attacchi ma che quest’ultimo corrisponda al nome di John Wall, possiamo notare tutte le lacune difensive del numero 4:

Defensive rating con Thomas in campo 112.8
Defensive rating con Thomas in panca 92.8 (-20 punti concessi)

BostonSe Kyrie Irving lo conosciamo ormai tutti, Gordon Hayward per quanto abbia accresciuto il suo status negli ultimi anni, resta un giocatore sconosciuto televisivamente a molti, considerando anche che solo recentemente Utah si è riguadagnata una fetta – anche se minima – di dirette nazionali e internazionali. Hayward è il giocatore che a tutti i costi Boston ha cercato in questa free-agency soprattutto per volere di Brad Stevens, che lo aveva allenato a Butler e con cui ha condiviso un’entusiasmante cavalcata alla Finale NCAA (persa con Duke). È uno dei migliori giocatori NBA sui due lati del campo. Il suo fisico (2.03 m x 103 kg) gli permette di essere difensivamente un componente importante contro le ali o dominare contro le guardie. È il tipo di giocatore perfetto per un sistema offensivo senza che debba chiedere troppo spesso il pallone. La sua versatilità potrà permettere a Stevens di utilizzarlo in qualunque tipo di set offensivo. Per non dilungarmi ulteriormente, date un’occhiata a questo splendido articolo di John Karalis di Boston.com.

Michele Di Mauro