Fortunato Cerlino: «Napoli a metà tra inferno e paradiso»

Fortunato Cerlino, il celebre Don Pietro Savastano della serie cult Gomorra è stato la guest star della quarta edizione del Toko Film Festival a Sala Consilina. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo e si è dimostrato un uomo di grande professionalità, coscienza critica sulle tematiche sociali e di una poeticità sconfinata.

«Mo’ ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost!»

L’attore napoletano Fortunato Cerlino è stato l’ospite di spicco della quarta edizione del Toko Film Festival, lo scorso 29 luglio in quel di Sala Consilina (SA).

Prima di intervenire in un workshop nel quale si è confrontato con il pubblico, Cerlino con grande disponibilità ci ha concesso un’intervista, per la quale ringraziamo vivamente il team organizzativo del Toko Film Festival.
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Si è discusso di molte cose; come i suoi inizi a teatro, il rapporto con la cinematografia, il tessuto sociale di provenienza, riflessioni sull’interpretazione stereotipata della serie Gomorra, sulla disgregazione sociale che genera la violenza che vediamo nelle scene cruente sullo schermo, ma che ha radici ben più lontane. E, infine, un’analisi pregna di poesia sulle caratteristiche dei nostri territori, a partire da Napoli fino ad arrivare a Sala Consilina.

Fortunato Cerlino premiato al Toko Film Festival a Sala Consilina
Fortunato Cerlino premiato al Toko Film Festival a Sala Consilina

A seguire l’intervista.

Lei ha un passato importante nel mondo del teatro prima ancora di affermarsi come attore cinematografico, cosa lo ha avvicinato alla recitazione?

«Mi ha avvicinato alla recitazione ciò che molto spesso delinea quello che è il primo approccio questo mestiere: uno spirito di rivalsa. Vivevamo un tremendo disagio giovanile, la voglia di riscatto cresceva sempre di più, complice anche l’ambiente in cui sono cresciuto. Da ragazzino ricordo che volevo dimostrare ai miei genitori di essere una persona interessante Volevo affacciarmi al mondo sotto un altro punto di vista, e la recitazione era ed è la mia strada maestra. Poi arriva la preparazione e lo studio dello strumento artistico che si utilizza al fine di esprimersi. Io ho iniziato in teatro, in seguito mi sono misurato anche con il grande schermo, per sperimentare sempre di più e trovare sempre maggiori stimoli. Ma senza perdere neanche un elemento che ha fatto parte della strada, e spero di continuare così.»

Tra i tanti ruoli che lei ha interpretato c’è un personaggio a cui è legato maggiormente, a cui pensa ogni giorno e vede ogni sfumatura di sé o di come vorrebbe essere, oppure vige il modus “sono tutti figli miei” ?

«Questa domanda mi mette in difficoltà, ma devo per forza risponderti che sono tutti figli miei. Tutti. Don Pietro Savastano di Gomorra è il personaggio che mi ha dato maggiore visibilità e a cui devo tanto. Ma non ce n’è uno, tra quelli che ho interpretato che non mi abbia entusiasmato o che abbia interpretato controvoglia o, peggio ancora, senza coinvolgimento emotivo. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di importante e fa parte di me.»

In riferimento alla serie cult Gomorra, cosa ne pensa del rapporto tra il suo Don Pietro Savastano e il figlio, Gennaro?

«È un rapporto di grande rilevanza sociale, ne ho parlato spesso in questi termini, è utile per definire la condizione di questi uomini che credono di poter raggiungere questo ipotetico apice che contiene la ricchezza, il potere, la gloria poi perdono per strada le fondamenta che sono l’affetto, l’amore per la persona che si ama, per i figli, insomma quei sentimenti che ancora e sempre muoveranno le corde del nostro stare bene. Il rapporto fra Pietro e Genni è aberrante, è un buco nero, un qualcosa di incomprensibile. Tra l’altro Pietro, nella sua evoluzione, commette errori (non dico cosa per non fare spoiler) proprio su questo fronte perché non è in grado di sostenere l’amore.»

Sul set di "Gomorra - La serie", Don Pietro e Genny interpretati rispettivamente da Fortunato Cerlino e Salvatore Esposito
Sul set di “Gomorra – La serie”, Don Pietro e Genny interpretati rispettivamente da Fortunato Cerlino e Salvatore Esposito

Nella serie Hannibal come in Gomorra si notano scene di violenza brutale, lei che ha recitato in queste ambientazioni cosa può rispondere a chi tende ad esorcizzare la violenza on screen, soprattutto nelle serie TV, rifacendosi una morale secondo la quale le realtà negative della vita è meglio nasconderle?

«La ‘violenza’ bisogna prima di tutto saperla identificare e contestualizzare. Se intendiamo la violenza soltanto come un qualsiasi gesto che minaccia l’incolumità di chi lo subisce, siamo fuori strada. O meglio, siamo già alla conclusione dell’atto, la punta dell’iceberg. La violenza viene prima del gesto, e viene da una società che non sa coltivare se stessa, che dimentica la sua storia, che non sa avere attenzione per i giovani, per la loro istruzione e la loro formazione culturale anche al di fuori della scuola. Io credo che sia questa la prima forma di violenza, che poi scaturisce in tante altre azioni derivanti, ciò che noi vediamo è il risultato di ciò che molto molto prima abbiamo trascurato. E quindi ti rispondo con una provocazione: film veri sulla violenza ancora non ne ho visti.»

Dal set di "Falchi" (2016)
Fortunato Cerlino, dal set di “Falchi” (2016)

Il fenomeno di Gomorra ha contribuito anche ad alimentare – probabilmente in un pubblico superficiale e poco attento – una concezione del sud come terra da cui scappare, pregna di alta criminalità e basta. Senza dare adito a tutte le realtà presenti sul territorio napoletano che hanno reso e provano a rendere Napoli e tutta la Campania un posto migliore; all’insegna della vivibilità, improntato sulla tutela dell’ambiente, e che possa agire sempre nel rispetto dei diritti. Come si relaziona in base a tale fenomeno?

«Napoli in particolare, come del resto tutta questa zona, è una città verticale. Ci sono milioni di città interessanti al mondo, ma che restano orizzontali. Napoli è una città verticale, dove la distanza fra il cielo e l’inferno è la stessa. E puoi trovare sia l’uno che l’altro, sei a metà. Gomorra non è Napoli, è soltanto una narrazione parziale di quello che accade lì, e non soltanto lì. Non ha la presunzione di volerla raccontare. È una città talmente vasta, inafferrabile. Non ci sarà mai una serie o un film che riuscirà a raccontarla nella sua totalità; si può raccontare un aspetto, una parzialità.»


Giuseppe Luisi