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Con la strage di Barcellona, l’Europa è tornata a fare i conti con la sua fragilità, con l’inefficacia della prevenzione, con l’esigenza di rassicurare i suoi cittadini.

La paura di nuovi casi simili e di altri «lupi solitari» pronti a colpire hanno monopolizzato i dibattiti dell’opinione pubblica, insieme alla necessità di maggiore sicurezza. Ieri il nemico c’era e mieteva vittime, ma in paesi a noi quasi estranei, dall’altra parte del mondo, lontano dalle nostre città, dai nostri luoghi di ritrovo e di festa. Oggi, lentamente, anche l’Europa si sta abituando alle barriere anti-camion, agli anelli di calcestruzzo intorno agli stadi, alla moltiplicazione di telecamere e controlli. Altrettanto lentamente, ci abituiamo ad alcuni pensieri “ingombranti” che ci colgono mentre camminiamo in zone affollate, aspettiamo la metropolitana o siamo in fila ad un concerto, mentre trascorriamo una notte di festa con i nostri amici.

Come nel 2007, quando i media raccontavano il gruppo terroristico di Al-Qaeda e diffondevano i video-messaggi minacciosi di Bin Laden, oggi i telegiornali rimbombano di approfondimenti, notizie e commemorazioni legate alle stragi del terrorismo. Con una novità: la prossimità del fenomeno e il rischio che le infiltrazioni jihadiste siano all’interno della nostra comunità aumentano l’allarmismo generale. A chiunque può capitare di vivere sulla propria pelle la psicosi collettiva provocata da un forte rumore improvviso, da una borsa dimenticata in un angolo, o perfino da uno scherzo di cattivo gusto.

La sensazione è che ciò che ci rende incerti e a volte impauriti, non abbia a che fare con la nostra vita quotidiana e con la nostra possibilità di controllo, ma allo stesso tempo sia anche drammaticamente vicino, all’interno dei nostri confini di sicurezza. Secondo un sondaggio condotto da Demos, il 44% degli italiani afferma di sentirsi frequentemente preoccupato per sé o per i propri famigliari a causa degli atti terroristici, mentre un italiano su due sostiene di essere pronto a cambiare il proprio stile di vita per avere maggiore protezione.

La questione dei mezzi materiali da attuare per agire su questo scenario è centrale, ma essa si accompagna necessariamente a quel dilemma tra sicurezza e libertà davanti al quale l’Europa ha sempre saputo dove schierarsi.

Oggi, però, l’impressione che non si sia ancora fatto abbastanza e che la sicurezza non sia sufficiente, porta ad invocare sempre più frequentemente un modello di società fino ad ora guardato dai governi europei con timore e diffidenza: quello di Israele.

Israele è in guerra da sempre: è nato con una guerra, si è espanso attraverso la guerra e oggi ha stabilizzato le sue strutture in funzione della guerra. Dal 1948, la società non ha mai conosciuto l’assenza del conflitto, né vissuto in una dimensione di reale normalità. Per gli israeliani, la possibilità di un attacco terroristico è parte integrante della loro vita. Ora che anche l’Europa sta conoscendo la paura del terrorismo, qualcuno suggerisce il “modello di sicurezza israeliano” come soluzione alla minaccia dell’Isis.

Ma l’Europa sarebbe davvero pronta a mettere in discussione spazi di libertà finora insindacabili in nome di una maggiore sicurezza dei suoi cittadini? Negli ultimi 70 anni lo stato di emergenza ha scandito la vita delle 8 milioni di persone che vivono in Israele, determinando de jure e de facto una dimensione legislativa e sociale alternativa rispetto a quella di un normale stato democratico. Processi sommari, arresti arbitrari, interrogatori senza tutele giuridiche e in casi estremi anche metodi riconducibili alla tortura (interessante il caso della Commisione Landau). Senza contare ciò che avviene al di là del muro, nei territori occupati, dove i check-in, le perquisizioni e le detenzioni preventive anche di minorenni sono all’ordine del giorno.

È vero, se la prevenzione non fosse stata all’avanguardia, con ogni probabilità le vittime sarebbero state molte di più. Questa salvaguardia però ha avuto un prezzo: una fortissima e intrusiva militarizzazione della società. Non è solo la leva obbligatoria a ricordarcelo (l’esercito è il luogo in cui si cresce e si forma il cittadino), basta passare qualche giorno in Israele per accorgersi che il militarismo si lega ad ogni aspetto della vita quotidiana: metal detector e militari sorvegliano tutti i luoghi pubblici, i controlli individuali sono la prassi, i più comuni punti di aggregazione richiedono un contributo per pagare personale armato, mezzi blindati e corazzati girano per le vie delle città, il passaggio in ogni aeroporto è scandito da severe e invasive norme di sicurezza. Restrizioni che diventano più severe e limitative nei confronti degli appartenenti a specifiche comunità etniche e religiose, spesso considerate composte interamente da potenziali terroristi.

Davanti a tutto questo, non solo la moltiplicazione delle misure di sicurezza (e la conseguente limitazione delle libertà) non ha potuto garantire sicurezza assoluta, ma lo stato di perenne allerta ha prodotto tra gli israeliani un pensiero molto specifico di tipo catastrofista: il rischio è sempre dietro l’angolo in qualunque momento, chiunque può essere un terrorista, anche il vicino di casa. Davanti al pericolo di un domani catastrofico si possono infrangere molte più norme morali di quanto non ci sia permesso di fare in una condizione di normalità, perché si entra nella dimensione della “difesa” e della “sopravvivenza” ad ogni costo. Nonostante l’applicazione di tutte le misure di sicurezza tradizionali, infatti, la maggior parte degli israeliani teme per la propria incolumità e si radica sempre di più su posizioni nazionalistiche, xenofobe e di chiusura al compromesso.

Inoltre, è importante ricordare che qualunque dispositivo di sicurezza avrà sempre un limite: quello di non poter mai garantire sicurezza assoluta fino a che il terrorismo non verrà sconfitto nella sua totalità. Questo vale per Israele e per qualsiasi altro paese al mondo. I gruppi terroristici sono parte integrante della società in cui agiscono e dentro di essa aggiornano i loro piani di azione, si rafforzano, studiano metodi per aggirare e sorprendere i dispositivi difensivi. Attribuire alla sicurezza il compito di assicurare pace e tranquillità ad un paese significa dare potere di veto sugli spazi di libertà e azione dei cittadini anche al più piccolo gruppo di terroristi: ad ogni nuovo attentato, una nuova ondata di repressione.

Se è vero che «libertà è sicurezza», quando la sicurezza si alimenta soltanto di misure unilaterali, essa rischia di aumentare timori e rapporti di conflittualità con l’altro. E l’Europa, davanti a possibili scenari futuri, farebbe meglio a interrogarsi a fondo su questi aspetti con una prospettiva non emergenziale ma quanto più lungimirante possibile.

Rosa Uliassi

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Studentessa di filosofia a Bologna, appassionata di eno-gastronomia e di viaggi. Mi interessano le questioni legate ai diritti umani e alla tutela delle minoranze, nel loro manifestarsi all’interno dei diversi contesti storico-politici.

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