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«“Fratello, quando lasceremo quest’isola?” mi domandò. Risposi “Non lo so.”»

Potrebbe essere l’inizio di un romanzo a tinte fosche, una rivisitazione moderna di Robinson Crusoe con un pizzico di distopia orwelliana. Invece sono le parole che Hamed Shamshiripour, richiedente asilo di origine iraniana giunto in Australia e illegalmente detenuto dal governo sull’isola di Manu, ha rivolto un mese fa al suo amico e compagno di prigionia Behrouz Boochani, prima che il suo corpo fosse ritrovato nei pressi del ‘Centro di Transito’ della città di Lorengau.

Quando Behrouz Boochani ha saputo della sorte di Hamed ha fatto quello che fa da quattro anni per resistere all’idea di essere stato privato della sua libertà senza aver commesso alcun crimine: scrive. Del resto è a causa di questo suo scrivere che è fuggito dall’Iran.

Behrouz Boochani è un uomo che ha avuto la disgrazia di nascere del colore “sbagliato” nel suo stesso paese. In più è nato con pochi peli sulla lingua, una combinazione che porta poca fortuna ai giornalisti. Sembra che i Guardiani della Rivoluzione non gradiscano la lingua e la cultura curde, elementi identitari potenti e potenzialmente pericolosi per il mantenimento della status quo. Per proteggersi è scappato, portando le sue idee su una barca con molte altre persone in fuga, alla ricerca di un luogo dove poter lavorare liberamente.

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Il giornalista e richiedente asilo Behrouz Boochani, detenuto dal 2013 nel campo di detenzione australiano sull’isola di Manu

Un sogno che si è presto infranto sulle coste della Papua Nuova Guinea, dove con altri 900 uomini Boochani è stato trasferito nell’estate 2013. Grazie ad un vantaggioso accordo bilaterale, l’Australia, tra i paesi più avanzati del mondo occidentale, appalta la gestione di due campi di detenzione alla Papua Nuova Guinea e alla Repubblica di Nauru, una mossa efficace per scaricare una responsabilità scomoda. I campi sono destinati alle quasi 2000 persone che sono arrivate via mare nel luglio 2013, chiedendo protezione politica e umanitaria all’Australia. La protezione non è mai arrivata, al contrario soggetti che ne avrebbero potuto beneficiare sono stati barbaramente deportati, maltrattati e destinati a un limbo senza via d’uscita.

Nessuna di queste persone è mai più stata al sicuro o libera da quando ha messo piede sul suolo australiano. Oltre al trasferimento forzato sono stati rinchiusi e le famiglie sono state separate, il campo di Nauru ospita donne e bambini, Manu solo uomini. Il primo ministro australiano ha più volte ripetuto che a nessuno sarà concesso di riunirsi con eventuali parenti già residenti in Australia. Privati della basilare libertà di movimento i detenuti innocenti sono stati torturati, dal punto di vista psicologico, fisico, morale. Le inchieste di The Guardian e di Human Rights Watch relative al campo di Nauru del 2014 documentano stupri e violenze, soprattutto nei confronti dei minori. Inoltre i rifugiati sono stati spesso attaccati dalla popolazione ostile alla loro presenza e le proteste messe in atto represse con violenza dalle forze di sicurezza. Sono stati abbandonati umanamente e politicamente e infine sono morti.

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La veglia in onore di Hamed Shamshiripour

Hamed è morto per colpa del governo australiano. L’inchiesta dirà se si è trattato o meno di un suicidio, tuttavia le condizioni mentali in cui versava e la mancanza di trattamenti adeguati sono responsabilità di chi ne ha negato l’umanità, rendendolo poco più che un problema fastidioso. Hamed è morto, non è certo il primo e non sarà l’ultimo finché l’Australia non invertirà completamente la sua politica di criminalizzazione dei migranti.

Non sarà l’ultimo perché, nonostante la corte di giustizia della Papua Nuova Guinea abbia dichiarato il campo illegale e incostituzionale, i lavori per lo smantellamento non fanno altro che peggiorare le condizioni degli abitanti. Abitanti che sono ad oggi formalmente liberi di spostarsi da quando i campi sono stati “aperti” ma che in realtà non possono allontanarsene se non rischiando la vita a causa di chi li ha utilizzati come bersaglio per convogliare il risentimento della popolazione.

Liberi di muoversi su un’isola minuscola sulla quale non hanno scelto di vivere, non possono viaggiare e non possono mettere piede sul suolo australiano. La speranza migliore che hanno è un fragile accordo con gli Stati Uniti che permetterebbe a 1200 fortunati di essere trasferiti, ma a giudicare dalla volubilità del presidente Trump sembra di essere ancora lontani da una soluzione definitiva.

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Dal suo account Facebook Boochani condivide quotidianamente notizie sulle condizioni di vita dei detenuti di Manu

Intanto nel 2016 è arrivata la condanna ufficiale da parte dell’Alto Commissario dell’UNHCR per le politiche di detenzione offshore, grazie allo sforzo di persone come Boochani che collaborano costantemente con organizzazioni internazionali per dare voce ai prigionieri di Manu e Nauru.

«Sono un giornalista, sono uno scrittore, sono un prigioniero. La storia di questa prigione l’ho scritta di mio pugno… sono qui, con nient’altro che il mio cellulare e la mia lingua e dico: sono più di ciò che sai. Il governo australiano ha fatto un errore a esiliare un giornalista in questa prigione e a tenerlo come ostaggio. Scrivere è la mia passione, è il mio lavoro, sono io.»

Claudia Tatangelo

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