Venezuela maduro

Il Venezuela guidato da Maduro sembra essere intrappolato all’interno di un  circolo vizioso in cui autoritarismo e caos anarchico si susseguono senza sosta.

La maggior parte dei media occidentali si limita ad analizzare la crisi politica del Venezuela, a partire da una visione binaria del conflitto tra le forze politiche in gioco, limitandosi  a prendere posizione per uno dei due fronti: da una parte c’è chi si limita a bollare la presidenza di Maduro come illegittima e i suoi interventi politici come tentativi di golpe finalizzati all’instaurarsi di quella che i più riconoscono come una dittatura, dall’altra c’è chi ipotizza complotti euro-americani e giustifica come necessaria ogni azione di Maduro, poiché compiuta per il popolo contro politiche economiche capitaliste e imperialiste.

Sicuramente lo stato di crisi in cui versa il Venezuela, è il risultato di meccanismi e situazioni politico-economiche intricate ed eterogenee, che andrebbero analizzate nella loro complessità, al di là dell’asservimento a ideologie e slogan di facile consumo.

Potremmo individuare tre direttrici fondamentali all’interno delle quali ha preso vita e si è sviluppata la crisi venezuelana.

La prima direttrice è sicuramente l’economia basata sull’estrazione del greggio, la seconda direttrice è rappresentata dalla contrapposizione ideologica e quindi politica tra il socialismo di stampo chavista e il neoliberalismo promosso dal MUD (Mesa de la Unidad Democrática) e infine la terza direttrice è rappresentata dalla frammentazione del popolo nonché dalla lenta disgregazione del tessuto sociale.

Il Venezuela è quello che potrebbe definirsi il caso di crisi istituzionale più grave di tutta l’America Latina: la crisi del modello di accumulazione delle rendite petrolifere si è trasformata nel corso degli anni, soprattutto in seguito alla morte di Chávez, in metastasi di corruzione, conflitto e spartizione indegna delle risorse del Paese, da cui nessun partito o istituzione può dichiararsi immune. 

Il punto è che attualmente, in seguito alla convocazione degli elettori per l’istituzione di un’Assemblea Costituente, la situazione non fa che peggiorare. Maduro si muove sempre di più ai limiti estremi del suo ambito legale di competenza giuridica e politica: le elezioni convocate per la formazione dell’Assemblea Costituente sono state “illegali” poiché, come riportato nella Costituzione Bolivariana scritta da Chávez stesso, la decisione di eleggere o meno un’Assemblea Costituente deve avvenire previa approvazione del popolo attraverso un referendum, procedura che a detta del Presidente non è stata rispettata per via della crisi e dei costi eccessivi di un referendum. Non va tuttavia dimenticato che poco meno di due anni fa è stata la stessa opposizione, che ora grida alla dittatura, a sostenere la necessità dell’istituzione dell’Assemblea Costituente su cui tanto si è polemizzato.

L’oscuramento del canale televisivo della CNN spagnola, l’incarcerazione dei principali leader dell’opposizione e la loro estromissione ventennale dall’azione politica e le ritorsioni politiche contro la ormai ex Procuratrice Generale della Repubblica  Luisa Ortega sono altri fatti noti alla cronaca che non giocano a favore del presidente Maduro. Come nel caso dell’Assemblea Costituente, però, va ricordato che le incoerenze da parte dell’opposizione non mancano: i leader del MUD sarebbero infatti responsabili di decine di attentati ai danni delle forze militari, nonché di numerose manifestazioni non autorizzate per le strade di Caracas, il che li rende ugualmente operanti nel campo dell’illegalità formale e dell’utilizzo improprio delle armi tanto quanto Maduro.

Il Venezuela sembra dunque essere vittima del moto oscillatorio pendolare descritto dal filosofo britannico Russell: molte civiltà nel corso della storia sarebbero sottoposte al passaggio da sistemi dogmatico/tirannici a situazioni caotico/anarchiche e viceversa; nel caso specifico del Venezuela, l’autoritarismo di Maduro non farebbe che alimentare le ribellioni, e le ribellioni non farebbero che aumentare la morsa repressiva del potere sul popolo.

Per uscire da questa impasse sembrerebbe opportuno affidarsi alla nuova forza politica rappresentata dall’Assemblea Costituente, che in quanto “nuova” istituzione esce parzialmente da questo circolo vizioso di lotta politica e può quindi agire in modo nettamente più democratico, oltre che libero dai poteri forti.

L’Assemblea Costituente, composta da un insieme variegato di cittadini, per un totale di 546 membri (364 eletti per competenza territoriale e 173 sociale, ovvero 8 contadini e pescatori, 5 imprenditori, 5 disabili, 24 studenti, 24 membri di consigli locali, 28 pensionati, 79 operai e 8 rappresentanti delle comunità indigene) ed eletta dal 41% dei cittadini venezuelani aventi diritto al voto, avrebbe il compito di riscrivere la Costituzione con lo scopo di pacificare i due fronti e rafforzare la rivoluzione bolivariana e le riforme su salute, educazione e democrazia partecipativa. Il testo della nuova costituzione come previsto dalla legge sarà poi sottoposto ai cittadini con referendum entro il 19 di dicembre.

La linea di confine che separa le operazioni politiche democratiche da quelle totalitarie, come dimostra la situazione in Venezuela, è molto sottile e facile da travalicare, soprattutto quando in gioco vi è non solo la sovranità economica di potenze quali l’Europa e gli Stati Uniti, ma la sostituzione di un sistema neoliberale fallimentare con un’alternativa socialista funzionante.
Negli ultimi anni della presidenza di Maduro, infatti, tantissimi sono stati gli investimenti in ambito sociale e culturale, uniti al tentativo di rendere pubblico il settore industriale al fine di preservare l’indipendenza politica ed economica del Venezuela da nuove forme di colonialismo e sfruttamento messe in atto dai sistemi politici di stampo neoliberale.

Tuttavia la vera sfida messa in atto dalla democrazia è la continua definizione dei confini di riconoscibilità nell’agire nel nome di quest’ultima. Maduro gioca la sua parte in quello che si sta rivelando essere un gioco democratico stimolante per i politicanti ma distruttivo per la popolazione; per questo motivo non resta che affidarsi all’Assemblea Costituente e sperare che laddove l’arte politica non è arrivata, arrivi invece il popolo.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.

3 COMMENTI

  1. Grazie Signor Alfredo per la sua critica puntuale e dettagliata, ne terró sicuramente conto per il prossimo articolo!

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